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Immaginare Inchiesta 6 Dicembre Dic 2017 1130 6 dicembre 2017

La bioingegneria è la nuova frontiera della medicina (ma i robot non sostituiranno i dottori)

Dal 2000 a oggi più di due milioni di interventi chirurgici sono stati effettuati grazie a bracci meccanici. Ma la frontiera della robotica applicata alle scienze mediche non si ferma qui. E rivoluzionerà il settore, anche se ci sarà sempre bisogno dell’intervento umano

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Robotica, automatizzazione, intelligenza artificiale e medicina. In una parola: bioingegneria. È questa la nuova frontiera dell’innovazione. D’altronde, dal 2000 ad oggi sono oltre due milioni gli interventi chirirgici eseguiti con uno dei tremila bracci meccanici Da Vinci, un robot in grado di ovviare all'assenza di chirurghi disponibili, riducendo il numero di medici necessari a svolgere un intervento chirurgico, abbassando drasticamente i tempi di attesa per le operazioni, sparsi per le varie sale operatorie del mondo. Non solo: anche nel caretaking la robotica può essere molto utile. Esistono robot-infermieri controllati a distanza come quelli di Anybot Inc che possono interagire coi pazienti, monitorare le loro condizioni di vita, richiedere visite specialistiche. InTouch Health, invece, consente il consulto medico a distanza di alta qualità, consentendo al medico di monitoriare a distanza lo stato di salute del paziente, soprattutto in situazioni d'emergenza. Una rivoluzione già in atto quindi che anche in Italia ha trovato la sua strada. Gli esempi, infatti, non mancano come dimostrano aziende del calibro di Bts Engineering che ha ideato ReoGo (esoscheletro per la riabilitazione del braccio) e Anymov (un letto robotico da ospedale pensato per chi è colpito da limitazioni della mobilità).

Dal 2000 sono oltre due milioni gli interventi chirurgici eseguiti con uno dei tremila bracci meccanici Da Vinci sparsi per le varie sale operatorie del mondo.

Oppure il progetto Lurch (come il servitore della famiglia Adams), un robot compatibile con carrozzine di serie che le riesce a far muovere in autonomia all’interno di uno spazio delimitato da alcuni speciali marcatori. «L’idea è quella di dare alle persone disabili un mezzo che le possa far sentire quanto più possibili autonome, adattando la tecnologia alle esigenze della persona», ha spiegato Andrea Bonarini, professore di Elettronica al Politecnico di Milano che assieme al suo team ha realizzato Lurch. Peccato, però, che al di là della fase di ricerca e sperimentazione, Lurch non sia riuscito a far breccia nel mercato. Perché? «Si tratta di una questione di finanziamenti e regolamentazioni – ha continuato Bonarini -. Da un lato, infatti, anche se realizzate con tecnologie poco costose come Arduino per esempio, queste innovazioni faticano a trovare un canale di vendita che arrivi ai pazienti. Quando ce la si fa, molto spesso, è perché qualche imprenditore filantropo magari già sensibile al tema per questioni personali, decide di investirci. Dall’altro lato, norme e certificazioni in Europa, e soprattutto in Italia, sono molto stringenti in materia di sicurezza».

Ma dove sta andando l’innovazione? «Sicuramente i robot non sostituiranno gli esseri umani», ha ribadito Bonarini. Il motivo sta tutto nell’empatia che si crea fra paziente e dottore. «Pensiamo al caso della fisioterapia – ha continuato Bonarini -. In questo campo ci sono diverse innovazioni come gli esoscheletri che consentono di far svolgere al paziente un movimento particolare. Questo, tuttavia, non significa che l’operatore si annulla. Anzi, avrà maggiore tempo da dedicare al rapporto con la persona che ha di fronte. E questo mi sembra già un bel passo avanti».

Insomma, i camici bianchi resteranno sempre al loro posto. Ma sarà necessario un vero e proprio turnover che faccia fronte alla perdita di 50-60 mila medici ospedalieri e 25 mila medici del territorio attesa nei prossimi cinque anni. Un’occasione per inserire nelle sale operatorie delle figure professionali capaci di dare del tu alla tecnologia. Ecco dunque che, oltre all’utilizzo di strumentazioni sempre più complesse e precise che faranno scomparire il concetto di “mano ferma” del chirurgo, si aprono altre possibilità. Una è quella relativa alla manutenzione delle macchine che sarà affidata a tecnici umani. Un’altra ha a che fare con il design delle protesi che richiede, oltre a conoscenza anatomica, anche quella relativa ai materiali (o alla meccatronica nel caso di apparecchi automatici). O ancora, tecnici capaci di implementare gli algoritmi con cui saranno analizzate le immagini utili durante l’operazione così da evidenziare elementi poco visibili come vasi sanguigni, nervi o i margini di un tumore. Mentre il chirurgo dovrà sempre più destreggiarsi con tecnologie come Kinect di Microsoft, che gli permetterà di consultare dati e immagini a video senza dover cliccare o toccare schermi ma solamente facendo dei movimenti col braccio o con lo sguardo.

Sicuramente i robot non sostituiranno gli esseri umani. Il motivo sta tutto nell'empatia che si crea fra paziente e medico.

Andrea Bonarini, Politecnico di Milano

Stessa abilità necessaria per utilizzare il Medical Imaging Interaction Toolkit, una piattaforma gratuita open-source sviluppata dal German Cancer Research Center di Heidelberg con cui è possibile inquadrare il corpo del paziente per mezzo di un iPad e vedere in sovraimpressione le immagini che vengono da una risonanza magnetica o da raggi X.

Altro discorso riguarda i big data. Dall’anno scorso DeepMind, il reparto di Google dedicato all’IA, collabora con il sistema sanitario britannico per setacciare le cartelle di 1,6 milioni di pazienti che volontariamente hanno dato accesso ai propri dati. Lo scopo è scovare segnali precoci di malattie ancora non diagnosticate. A tirare le fila di questa mole di informazioni saranno necessari dei programmatori con un occhio di riguardo per diverse patologie. Perché, come ha dimostrato un’indagine YouGov commissionata da Pwc alla fine del 2016 su 12mila persone in 12 Paesi Emea, i cittadini sono sempre più disponibili ad affidarsi a robotica e IA se ciò significa un migliore accesso alle cure, anche se la “componente umana” del rapporto con il personale medico rimane irrinunciabile.