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Intervista Doppia 3 Giugno Giu 2020 0716 3 giugno 2020

Decreto Dignità: è arrivato il momento di cambiarlo?

Ne abbiamo parlato con Pierangelo Albini, direttore area Lavoro di Confindustria, e Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto della Cisl. Ecco il punto di vista del sindacato e degli imprenditori

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Il “decreto dignità”, annunciato come il provvedimento che avrebbe abolito la precarietà, ha invece restituito un quadro molto diverso. A novembre 2019, un anno dopo la sua introduzione, i numeri dicono altro. La crescita dei contratti a tempo indeterminato si è arrestata, mentre aumenta il turn over di quelli a termine. Con la relativa perdita di posti di lavoro. Un bilancio infelice che, con la crisi del Covid-19, è destinato ad aggravarsi. Per il momento, il decreto rilancio, per far fronte all’auspicabile riavvio delle attività, ha consentito la possibilità di rinnovare o prorogare, fino al 30 agosto, i contratti a termine in essere al 23 febbraio 2020 in assenza delle motivazioni (causali) introdotte dal decreto dignità. Il rischio, secondo i calcoli dei tecnici del ministero dell’Economia, è che si sarebbe potuti arrivare a 1 milione di nuovi disoccupati entro agosto. Nel frattempo, il governo è al lavoro su ulteriori deroghe in modo da adattare la normativa contrattuale alla crisi che si prospetta all’orizzonte.

Ma è arrivato il momento di cambiare per sempre il decreto? Ne abbiamo parlato con Pierangelo Albini, direttore area Lavoro di Confindustria, e Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto della Cisl, in una intervista doppia in cui viene fuori il punto di vista del sindacato e quello degli imprenditori.


Qual era il suo giudizio sul Decreto Dignità prima del Covid?
Albini:
Come Confindustria, l’abbiamo detto chiaramente, il nostro giudizio era negativo perché la misura interveniva in maniera pregiudiziale sui contratti a termine. Combatteva una logica diametralmente opposta al senso comune, perché più un rapporto con una persona dura nel tempo, più è facile che si consolidi e stabilizzi. È stata fatta una scelta di campo diversa, in cui anche la somministrazione è vista come un male che va combattuto. L’idea che i contratti a tempo determinato andassero limitati, e che riducendone la durata si riducesse la precarietà, mi è sempre parsa una ricetta sbagliata. Perché introdurre vincoli e limitazioni sui contratti a termine avrebbe fatto crescere le false partite Iva e le co.co.co, che spesso mascherano un rapporto di lavoro subordinato. Del resto, i rapporti di durata limitata da qualche parte vanno a sfogarsi, e così ci siamo ritrovati al punto di partenza.

Sbarra: Sin dall’approvazione del decreto dignità come Cisl abbiamo espresso un giudizio critico non tanto sull’idea di prevedere causali per assumere un lavoratore a termine o in somministrazione, quanto sul fatto che tali causali siano individuate rigidamente dalla legge, senza alcun ruolo della contrattazione collettiva. Invece è proprio a livello di contrattazione aziendale che si può bilanciare l’esigenza di monitorare eventuali abusi con l’esigenza di flessibilità da parte dell’azienda: un sindacato attento in azienda è perfettamente in grado di stabilire se in un certo momento le assunzioni a termine che una azienda vuole effettuare corrispondano a un bisogno reale di flessibilità oppure no. E in ogni caso stiamo parlando di istituti che prevedono piena parità di trattamento con i lavoratori a tempo indeterminato. L’altra criticità è stata aver previsto un contributo addizionale dello 0,5% della retribuzione per ogni rinnovo.


Che cosa significa, ora, la sospensione delle causali previste dal decreto rilancio?
Sbarra:
Significa che il decreto rilancio ha stabilito che è possibile rinnovare o prorogare fino al 30 agosto 2020 i contratti a tempo determinato in essere al 23 febbraio 2020 anche in assenza delle causali. Questa deroga temporanea al decreto dignità è una misura sulla quale la Cisl ha molto insistito, per favorire la continuità occupazionale di moltissimi lavoratori, benché l’avere specificato che deve trattarsi di contratti “in essere alla data del 23 febbraio” ne riduce notevolmente la portata, in quanto restano esclusi i contratti scaduti prima del 23 febbraio e quelli stipulati dopo, si può solo prorogare o rinnovare contratti già in essere a quella data. Nella nostra lettura, la norma si riferisce anche ai contratti di somministrazione, ma sarebbe bene chiarirlo scrivendo meglio la norma in fase di conversione in legge. Non è chiarissimo, poi, se il 30 agosto sia la scadenza ultima dei contratti prorogati o rinnovati oppure, e questa lettura sembra più convincente, la data ultima a partire dalla quale si possono prorogare o rinnovare i contratti senza le causali. Anche questo andrebbe chiarito.

Albini: Questo intervento è emergenziale. Il governo ha già dichiarato di accettare le misure proprio in questa logica. Non si tratta di un ripensamento della scelta fatta con il decreto dignità, ma semplicemente di andare incontro alle condizioni denunciate anche dal sindacato, dove per via del blocco delle attività la cassa integrazione non avrebbe consentito di mantenere i contratti a termine che sarebbero arrivati in scadenza e che avrebbero determinato la fine dei rapporti di lavoro. Ma è una logica emergenziale.


