Morning Future-Il dilemma della sharing economy
Orientare Inchiesta 24 Luglio Lug 2017 1100 24 luglio 2017

Il dilemma della sharing economy

Da Uber a BlaBlaCar passando per Deliveroo e Foodora: cosa s'intende davvero con una delle parole chiave dell'ultimo decennio

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Quando diciamo economia della condivisione, diciamo qualcosa di preciso e specifico. Non è per nulla condiviso, ad esempio, anche se il senso comune potrebbe indurre a credere che Uber sia parte di quel movimento, imponente ma dai confini ancora incerti, chiamato sharing economy.

La questione-Uber

La società californiana Uber, con la sua app e le sue piattaforme digitali per il trasporto privato, è entrata nell’immaginario sociale come “modello vincente” di sharing economy. La sua narrazione si è imposta quasi senza incontrare resistenze, ma oramai è chiaro pressoché a tutti che la realtà dell’azienda, fondata nel 2009 a San Francisco e presente in più di 69 Paesi, non rispetti l’assunto di base di un fenomeno che ha sì molti volti e ancor più nomi (anche il solo tradurlo è impresa non da poco: c’è chi parla di consumo collaborativo, chi di economia partecipata e si sta diffondendo anche un più gergale economia del popolo), ma anche radici che affondano chiaramente e inequivocabilmente nel sociale.

In Francia, per vederci chiaro, professionisti e imprenditori dell’economia della condivisione hanno creato un Osservatorio. Lo hanno fatto per comprendere l’impatto di quella particolare forma di disruption – impattante soprattutto sul settore del lavoro - che va sotto il nome di “uberizzazione” e identifica un processo in atto che va ben oltre la singola esperienza dell'azienda americana. Comprendere l'uberizzazione, le sue tendenze, la necessità di riforme che ne contengano la spinta o ne valorizzino - nel caso - le innovazioni è importante anche per la sharing economy. Anche per stabilire differenze che, se non comprese, potrebbero travolgere tutto.

Il neologismo "uberizzazione" indica infatti almeno due fenomeni generali. Due fenomeni che impattano il cuore stesso della sharing economy. Da un lato, "uberizzazione" significa conversione di servizi e prestazioni lavorative continuative, tipiche dell’economia tradizionale in attività che invece vengono svolte solo su richiesta. Dall'altro, indica un modello di business improntato a quella che il gergo aziendale chiama gig economy, un’economia improntata sui lavori a chiamata (solitamente mediati da app, da cui anche un altro neologismo: app economy).

Come spiegano Denis Jacquet e Grégoire Leclercq, ricercatori dell’Observatoire de l’uberisation, nel loro libro Uberisation: un ennemi qui vous veut du bien? (Dunod, 2016) col suo impatto sui modelli fiscali, giuslavoristici, economici e sociali il processo che chiamiamo “uberizzazione” ha di fatto liberato una serie di questioni alle quali dare risposta. Una su tutte: cosa significa "condivisione", le piattaforme del condividere sono davvero terreno neutrale o sono parte in causa dei nuovi processi?

Condividere la relazione vs. monopolio delle interazioni

Come spiega Rachel Botsman, autrice con Boo Rodgers di un testo ancora oggi cruciale per comprendere la questione, What’s mine is yours.The rise of collaborative consumption (Harper Collins, 2010), la sharing economy attiene a forme di relazione di scambio (non unicamente di consumo) eticamente consapevoli basate sulla condivisione di beni spesso sotto utilizzati. Il fatto di produrre valore, rimettendo in circolazione underused assets (spazi, mezzi di produzione o trasporto, oggetti) è forse l’elemento chiave per scardinare la questione. È qui, infatti, che il sociale può e deve fare la sua parte: la sharing economy non è solo un diverso modo di far incontrare domanda e offerta. È o dovrebbe essere, piuttosto, una pratica di vera innovazione sociale.

Nella sharing economy, il valore si crea nella circolazione da un soggetto (individuale o collettivo) a un altro: ecco perché l’accento va posto sull’accesso piuttosto che sulla proprietà, sulla fiducia, la collaborazione in rete e la partecipazione civica orizzontali piuttosto che su una disintermediazione “dall’alto” operata da piattaforme verticali come Uber.

