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Orientare
Intervista Doppia 1 Marzo Mar 2021 0704 1 marzo 2021

Algoritmo, non sarai il mio capo

Secondo i giuristi Antonio Aloisi e Valerio De Stefano, il futuro del lavoro si decide adesso, nel campo delle nuove relazioni tra aziende, lavoratori e algoritmi. Serve un sistema orientato sulla fiducia, non più sul controllo

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Automazione, algoritmi, piattaforme, smart working: sono alcuni dei termini attorno a cui ruotano tanto la trasformazione del lavoro, quanto gran parte delle paure sociali legate a quella trasformazione. Paure che l'automazione cancelli l'occupazione, che gli algoritmi arrivino a governare ogni nostra decisione. Paure che le piattaforme scardinino interi settori produttivi e, da ultimo, che lo smart working frammenti l'universo dei servizi e del lavoro cognitivo. Eppure, «non esistono tecnologie buone e tecnologie cattive in sé», spiegano Antonio Aloisi e Valerio De Stefano. Al contrario, «esistono usi distorti e usi consapevoli delle invenzioni e delle innovazioni». Anche nel mondo del lavoro. Proviamo a guardare dentro questi usi con Aloisi e De Stefano, docenti di diritto del lavoro, il primo all'Università di Madrid e il secondo a Lovanio e autori del recente volume edito da Laterza Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano.

Salvare l'innovazione da se stessa

In un mondo già trasformato dalla digitalizzazione, l’innovazione – scrivete nel vostro libro – va in qualche modo salvata da se stessa…
Aloisi: È importante reagire a una retorica oramai pervasiva anche rispetto alla inevitabilità di alcune tecnologie. Per salvare la tecnologia da questa retorica, ossia da sé stessa, dobbiamo spostare il campo di riflessione e dibattito. Bisogna imparare a negoziare sulle tecnologie, in particolare sugli algoritmi.

Negoziare con gli algoritmi è un'altra formula ricorrente, che cosa significa?
De Stefano: Le parti sociali dovrebbero sedersi attorno a un tavolo e ridiscutere l’organizzazione del lavoro in questa fase di profonda trasformazione. Il futuro del lavoro, per quanto innovativo, tecnologico o rivoluzionario altro non è che una necessaria reinvenzione dei processi, dei ruoli e delle mansioni oltre che dei sistemi di controllo. Per cui con questa espressione “contrattare l’algoritmo” vogliamo spingere a pensare diversamente questa reinvenzione dei processi di lavoro.

Perché la trasformazione va discussa, capita, pensata e negoziata?
Aloisi: La trasformazione passa da noi, non c’è nulla di predeterminato o di neutrale. Le recenti sentenze sulle piattaforme digitali vanno in questa direzione: non esistono tecnologie neutrali, esistono però delle prospettive positive aperte da queste e altre tecnologie.

Antonio Aloisi e Valerio De Stefano

Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano (Laterza, 2020)

Si tratta, in sostanza, di portare i lavoratori, i manager e le imprese al tavolo su cui si discutono le traiettorie di questa trasformazione. Per farlo c’è bisogno di investire in questa negoziazione collettiva moderna.

Questo rapporto non fatalista con l’innovazione e la tecnologia ci porta direttamente alla questione del futuro del lavoro. Se ne discute in termini ancora troppo generici e catastrofisti?
De Stefano: Il futuro del lavoro non è qualcosa che semplicemente accade, ma qualcosa che costruiamo. Attenzione, però: il futuro del lavoro è determinato da ciò che succede ora. Quando abbiamo iniziato a occuparci delle piattaforme, pochi si interrogavano sul loro impatto sul mondo e sul diritto del lavoro. Era un tema di antitrust o di regolamentazione della logistica. Oggi, al contrario, avendo posto anche criticamente la questione, un tema come quello dei dei diritti del lavoratore delle piattaforme è diventato centrale. Lo è diventato anche per le aziende, non a caso è l’ambito in cui le piattaforme investono di più, per evitare ricadute giuridiche per loro negative. Il punto è che, ponendo la questione, la questione diventa ineludibile ed è a quel punto che possiamo iniziare a ridisegnare, insieme. il profilo del lavoro che verrà.

Aloisi: In questi ultimi tempi è cambiato anche il livello di attenzione da parte dell’opinione pubblica e da parte del legislatore rispetto alle tematiche del lavoro legate alla sua digitalizzazione. Si parla oramai di techclash, un’espressione che potremmo tradurre così: “contraccolpo dell’innovazione”. Una sorta di insofferenza critica, dopo l’ubriacatura iniziale, che ha trasformato il nostro in un momento e in un atteggiamento propizio per discutere del futuro del lavoro e riconfigurarlo assieme.