In questo momento di crisi quali sono i rischi maggiori per i lavoratori?
Albini:
Noi avevamo già una serie di difficoltà prima della pandemia, questa ha ulteriormente aggravato una situazione già difficile. Bisogna sempre nutrire la speranza che ci sia una rapida ripresa, ma considerando che tutti ipotizzano una forte contrazione nella crescita del Pil, si potrebbe arrivare a perdere il 3% di occupazione. Questo è un grosso problema perché non abbiamo strumenti di integrazione al reddito universali. Si porrà un duplice problema: accompagnare le imprese in difficoltà a riprendere il normale ciclo produttivo, sapendo che c’è una parte di economia che non ripartirà, e dall’altra avremo crisi occupazionali che non si possono affrontare solo con il divieto di licenziamento e il finanziamento di ammortizzatori sociali. Dovremo investire su quei fattori che rendono possibile la creazione di lavoro. Finora ci siamo sempre concentrati sul posto di lavoro, ora è indispensabile concentrarsi sui lavoratori e sul lavoro.

Sbarra: I rischi per i lavoratori ai quali scade un contratto a termine o in somministrazione sono evidenti: è molto arduo in questa fase trovare un nuovo lavoro. Quindi almeno consentire temporanemente ai datori di lavoro che ne hanno l’intenzione di prorogare o rinnovare questi contratti, senza dover indicare le rigide causali di legge, può senz’altro aiutare.

Che fare ora sul Decreto Dignità?
Sbarra:
La nostra idea resta sempre la stessa. Bene la sospensione delle causali, ma è temporanea e interviene solo su proroghe e rinnovi di contratti già in essere. Siamo invece convinti che servano due modifiche a regime al decreto dignità. In primo luogo, dare la possibilità ad accordi aziendali siglati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale di individuare contrattualmente causali ulteriori rispetto a quelle di legge che consentano all’azienda di assumere a termine, anche in somministrazione. Inoltre va eliminato il contributo addizionale dello 0,5% previsto per ogni rinnovo dei contratti a tempo determinato e in somministrazione.

Albini: Dovremo affrontare diverse fasi, cercare di circoscriverle temporalmente e trovare gli strumenti da utilizzare per ciascuna di esse. Il decreto rilancio ha un’estensione fino alla fine di settembre, però questa seconda fase è a geometria variabile. Sappiamo che con l’andar del tempo alcune imprese potrebbero non avere la copertura della cassa integrazione, ma al tempo stesso non potranno licenziare. La fase tre, quella che a partire dall’autunno durerà circa un anno o anno e mezzo, si porterà dietro processi in parte iniziati prima, come la digitalizzazione, ed anche le code della pandemia. Bisogna pensare a strumenti diversi per le tante questioni che abbiamo, compreso il decreto dignità. Tutti i governi quando regolano il mercato del lavoro azionano la leva dell’ingresso, oppure quella dell’uscita. A me pare che questa rigidità si stia mantenendo in entrambi i sensi, ma il punto sarà rendere più facile l’ingresso nel mercato del lavoro. Non penso che assisteremo a un cambio di rotta da parte del governo, però mi auguro che si faccia di tutto per dare alle imprese la flessibilità che può consentire alle persone di lavorare, mettendo da parte le questioni ideologiche.


Quali proposte concrete suggerirebbe?
Albini:
Molte persone perderanno il lavoro. Dobbiamo mettere in campo un grande progetto perché qualcuno le aiuti a ricollocarsi. In questo decreto c’è una misura che prevede di ridurre l’orario di lavoro senza ridurre il salario. Ma questa è una misura sbagliata. Preoccupiamoci prima delle necessità. Servono risorse per fare formazione a quelli che hanno perso il lavoro o rischiano di perderlo. Bisogna cominciare a parlare seriamente di politiche attive. Vanno incentivati i meccanismi delle aziende che elaborano doti per i lavoratori quando programmano di ridurre gli organici e va alleggerito il carico contributivo di chi assume nelle condizioni attuali. Infine, bisogna evitare di demonizzare le società di somministrazione, perché non essendoci in Italia un sistema di collocamento pubblico che ha una vera conoscenza del mercato e dei bisogni delle imprese, sono l’unico soggetto in grado di trovare e formare le professionalità che servono. Le cose da fare non sono così lontane dalle nostre possibilità, ma bisogna guardare ai bisogni. Basta con le battaglie di tipo ideologico.

Sbarra: Bisogna sbloccare subito gli investimenti, ridare un grande respiro espansivo all’economia nazionale. In concreto, vuol dire agire sui nodi che da tanti anni frenano crescita e sviluppo: far partire i cantieri infrastrutturali, riqualificare le reti digitali e sociali, incentivare ricerca e innovazione, rilanciare scuola e pubblica amministrazione. E poi puntare al riscatto sociale e produttivo del Mezzogiorno, e realizzare coesione con un grande piano contro la povertà, una nuova legge sulla non autosufficienza e l’alleggerimento del carico fiscale sui redditi medi e popolari da lavoro e da pensione. Occorre dare protagonismo al lavoro, metterlo al centro dei processi di sviluppo secondo un modello di relazioni sociali e industriali che coniughi la produttività alla solidarietà attraverso nuove forme avanzate di partecipazione e democrazia economica. Per raggiungere questi obiettivi e governare bene gli epocali cambiamenti in atto serve un nuovo patto sociale, con l’apertura di una stagione di stabile cooperazione tra parti sociali e istituzioni.

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