Quando parliamo di sharing economy parliamo allora di una serie di ecosistemi, di relazioni e di pratiche a forte vocazione civica e sociale in grado, attraverso piattaforme aperte, di mettere in condivisione fra privati o organizzazioni, gratuitamente o dietro un corrispettivo non necessariamente in denaro determinati assets. In questo caso, rientrerebbero nella categoria tanto BlaBlacar quanto, secondo i più, un’azienda for profit ma non only for business come Cohealo, che condivide apparecchiature sottoutilizzate fra strutture ospedaliere e istituti di cura.

Comunità o algoritmi

L’Oxford Dictionary, riferimento per la lingua inglese, ha introdotto il lemma solamente nel 2015. Alla voce “sharing economy” leggiamo una definizione semplice e al tempo stesso efficace: «An economic system in which assets or services are shared between private individuals, either free or for a fee, typically by means of the Internet» [Un sistema economico in cui i beni o servizi sono condivisi fra individui privati, con o senza un pagamento, solitamente attraverso internet].

Quattro sono le condizioni fondamentali affinché vi sia sharing economy: la presenza di una piattaforma; la presenza di persone (community); la convenienza; la tecnologia (algoritmi). Il modello della sharing economy si fonda, quindi, non sull’erogazione di servizi dall’alto, ma sulla possibilità – attraverso piattaforma e tecnologia – per la community di condividere orizzontalmente beni e servizi.

Il problema sorge però sul controllo di piattaforma e tecnologia e, quindi, sulla messa a profitto dei dati che gli utenti si scambiano. In alcuni Paesi (la Finlandia), questi dati, quando immessi in piattaforme di sharing, sono sottoposti a una disciplina speciale che ne impedisce il trattamento “privatistico” da parte di aziende. Ma anche questo è un rimedio imperfetto allo sfruttamento della sharing economy da parte di imprese commerciali che hanno come obiettivo principare quei dati e il loro uso, non le pratiche della condivisione.

Attualmente precisa Jean-Gabriel Ganascia, professore di informatica, intelligenza artificiale e scienze cognitive all’Università di Parigi VI, i nostri sistemi non possiedono strumenti legislativi per scongiurare questo rischio.

Ecosistemi della condivisione

In tal senso, spiega il fisico teorico Fritjof Capra, ispiratore dei primi pionieri della Silicon Valley, esperto di sistemi complessi e co-autore con il giurista Ugo Mattei di The Ecology of Law (McGraw-Hill Europe, 2015), «la conversione dell’economia in economia di condivisione è un aspetto di un tessuto ecologico e sociale complessivo nel quale si sta facendo largo una nuova visione d’insieme che, a dispetto di cifre, rating e disavanzi di bilancio, oppone una crescita qualitativa ai troppi numeri che vorrebbero limitare la vita sociale a meri rapporti di quantità».

Non a caso, sul terreno di coltura di questa falsa sharing economy prospera ciò che A. Annesh, influente ricercatore dell’Università del Wisconsin, ha chiamato algocracy, algocrazia ovvero il potere degli algoritmi: un sistema di governance informatizzata dove è il codice (algoritmo) e non l’elemento umano a determinare, organizzare e infine a stringere in una forza mortale il tutto. Le relazioni umane si trasformano, sotto la spinta dell’algocrazia, in mere interazioni. Il sociale scompare: è il trionfo dei dati sugli uomini, della connessione sulla relazione.

Per questa ragione, in un'economia della condivisione non dovrebbe rientrare a rigor di logica nemmeno la piattaforma Airbnb, società capitalizzata in borsa per oltre 1miliardo di dollari, anch’essa con sede a San Francisco, che intermedia il 17% degli affitti a New York e il 10% di quelli a Parigi e oggi è accusata di favorire l’elusione e l’evasione fiscale di locatori e locatari. Allo stesso modo, non dovrebbero rientrare nel termine nemmeno Foodora o Deliveroo, piattaforme proprietarie per la consegna a domicilio di cibo, in mano a pochi e con poche decine di dipendenti effettivi, che di collaborativo e di condiviso hanno ben poco.

