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Ispirare Libri 13 Novembre Nov 2017 1100 13 novembre 2017

Robot e scuole tecniche: ecco quel che manca alla “Teoria della classe disagiata”

Il libro di Raffaele Alberto Ventura offre un punto di vista originale sulla questione generazionale degli attuali 20-30enni. Ma manca uno sguardo al futuro. Soprattutto, a cosa potrebbe cambiare con l’avvento delle nuove tecnologie di intelligenza artificiale

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Cos’è successo a un’intera generazione di 20-30-40enni? Ben istruiti, figli di una borghesia risparmiosa e di belle speranze, perché si trovano impantanati in un eterno presente di contratti a termine, partite iva e lavori sottopagati? Sono troppo choosy? La disforia di classe li rende incapaci di affrontare in modo realistico il mondo del lavoro?

A queste domande prova a rispondere il 34enne Raffaele Alberto Ventura con il saggio “Teoria della classe disagiata” (Minimum Fax, 2017), un manifesto generazionale dalle ambizioni vaste, quasi sistemiche. Ventura, responsabile marketing per un grande editore a Parigi, descrive bene la frustrazione e le contraddizioni di una classe di creativi e precari della cultura che si arrabattano tra ambizioni difficili da abbandonare e lo spettro del declassamento incombente.

Li descrive con cognizione e li bacchetta a dovere, per lo più criticandone le velleità (siamo pur sempre il Paese in cui si scrivono più libri di quanti se ne leggono). Tuttavia, il suo sguardo da (semi)insider “di successo”, lo colloca in una posizione troppo partigiana e non sufficientemente analitica. Restringe per esempio il lavoro intellettuale al gruppo ristretto dei lavori creativi – ambiti e sottopagati –, quando chi mette sul mercato il proprio intelletto è una grossa fetta di forza lavoro che non coincide che in minima parte con gli aspiranti editori o artisti concettuali.

Il libro di Ventura manca soprattutto di uno sguardo al futuro, per esempio all’ingresso imminente dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, i cui esiti sono ancora tutti da scoprire.

Nel dare la colpa all’istruzione umanistica, e in genere a una scuola troppo figlia del ’68 borghese, tralascia per esempio l’incapacità delle scuole tecniche e professionali di attrarre studenti e di prepararli a dovere. Come spiega l’economista Stefano Micelli, infatti: «Abbiamo un problema molto specifico nel formare profili che abbiano una cultura tecnologica avanzata. All’estero ci sono scuole tecniche superiori come quelle svedesi che contano quasi 800mila studenti. Gli istituti tecnici superiori italiani invece hanno solo 10mila studenti». E ancora, non dedica il giusto spazio a un aspetto macroscopico come la rivoluzione informatica e la conseguente disruption tecnologica e sottovaluta il ruolo dei vecchi contratti faraonici e super blindati.

Pur ricco di citazioni e riferimenti interessanti, il libro di Ventura soffre di qualche buco storico, ma a mancare è soprattutto lo sguardo al futuro, per esempio all’ingresso imminente dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, i cui esiti sono ancora tutti da scoprire.

Merito innegabile è avere aperto il dibattito, ma lasciando le colpe dei padri a Freud e superando l’autodenigrazione consolatoria, ciò che servirebbe è piuttosto un’indagine concreta e corroborata da dati precisi, che prepari il terreno a uno sguardo sul mercato del lavoro proiettato al futuro, con uno slancio predittivo che – se incanalato intelligentemente – potrebbe permettere alla classe disagiata di trovare il suo posto nel mondo.