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Orientare Il Caso 27 Settembre Set 2019 0749 27 settembre 2019

Business Roundtable, sostenibilità prima del profitto: quando i CEO diventano i nuovi politici

Gli amministratori delegati dei più grandi gruppi americani hanno firmato un manifesto in cui dichiarano che l’ambiente e il benessere dei lavoratori devono venire prima del profitto. L'annuncio è destinato a scuotere i loro bilanci radicalmente. Così come la nostra stessa idea di società

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La notizia è stata diffusa di recente: 181 amministratori delegati di aziende americane di calibro mondiale hanno ufficialmente dichiarato che il profitto non deve più essere il fine ultimo delle aziende. Il manifesto della Business Roundtable – così si chiama il think tank di 200 CEO nordamericani fondato nel 1972 dagli allora amministratori delegati di Alcoa e General Electric – raccoglie le firme di personalità come Jeff Bezos di Amazon, Tim Cook di Apple, Mary Barra di General Motors e Doug McMillon di Walmart. Si tratta di un annuncio rivoluzionario, non solo per la dimensione e la notorietà di queste multinazionali, ma perché scardina quella che è stata finora la visione di un mondo le cui regole sono state dettate dal denaro. Con questa dichiarazione, infatti, i principali gruppi statunitensi hanno voluto dire chiaramente che l’ambiente e il benessere dei lavoratori non possono essere considerati in secondo piano rispetto ai guadagni, impegnandosi così ad anteporre obiettivi concreti di sostenibilità ai numeri dei bilanci.

La Business Roundtable, infatti, impegna i firmatari a “investire nei loro dipendenti, proteggere l’ambiente, comportarsi correttamente ed eticamente con i fornitori, concentrarsi sulla qualità dei prodotti e dei servizi offerti e creare valore di lungo termine per gli azionisti”. Una roadmap ambiziosa e molto orientata al futuro.

Questo cambio di prospettiva, guidato dall’amministratore delegato di JPMorgan Jamie Dimon, riflette le crescenti pressioni che i consumatori, i social media e i lavoratori stanno indirizzando verso le aziende, soprattutto quelle più grandi. Operando internazionalmente, infatti, queste società hanno impatti a livello globale, perciò non trascurabili.

La generazione dei Millennial, in particolare, negli ultimi anni si è dimostrata molto sensibile alle tematiche ambientali, adattando i propri stili di vita e di consumo anche in base ai comportamenti delle aziende - decidendo, ad esempio, di boicottare quelle che hanno una cattiva fama in termini di sostenibilità, e sposando quelle che invece si dimostrano più “green”. Il cambio di rotta, a dirla tutta, va anche a favore delle stesse società. Basti pensare a quanto è diventato complesso fare scouting e selezione di talenti: da tempo, per attrarre e trattenere le persone migliori, l’aspetto della retribuzione non è più una leva sufficiente. Sempre più non è solo l’azienda a selezionare il candidato, ma gli stessi giovani che attivamente “scelgono” per chi lavorare in base a quanto sentono che i valori dell’azienda sono in sintonia con i propri. A maggior ragione, quindi, l’azienda che sa distinguersi positivamente può davvero avere un vantaggio competitivo rispetto alle altre.

Più le aziende adottano misure concrete per il sostegno, dentro e fuori dalle proprie mura, dei valori che professano, più sono in grado di prosperare e più il mondo stesso non può che trarne dei benefici

La reputazione aziendale, che questo genere di attività portano a sostenere, è infatti diventata un concetto di importanza fondamentale, anche in termini di fatturato. E questo è a maggior ragione vero nell’era dei social: dove una buona pratica può diventare virale, aumentando la visibilità dell'azienda, allo stesso modo può bastare un passo falso per farne crollare la fama, spesso in maniera irrimediabile.

Perciò non è un caso se le aziende si stanno adoperando sempre di più per mostrarsi aderenti a valori non solo di sostenibilità ambientale, modificando i propri processi interni e supportando per esempio i movimenti giovanili per la lotta ai cambiamenti climatici, ma anche progressisti e vicini ai diritti delle minoranze e all'inclusione. Più le aziende adottano misure concrete per il sostegno, dentro e fuori dalle proprie mura, dei valori che professano, insomma, più sono in grado di prosperare e più il mondo stesso non può che trarne dei benefici. È in questo senso che i Ceo delle aziende stanno diventando, di fatto, delle personalità politiche in grado di orientare il mondo.

Il manifesto della Business Roundtable è destinato a scuotere le fondamenta della società, per non dire a cambiare le sorti del pianeta, ed è dunque probabile che simili prese di posizione saranno adottate anche altrove nel mondo. Malgrado i nobili intenti, però, c’è anche chi non ha visto di buon occhio l’iniziativa.

Secondo i detrattori del manifesto, infatti, contenuti che vengono presentati come rivoluzionari sarebbero in realtà molto banali e talmente astratti da non chiamare ad un vero impegno. Secondo i più scettici, addirittura, la dichiarazione sarebbe priva di un reale programma di cambiamento. Invece di dichiarazioni vuote e poco realistiche, dicono, le grandi imprese dovrebbero concentrarsi sullo sviluppo di una vera strategia di medio e lungo periodo, che assicuri la crescita tanto quanto la tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.

A chi li critica, però, gli amministratori delegati della Business Roundtable rispondono decisi: «Non si tratta solo di parole». Sotto la guida di Dimon, molti hanno già approvato misure come gli aumenti di salario per i propri dipendenti, schierandosi pubblicamente su diverse questioni sociali. Altre hanno deciso di puntare sull’ambiente, investendo in progetti di riforestazione e fondi a tutela dei mari. Si tratta, in fondo, di “alzare il tiro” e dettare una linea che, presto o tardi, verrà adottata a livello mondiale. Perché il benessere diventa reale solo se è inclusivo, e solo implementando strategie concrete per contrastare i cambiamenti climatici si potrà assicurare un futuro vivibile a tutti. Come in tutte le cose, le opportunità si creano solo per chi sa essere lungimirante: di fronte a un mondo che cambia velocemente, non si può restare con le mani in mano, pensando di fare tutto come lo si è sempre fatto. Basti pensare all’evolversi della tecnologia, che ha imposto alle aziende di adattarsi, cambiando i propri processi di produzione e ammodernandosi. Perché non dovrebbe essere lo stesso anche in termini sociali e ambientali?

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