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Orientare Il Caso 15 Marzo Mar 2019 0730 15 marzo 2019

Davide Casaleggio: il lavoro sparirà nel 2054. Ma sarà vero?

Fra trent’anni lavoreremo per l’1% del tempo. Lo scenario sembra disegnato con precisione matematica, ma la previsione viene giudicata inaffidabile. L’analisi dell’economista dell’Ocse Garnero

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Balzo in avanti di tre decenni: corre l’anno 2054. La Terra è ben più calda di quanto lo era nel 2019, le auto a guida autonoma viaggiano ormai in prevalenza sulle strade, il cibo che mangiamo è prodotto quasi completamente in laboratorio. Ma soprattutto lavoriamo soltanto l’1% del nostro tempo. O almeno così sostiene la Casaleggio Associati, società di consulenza digitale fondata da Gianroberto Casaleggio, che ha fatto questa previsione.

Riavvolgiamo quindi il nastro. Che in generale vi piaccia o meno il mondo nel 2054, quella del lavoro è una previsione che scuote ogni riferimento di vita attuale, perciò vale la pena rifletterci sopra. Perché se per alcuni questo sembrerà un disastro, il quadro delineato da Casaleggio è ottimistico. Su cosa si basa questa previsione? E soprattutto (visto che il futuro, nel 2019, ancora non lo possiamo prevedere) sarà davvero così?

Sul sito della società, Casaleggio ha spiegato in un video quali meccanismi dovrebbero sottendere il cambiamento. Cerchiamo di dirla in due parole: nel 2054, con l’evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, l’automatizzazione dei processi di produzione e la conseguente estinzione di molti lavori avranno raggiunto livelli tali da interessare praticamente qualsiasi settore, dalla ristorazione alla sanità. Il concetto della produttività avrà ormai investito ogni ambito della vita umana. Il problema? I benefici di ogni sforzo in questo senso andranno sempre più nella direzione del capitale e sempre meno in quella del lavoratore.

Tutto ciò provocherà una disoccupazione crescente e di massa, soprattutto in quei Paesi che avevano puntato tutto sulla manodopera a basso costo. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi porterà allora a proteste globali, per cui si deciderà di tassare la ricchezza prodotta dai robot per redistribuirla tra la popolazione, instaurando un regime di reddito di base universale. Non lavoreremo, dunque, non solo perché molti lavori si saranno estinti, ma anche perché non avremo bisogno di lavorare: gli unici impieghi saranno quelli dove si preferisce il “tocco umano” rispetto all’operato di una macchina. Il lavoro, nel 2054, sarà aiutare gli altri, ovvero quello che una volta si chiamava volontariato, spiega la Casaleggio.

È vero che il trend globale di una riduzione dei tempi di lavoro è in atto, però non c’è nessuna base per dare indicazioni precise

Andrea Garnero, economista dell’Ocse

Sulla carta, il quadro sembra disegnato con sicurezza matematica. In realtà, però, la visione di Casaleggio è stata additata da più parti di semplicismi e inaccuratezze. Perché dovrebbe trattarsi per forza del 2054? E perché dovremmo lavorare l’1% del nostro tempo e non il 2 o il 3%? «Analisi simili hanno precedenti ben più autorevoli di Casaleggio, a partire da Keynes. È vero che il trend globale di una riduzione dei tempi di lavoro è in atto, e però non c’è nessuna base per dare indicazioni precise. Se vogliamo fare un dibattito serio, possiamo dire che il futuro lo vedremo solo vivendo. Però possiamo contribuire a disegnarlo oggi. Il futuro non è inesorabile » spiega Andrea Garnero, economista dell’Ocse.

Se i numeri contenuti nel video sono naturalmente simbolici e pensati per raccontare in maniera sintetica ma eloquente la direzione verso cui ci stiamo muovendo, comunque la visione di Casaleggio, secondo Garnero, rimane limitata. Soprattutto perché basata su un ragionamento che guarda solo a uno di tre meccanismi, in particolare «quello della sostituzione, dove i robot iniziano a svolgere funzioni che prima svolgevano gli esseri umani, togliendo loro il lavoro».

In realtà, però, i fattori che influenzano la creazione e la distruzione di posti di lavoro nel lungo periodo sono ben più numerosi. A partire dagli altri due fenomeni citati da Garnero: «Il primo meccanismo è quello della produttività, perché l’automazione consente l’aumento della produttività e della ricchezza nei settori che adottano nuove tecnologie», spiega lo studioso. Il secondo meccanismo, invece, «è quello degli spillover: i guadagni di produttività in un settore si riversano in altri settori che non hanno quella tecnologia, stimolando ulteriori guadagni di produttività. Questi due meccanismi permettono ai consumatori di avere più soldi e tempo a disposizione per “inventarsi” nuovi bisogni e nuove domande».

È ormai risaputo che l’innovazione tecnologica crea almeno tanti (se non di più) nuovi posti di lavoro quanti sono quelli che manda in pensione. Il vero problema del futuro, quindi, non sarà tanto la mancanza di lavoro, quanto la scarsità di posti di lavoro di qualità. Spiega a questo proposito l’esperto: «Anche prima del 2054 il mercato del lavoro si polarizzerà: da un lato lavori splendidi e ben pagati, dall’altro lavori che così non sono. Da un lato ci sarà chi avrà la possibilità di fare questi lavori, dall’altro chi non ce l’ha».

Il problema non è la disoccupazione tecnologica, ma la difesa della dignità del lavoro, la mobilità sociale e l’investimento in formazione continua

Andrea Garnero, economista dell’Ocse

Se è vero che l’avanzamento di tecnologie sempre più complesse contribuirà all’acuirsi delle disuguaglianze, d’altra parte il mix tra competenze soft e hard e la crescente liquidità delle professioni chiamano a nuove figure che si spenderanno in più ambiti, e per questo avranno competenze molto più vaste e articolate rispetto ai mestieri classici. Un ruolo chiave, in questo senso, lo giocherà la formazione: «Non si potrà essere tutti ingegneri», spiega Garnero, perciò non ha senso «ossessionarsi sulla necessità di avere curricula che già oggi disegnino i lavori che avremo fra vent’anni. Guidare le persone e informare sulle tendenze del mercato del lavoro non significa che tutti debbano fare il lavoro che è richiesto oggi, ma insegnare un set di competenze tecniche e trasversali e soprattutto insegnare a imparare di continuo».

Contrariamente a quanto sembra prospettare Casaleggio, dunque, non tutto si riduce a quel processo di transizione tecnologica di cui già siamo testimoni oggi. «Il problema non è la disoccupazione tecnologica, ma la difesa della dignità del lavoro, la mobilità sociale e l’investimento in formazione continua. Come pensiamo di crescere quando lavora un giovane su tre di coloro che vorrebbero? E le donne? Tra fattore umano e capitale abbiamo molte potenzialità, ma ancora grossi ostacoli culturali», puntualizza Garnero.

E non sarà un reddito di base a risolvere tutti i problemi, né oggi né nel 2054. Piuttosto, bisognerebbe concentrarsi sulle sfide più attuali e impellenti: «La sfida delle politiche pubbliche e delle parti sociali non è provare a incasellare nelle categorie opposte di lavoratori dipendenti o autonomi quella zona grigia che si è creata, ma estendere anche la protezione sociale che oggi è riservata ai lavoratori dipendenti anche alla zona grigia», conclude Garnero. «Riscaliamo le ambizioni al 2025, abbiamo sfide importanti, e il problema non è la disoccupazione tecnologica. Se non riusciamo a prepararci per la settimana prossima, come facciamo a parlare del 2054?».

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