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Ispirare Best Practice 22 Novembre Nov 2019 0731 22 novembre 2019

Dalla mafia alla comunità: quando dai beni confiscati si crea lavoro

Aziende vinicole, ristoranti, hotel: da Nord a Sud sono centinaia le attività avviate dove prima dominavano i clan mafiosi. Ecco qualche storia

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Oltre 23mila beni confiscati, di cui circa 14mila restituiti alla comunità. La lotta alla mafia passa anche dal sequestro di terreni, aziende e immobili di proprietà dei clan, che grazie a una legge del 1996 vengono assegnati di volta in volta ad associazioni, enti o istituzioni che si occupano di dare utilità sociale a quel bene. Ma al fianco di strutture sanitarie, di accoglienza o di cultura, ogni anno nascono anche decine di nuove attività produttive, aziende sane che germogliano dove prima dominavano le mafie. E così il contrasto alla criminalità diventa occasione per creare lavoro.

Qualche numero al riguardo lo ha elaborato l'associazione Libera nel suo rapporto BeneItalia: su 70 esperienze di “riqualificazione” analizzate, si accertano ben 403 dipendenti, oltre a 1.421 volontari. Se, come detto, i beni confiscati già restituiti alla comunità sono circa 14mila, una stima spannometrica ci restituisce migliaia di posti di lavoro creati.

Di esempi virtuosi in questo senso ne è piena l’Italia, da Nord a Sud.

A Scafati (Salerno), per esempio, un terreno confiscato alla malavita oggi si chiama Fondo agricolo “Nicola Nappo” e qui l'Ats “Terra Viva” ha appena messo in vendita 3.000 bottiglie di passata di pomodoro San Marzano Dop, ricavate dai 30 quintali messi a produzione. Davvero niente male, e non è finita qui. Come annuncia il segretario generale Flai Cgil Campania, Giuseppe Carotenuto, i progetti sono ancor più ambiziosi: “Sono già partite le coltivazioni del cipollotto nocerino, dei finocchi, delle scarole e dei fiarielli. E si sta anche procedendo con la coltivazione dei mille alberi da frutto piantati nei mesi scorsi”.

Sempre a proposito di prodotti alimentari, un altro caso esemplare è quello della Nuova Cucina Organizzata. Nome che fa il verso alla Nuova Camorra Organizzata, a testimonianza di come il clan di “Sandokan” Schiavone controllasse il centro Don Milani a Casal di Principe (Caserta). All’interno di quella struttura, dal 2015 Peppe Pagano gestisce questo ristorante, pizzeria e servizio di catering, diventato sempre più grande dando lavoro a un centinaio di persone, compresi donne e uomini da reinserire nella società.

Su 70 esperienze di beni confiscati analizzati, l'associazione Libera ha registrato 403 nuovi posti di lavoro

Da una cucina all'altra, ma questa volta a Nord. Una nuova occasione di lavoro è il recupero dei locali dell’ex ristorante Wall Street di Lecco, per anni sede di incontri dei clan. Confiscato nel 1996, per oltre vent'anni i locali sono rimasti senza nuovo uso, finché nel 2017 è stata aperta la pizzeria Fiore – cucina in libertà, che si è presentata come “un progetto di startup di imprenditoria sociale” con particolare attenzione “alla cultura della legalità, dell'accoglienza e dell'insediamento lavorativo di persone svantaggiate”.

E che dire del Gran Hotel Gianicolo di Roma, sequestrato nel 2013 alla famiglia Mattiani. Diciannove persone lavoravano al nero nella struttura, che sembrava destinata alla chiusura. Ma grazie al loro lavoro e all’aiuto dell’amministratore giudiziario Ersilia Bartolomucci, l’hotel si è salvato ed è stato affidato alla guida di Giuseppe Ruisi. Quei diciannove lavoratori sono stati tutti messi in regola e a loro si sono aggiunte altri due. E l’hotel si è finalmente meritato le quattro stelle.

A San Cipirello (Palermo) opera invece l’azienda vinicola Centopassi, aperta ormai dieci anni fa. In un terreno un tempo feudo dei boss corleonesi, è stata realizzata una vasta coltivazione di viti, che ogni anno garantisce una produzione tra le 150mila e le 200mila bottiglie di biano e di rosso. Un’azienda sempre più solida che ha già raccolto diversi premi per la qualità del suo vino.

Tornando al Nord, va citato il caso virtuoso dell’Osteria Tela, a Rescaldina (Milano). In quegli stessi locali i clan si incontravano e gestivano una pizzeria, oggi invece lavorano dieci persone (di cui tre svantaggiate) a tempo indeterminato dopo che nel 2014 un gruppo di associazioni e cooperative ha vinto un bando per riutilizzare gli spazi. In più, ’'osteria si è aperta anche alle scuole, ricevendo i ragazzi dell’alternanza scuola lavoro. Ai quali si potrà raccontare, magari, come si restituisce alla società un bene che prima era di un clan.

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