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Trend 12 Giugno Giu 2020 0654 12 giugno 2020

Coworking, ingressi scaglionati e app anti assembramento: come cambiano gli uffici dopo il Coronavirus

Anche dopo la fine del lockdown diverse aziende pensano a un “ufficio diffuso”: si lavora dalla sede, ma anche da casa e da spazi condivisi. I nuovi luoghi di lavoro post-Covid faranno anche molto affidamento sulle tecnologie

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Ci saranno cambiamenti effimeri, giusto il tempo di un’estate (o almeno si spera), e altri che invece ci dovremo portare dietro per molto più tempo. L’uscita dall’emergenza sanitaria per il coronavirus significa poter tornare a lavoro, ma non è tutto così immediato: le aziende si devono attrezzare per rendere gli ambienti di lavoro sicuri e aderenti ai protocolli anti-contagi.

Come cambieranno, allora, i nostri uffici dopo l’emergenza Covid?

Il principio cardine è quello del mantenimento delle distanze di sicurezza, regola attorno a cui si ritagliano, a seconda del tipo di ufficio, i vari adattamenti per gestire le riunioni, i turni, le pause pranzo e così via.

La svolta obbligata durante il lockdown è stata l’accelerata verso lo smart working, condizione che molte aziende hanno preferito mantenere anche al momento della riapertura. D’altra parte il lavoro a distanza consente, sul lungo termine, vantaggi non da poco da un punto di vista economico: meno postazioni (anche se ogni azienda dovrebbe farsi carico di fornire l’attrezzatura necessaria a chi lavora da casa) e dunque meno consumi, ma anche meno spazi necessari che significano meno metri quadri da affittare.

Le aziende pensano a una sorta di “ufficio diffuso”: non più un ambiente di lavoro centralizzato, ma una rete di cui fanno parte chi resta in sede, chi è operativo da casa e chi invece si collega da spazi messi a disposizione dalle strutture di coworking. Anche a rotazione

La possiblità di ridurre le postazioni si scontra però con l’esigenza di dover distanziare quelle di chi lavora in sede. Motivo per cui proprio in queste settimane diverse aziende stanno sperimentando una sorta di “ufficio diffuso”: non più un ambiente di lavoro centralizzato, ma una rete di cui fanno parte chi resta in sede, chi è operativo da casa e chi invece si collega da spazi messi a disposizione dalle strutture di coworking.

I numeri sembrano confermare questa tendenza, come raccontano da Copernico, la rete di coworking che raduna 800 aziende in Italia: “Solo nel mese di marzo abbiamo gestito richieste di 167 aziende che cercano di ristrutturare il proprio modo di concepire l'ufficio”. E proprio per gestire l’incremento di domande in Fase 2 la società ha creato WorkCare, un servizio ad hoc per offrire alle aziende progetti per adattarsi alle nuove normative.

Un caso simile, sempre in Italia, è quello di bnbworkingspaces.it, ideato dalla startupper Roberta D'Onofrio. Per capire di cosa si tratta si pensi a una sorta di airbnb del coworking: case che normalmente vengono affittate ai turisti per brevi soggiorni trasformate ora in uffici pronti ad accogliere lavoratori anche di aziende diverse.

Per evitare contatti con le superfici, la previsione è che si diffondano sempre più tecnologie contactless e assistenti vocali

Ma anche se andremo di meno in ufficio, ci sono dei cambiamenti che dobbiamo aspettarci all’interno degli spazi di lavoro.

I nuovi uffici, con molta probabilità, avranno una maggiore presenza di strumenti tecnologici. Per evitare contatti con le superfici, la previsione è che si diffondano sempre più tecnologie contactless e assistenti vocali. Inoltre, l’organizzazione a turni, con alcuni lavoratori da remoto e altri in ufficio, necessita di piattaforme dedicate.

Ma al ritorno negli uffici si avrà a che fare anche con app e sensori che monitorano la qualità dell’aria, lo stato di salute dei dipendenti e il rispetto del distanziamento e i flussi (qui l'esempio della piattaforma iComfort). Qualche azienda ha già sviluppato internamente la propria applicazione. Il gruppo Generali, ad esempio, doterà i propri lavoratori di un’app che permetterà di ordinare il pranzo alla scrivania e di monitorare gli spostamenti in modo da evitare assembramenti in entrata e in uscita.

Un problema in più lo avranno le aziende che lavorano in grattacieli o comunque palazzi molto alti. Impossibile rinunciare all’ascensore

Inoltre, con l’arrivo dell'estate, non sarà certo scontato l’utilizzo dell'aria condizionata, potenziale veicolo di trasmissione del virus. Al momento non sono previsti divieti, ma raccomandazioni. La Società italiana di medicina ambientale, per esempio, ha dettato alcune regole per l’utilizzo senza rischi dei condizionatori: pulire i filtri, igienizzare le parti esposte, sanificare i motori esterni e puntare gli “split” non direttamente verso le persone, ma preferibilmente verso l’alto.

Attenzione, poi, alle pause pranzo e i break per caffè e sigarette. Quanto alle prime, almeno in una prima fase dovremo abituarci a consumare i pasti da soli o comunque in tavoli che garantiscano ampie distanze. Per le seconde, bisogna tenere presente che il passaggio per i corridoi verso i terrazzi o le macchinette delle bevande riduce la possibilità di distanziarsi in caso si incroci qualche collega, perciò sarà opportuno indossare sempre la mascherina.

Un problema in più lo avranno le aziende che lavorano in grattacieli o comunque palazzi molto alti. Impossibile rinunciare all’ascensore, certo, ma non si può rischiare il continuo su e giù di 5 o 6 persone tutte insieme in un paio di meti quadri. Alcuni, come Intesa San Paolo, hanno imposto il numero massimo di 4 persone alla volta, ognuna in piedi a un angolo dell’ascensore in modo da avere un metro di distanza. Si può fare, ma il rischio è quello che all’ora di entrata e di uscita si creino “code” di persona in attesa. Una possibile soluzione, utile anche a prevenire altri potenziali assembramenti, è quello di scaglionare gli ingressi, prevedendo per esempio di fare iniziare la giornata lavorativa a distanza di 10 o 15 minuti ad alcuni gruppi di persone.

Ovviamente, all’arrivo troveranno tutti un dispenser di gel igienizzante: la prima piccola modifica a cui sono state obbligate le aziende e, probabilmente, l’ultima a cui dovranno rinunciare.

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