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Ispirare
Intervista 29 Marzo Mar 2021 0700 29 marzo 2021

Quale scuola oltre la Dad? Le tre priorità da seguire secondo il ministro Patrizio Bianchi

Economista, è stato a capo della task force dell’ex ministra Azzolina per la riapertura degli istituti scolastici, prima di essere nominato nuovo ministro dell’Istruzione del governo Draghi

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Patrizio Bianchi è il nuovo ministro dell’Istruzione del governo presieduto da Mario Draghi.

Prima della nomina, insegnava Economia e Politica Industriale all’Università di Ferrara, ateneo di cui è stato rettore dal 2004 al 2010, ed era titolare di un’importante cattedra Unesco in “Education, Growth and Equality”. Ex assessore in Emilia Romagna con delega al Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro, nei mesi scorsi è stato anche a capo della task force della ex ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per la ripartenza della scuola durante l’emergenza Covid-19.

Lo abbiamo intervistato poco prima della sua nomina nel nuovo esecutivo e ci ha raccontato la sua visione per la scuola del futuro, tra Dad e investimenti del Recovery Plan. Intanto, con il decreto sostegni varato dal governo, il ministro ha già stanziato 335 milioni di euro per la scuola: 150 per i presìdi sanitari, 150 sul sostegno dell’attività formativa e 35 milioni per gli strumenti di connessione. Fondi e soluzioni per accompagnare la chiusura dell’anno scolastico, ma anche per costruire “un ponte verso il prossimo, per il recupero di competenze e socialità”. Tanto che tra le ipotesi che si stanno valutando con le Regioni, ci sarebbe anche quella di un piano per tenere aperte le scuole durante il periodo estivo, ma solo per chi vorrà, in modo da recuperare quegli spazi sociali e relazionali che la Dad ha tolto a molti ragazzi.

Nei mesi scorsi, ci aveva spiegato, “vi è stato uno straordinario sforzo da parte delle singole scuole che però non è divenuto sforzo di sistema”. Ora serve seguire tre priorità: personale, ambienti, rapporto con la comunità locale.

A settembre 2020 lei diceva: si approfitti del Covid per riformare la scuola. Messaggio condiviso da molti, se non da tutti. A distanza di diversi mesi, sembra però che in Italia siamo sempre fermi allo stesso punto.
Sono ancora convinto che questa drammatica discontinuità deve servire per un rilancio e ridisegno della scuola italiana; già prima del Covid molti erano i punti critici della nostra scuola. Il prolungarsi della pandemia ha esacerbato queste situazioni. Il governo precedente ha svolto molti interventi a sostegno delle scuole, ma evidentemente la situazione rimane molto differenziata regione per regione.

Di tutti i progetti inizialmente previsti per “fare scuola in modo diverso” (lezioni fuori dalle aule, in teatri, cinema, musei, parchi e via dicendo) alla fine si è fatto molto poco. Mancanza di immaginazione, di risorse, o cos’altro?
Vi è stato uno straordinario sforzo da parte delle singole scuole che però non è divenuto sforzo di sistema. Abbiamo imparato con molto ritardo che la scuola è un pilastro dello sviluppo e paghiamo anni di tagli, che ora si traducono in mancanza di competenze digitali, di spazi educativi adeguati, di risorse per l'autonomia.

La Dad deve essere parte di un approccio educativo in cui si usano diversi e vari strumenti formativi, non può essere un sostituto della presenza

Se inizialmente si poteva vedere come un’opportunità, la didattica a distanza (Dad) ormai sembra essere diventata un incubo per tutti. Verrà abbandonata definitivamente, oppure mantenuta? E come migliorarla?
La Dad deve essere parte di un approccio educativo in cui si usano diversi e vari strumenti formativi, non può essere un sostituto della presenza.

Per la ripartenza dopo il coronavirus lei aveva stilato un piano. Che cosa conteneva?
Molti dei contenuti del nostro piano compaiono oggi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, a riprova di quanto fosse necessario intervenire sulla scuola come investimento prioritario per il rilancio dell’intero Paese.

Nell’ultima bozza del Pnrr al comparto dell’istruzione sono destinati 28,4 miliardi su 209. Questi fondi sono sufficienti per rimettere davvero la scuola al centro del sistema Paese?
Il tema fondamentale è di mutare l’atteggiamento verso la scuola, questa non è un costo ma un investimento strutturale, che certamente ha bisogno di un intervento straordinario per recuperare anni di sottoinvestimento, ma che deve portare d’ora in avanti a garantire risorse adeguate, anche tenendo conto del calo demografico, che richiederà una particolare attenzione a famiglie e ragazzi per evitare di trovarci in una situazione socialmente insostenibile.

Quali, a suo parere, dovrebbero essere concretamente le priorità su cui investire?
La priorità è il personale, la sua preparazione, la sua stabilità, i suoi percorsi di carriera. La seconda sono gli ambienti per l’apprendimento, interni ed esterni. La terza il rapporto con la comunità locale per poter radicare lo sviluppo delle autonomie in patti educativi di comunità di lungo periodo.

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