Quando parliamo di Uber, Foodora o Deliveroo ci riferiamo a un fenomeno particolare, che della sharing economy mantiene solo l’apparenza, ma non la sostanza. È il fenomeno della gig economy. Ma che cos'è la gig economy, perché è tanto importante capirne natura e dinamiche per comprendere meglio la (vera) economia della condivisione e perché questa distinzione è tanto importante per il sociale? La gig economy è un modello dove le prestazioni lavorative stabili sono azzerate e, di conseguenza, gli impiegati e i dipendenti a tempo indeterminato praticamente non esistono. La dimensione sociale e relazionale del lavoro non è contemplata con rilevanti ricadute in termini di esclusione sociale e tutele di welfare. L'espressione gig economy deriva dal termine inglese “gig”, lavoretto. Nel mondo dello spettacolo “gig” è il cachet. Tutto avviene secondo il modello dell'on-demand economy, completamente disintermediata grazie a app, algoritmi e piattaforme digitali proprietarie. E qui – tra app, algoritmi e piattaforme digitali - il problema si complica.

La questione delle piattaforme

​Le piattaforme, nella sharing economy, sono in realtà una forma diversa di intermediazione caratterizzata da un'elevata spersonalizzazione dell'azione svolta. Quando scelgo un viaggio in agenzia di viaggio, l'agente è l'intermediario che mi presenta i vari tour e si prende la sua tariffa da intermediario. Quando vado su Airbnb, su Blablacar, il sito rappresenta l'agente intermediario che mi offre i vari prodotti e si prende la sua quota. La vera differenza si situa laddove l'intermediario lavora gratis come nel caso di couchsurfing. Il problema non è se la sharing economy abbia disentermediato o meno l'acquisto di prodotti online, ma quale forma di intermediazione si sta affermando con la sharing economy.

Davanti a questo scenario, al quale l’innovazione distruttiva sta imprimendo un’accelerazione senza precedenti, si pone una alternativa secca e, non di meno, necessaria: la sharing economy o sarà sociale o non sarà. In questa direzione, vanno alcune riflessioni di Trevor Scholtz, autore del recente Uberworked and Underpaid. How Workers Are Disrupting the Digital Economy (Polity Press, 2016). Davanti a critiche crescenti, fra gli economisti e nell’opinione pubblica, che per colpire la gig economy rischiano di travolgere ogni positiva idea e ogni possibile sviluppo della sharing economy, per tutti la sfida è quella di non farsi travolgere dalla logica distorsiva di una disruption dove il costo dell'innovazione è irrimediabilmente più alto dei suoi benefici. Come? Rovesciando in senso positivo il cosiddetto dilemma etico dell’innovatore sociale: «Quanto possiamo distruggere per innovare?».

Scholtz, che ha elaborato un manifesto di lavoro in tal senso, parla di Platform Cooperativism (Cooperazione di piattaforma) e di un nuovo mutuo appoggio sociale mediato dalla forma cooperativa e innestato su piattaforme digitali egualmente cooperative che permettano di ampliare il raggio tanto della condivisione, quanto di una trasformazione complessiva del sistema. La cooperazione è per noi un sistema antico, ma solo ora sta prendendo piede negli Stati Uniti. Siamo quindi avanti nelle forme, indietro nella capacità di innestarle nel moderno. Gli attori della condivisione e della trasformazione sociale oggi più che mai devono affrontare il nodo oggi cruciale della questione: quanto ancora possiamo reggere l’impatto con un’innovazione che non produce valore sociale ma disuguaglianza?

La sharing economy intermediata dalla cooperazione di piattaforma può però essere la chiave di volta anche per «riportare il sociale nei social», re-intermediando le piattaforme, come spiega il teorico dei media Geert Lovink, e per abbattere la spirale perversa della disruption, dell’uberizzazione e della gig economy. La pensa così anche la “sharepreneur”, l’imprenditrice della sharing Chelsea Rustrum, che per questa ritiene possibile anche una rinascita della Silicon Valley, ispirata a nuovi modelli di cooperativismo, alcuni dei quali oramai incontrano i favori anche dei venture capitalist.

Siamo ad un punto di svolta e dobbiamo integrare il mondo della sharing economy nelle nostre strutture e modelli economici. Senza questa integrazione, la disuguaglianza economica, come ha spiegato a più riprese l'economista Joseph Stiglitz, rischia di raggiungere livelli inauditi, mettendo a rischio la stabilità della società nel suo insieme. Insomma, la sharing economy o sarà una leva per ridurre quelle diseguaglianze o non sarà.