Morning Future-Life long learning: la formazione permanente salverà le nostre aziende
Ispirare Trend 21 Luglio Lug 2017 1100 21 luglio 2017

Life long learning: la formazione permanente salverà le nostre aziende

Un programma di apprendimento per lavoratori di ogni età e di grado migliorerebbe la produttività e aumenterebbe l'occupabilità delle persone

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La parola chiave è “life-long learning”, in italiano formazione continua: una pratica di cui si parla ormai da almeno vent'anni. Si tratta di modificare o sostituire un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni lavorativi dettati sia dalla tecnologia che dai bisogni della società.

Una formazione che dunque non si ferma al ciclo di studi, ma che prosegue praticamente tutta la vita. Attenzione, però: non si tratta semplicemente di corsi di aggiornamento. Una formazione permanente, infatti, migliora non soltanto le competenze del personale relative ad un mestiere, ma fa sì che i lavoratori acquisiscano capacità trasversali – quelle digitali, per esempio – che li faciliteranno in compiti diversi e in un'eventuale ricollocazione nel mercato del lavoro.

Se fin dal 1997 l'Unione Europea ha lanciato diversi piani di “life-long learning”, in Italia non è stato immediato recepire le indicazioni comunitarie. Eppure proprio il nostro Paese ha caratteristiche che dovrebbero favorire l'applicazione di questi principi, se non altro per i problemi demografici che ci consegnano un'età media della forza lavoro piuttosto elevata e un ricambio complicato.

Paradossalmente, le imprese che fanno formazione in Italia preferiscono farla a chi è già ben qualificato e occupa i piani amministrativi dell'azienda, aumentando ancor più il divario di competenze rispetto a chi ha un grado più basso.

The Economist: se la formazione non riesce a stare al passo con la tecnologia, il risultato è la diseguaglianza.

È evidente, invece, come un programma di “life-long learning” avrebbe un impatto decisivo anche sulla produttività, da sempre uno dei crucci della nostra economia.

Un personale più preparato, infatti, ottimizza i tempi e ha accesso con più facilità a nuovi strumenti tecnologici, con vantaggi per l'azienda e per il sistema.

E se la formazione diventa orizzontale, da dipendente a dipendente, migliora anche l'integrazione tra i colleghi. Ne è un esempio Unipedia, la piattaforma online lanciata da UniEuro che permette ai propri addetti di condividere informazioni e curiosità, chiedere consigli, inserire immagini o documenti. Una sorta di e-learning che dunque è sempre disponibile e che si alimenta delle interazioni tra i dipendenti.

Ma se UniEuro è una delle più importanti catene italiane di vendita di prodotti elettronici, il quadro cambia se consideriamo le piccole e medie imprese. Sono proprio le aziende con meno dipendenti, ovvero la maggior parte del tessuto imprenditoriale italiano, a fare meno formazione, soprattutto a causa del tipo di investimento in termini di costo e tempo che richiede, ma anche per una certa storica riluttanza ad aprirsi al cambiamento.

Un cambiamento che deve essere prima di tutto culturale, nell'accettare, da parte delle aziende, che la formazione permanente sia un investimento redditizio e, da parte dei lavoratori, che qualsiasi mestiere oggi fa i conti con il progresso, la digitalizzazione e la globalizzazione.

In uno speciale pubblicato qualche mese fa, anche The Economist si è occupato della questione della formazione permanente, ben sintetizzando il tema: se la formazione non riesce a stare al passo con la tecnologia, il risultato è la diseguaglianza. Tra chi ha accesso alle innovazioni e chi ne è fuori, tra chi conosce i gusti della società e chi no, tra chi prevede il destino di un mestiere e chi si arrocca in posizioni fuori dal tempo.

Ecco perché l'Italia deve migliorare i propri dati sulla formazione, non solo numericamente, ma anche qualitativamente, affinché si possa recuperare chi è rimasto indietro ed evitare un enorme spreco di capitale umano e sociale che invece potrebbe essere valorizzato.