La pandemia ha impresso un’accelerazione delle trasformazioni del sistema-lavoro e, forse, ci ha fatto capire anche le fragilità di quel sistema…
De Stefano:
La pandemia è un’emergenza, non può diventare un paradigma. Il lavoro da casa attivato durante la pandemia non è smart working, ma il suo contrario. È una situazione di cogenza e restrizione della nostra libertà, giustificata da una situazione molto grave. Tutto qui, Mentre il vero smart work è caratterizzato da una forte componente di libertà. Per fare smart work devono essere presenti determinate condizioni. La prima è un’infrastruttura tecnologica efficiente e stabile. La seconda condizione è che dobbiamo cambiare il modo in cui si percepisce il lavoro e, in particolare, il lavoro subordinato. Un lavoro subordinato ancora oggi (e questo va in conflitto con la logica smart) molto spesso concepito come controllo e monitoraggio continuo del lavoratore. Per fare smart work bisogna invece aumentare l’autonomia delle persone, sempre in un quadro di lavoro subordinato, affidandosi a processi nuovi e orientandosi a risultati fattibili.

Spesso il controllo e la valutazione dei risultati rimangono una chimera…
De Stefano: Proprio perché – ed è più un problema aziendale – va cambiato il modo di responsabilizzare e valutare i lavoratori.

Oggi il termine “piattaforma” è diventato quasi un passepartout, ma che cosa significa tecnicamente “lavorare per una piattaforma”?
Aloisi: Anche alla luce delle definizioni che sono state, per così dire, vidimate dalle istituzioni europee per lavoro tramite piattaforma si intendono due categorie: i sistemi in cui si prestano servizi concreti nel mondo reale (in questo caso si tratta di lavoro a chiamata tramite piattaforma) o i servizi da remoto (crowdworking di lavori cognitivi che possono essere svolti anche non in presenza). In alcuni casi si tratta di una nuova forma di intermediazione di lavori molto tradizionali – dalle consegne alle pulizie, dalla consulenza legale a quella commercialistica –, l’elemento nuovo è l’intermediario invisibile, ovvero l’infrastruttura digitale.

Il vero smart work è caratterizzato da una forte componente di libertà: servono un’infrastruttura tecnologica efficiente e stabile e una nuova concezione del lavoro.

Valerio De Stefano

Ma ciò che è urgente da considerare è la combinazione di due elementi ulteriori. Primo elemento: l’eccessiva capacità di dominio di certe piattaforme, che sono in grado di organizzare la prestazione ma anche di controllarla tramite algoritmi e di sanzionarla là dove non la ritengano conforme con quanto pattuito. Secondo elemento: a fronte di questi poteri, tutte le piattaforme nelle loro note legali contrattuali considerano i lavoratori come prestatori di lavoro autonomo. Inseguendo questo miraggio di autonomia ci si ritrova in una situazione diametralmente opposta rispetto a quella di partenza.

Ovvero?
Aloisi: Ovvero si cade in un un modello che, anziché garantire autonomia estrema produce estrema subordinazione. Se le dimensioni del lavoro tramite piattaforma sono, ad oggi, ancora contenute (gli studi più accreditati lo classificano tra l’1% il 4% della popolazione attiva in Europa), le criticità tipiche del lavoro tramite piattaforma si stanno allargando a tutti i settori. Il lavoro tramite piattaforma oltre ad essere un fenomeno problematico in sé sta anche operando come terreno di sperimentazione di alcune tendenze che oggi vediamo consolidarsi in settori sempre più ampi.

Orientarsi tra piattaforme e lavoro

Le piattaforme si legano spesso al tema di quanti posti di lavoro verranno persi a causa delle stesse piattaforme o della digitalizzazione estrema...
De Stefano: Questa retorica ci ha portati a parlare troppo di quanto lavoro è stato o sarà perso e troppo poco di quanto e quale lavoro abbiamo. Per questo abbiamo usato la formula "contrattare l'algoritmo", per riflettere oggi, discutere oggi, intervenire oggi e configurare, nel lavoro di oggi, il lavoro di domani.

La trasformazione passa da noi, non c’è nulla di predeterminato o di neutrale: non esistono tecnologie neutrali, esistono però delle prospettive positive aperte da queste e altre tecnologie.

Antonio Aloisi

Le nuove relazioni industriali dovranno entrare direttamente nella black box dell'algoritmo?
De Stefano: Come il termine "innovazione", anche "algoritmo" spesso è usato a sproposito. Funziona, attira, se ne parla ma si capisce poco di cosa si celi dietro il sistema degli algoritmi applicati al lavoro. Molto spesso, anziché veri e propri algoritmi, abbiamo a che fare con applicazioni rudimentali. C'è, però, un grande tema che il lavoro da remoto ha amplificato: il tema del controllo. Il lavoro da remoto ha rappresentato la tempesta perfetta per molti distributori di software che si sono nottetempo reinventati come produttori di sistemi di monitoraggio dei lavoratori.

Aloisi: Anche in questo caso si verifica un doppio paradosso. Nella promessa iniziale, la tecnologia avrebbe dovuto semplificarci la vita, non aumentare lo stress, la misurazione, lo spacchettamento delle mansioni o l'ansia del controllo. Dall'altro lato, questa retorica del controllo rischia di essere dannosa per le stesse imprese che le mettono in atto. I dati cominciano a essere consolidati: il focus così stringente sul controllo finisce per ridurre la produttività. Si fissa così un obiettivo - la produttività - ma si raggiunge l'obiettivo opposto. Ecco allora che delegare a un algoritmo o a un rapporto "server-padrone" un tema che è relazionale e di fiducia rischia di non far realizzare quelle buone promesse di cui, comunque, la tecnologia è strumento e mai fine.

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