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Orientare Trend 12 Giugno Giu 2017 1058 12 giugno 2017

Che differenza c’è tra un inattivo e un disoccupato? Guida a una corretta lettura dei dati sul lavoro

In un periodo di disoccupazione galoppante, siamo sommersi dalle statistiche sull’occupazione. Ma siamo sicuri che i dati ce la raccontino giusta? Una breve guida per non perdersi tra equivoci e interpretazioni errate

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Se il tasso di disoccupazione giovanile è al 34%, vuol dire che i ragazzi senza un lavoro in Italia sono il 34%? E se la disoccupazione cresce, è per forza una notizia negativa? Non proprio. I dati Istat sul lavoro non sono così semplici da leggere e necessitano di alcune precisazioni.

Partiamo dalle parole. Gli occupati sono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro retribuito (non retribuito nel caso in cui si tratti della ditta di un familiare). I disoccupati sono coloro, tra i 15 e i 74 anni, che nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento hanno mandato un curriculum o fatto un colloquio. Insomma, si sono mossi per cercare un lavoro. Gli inattivi invece non fanno parte della forza lavoro e non sono né occupati né disoccupati, nel senso che non hanno un lavoro e non lo cercano neanche.

Ora, quando diciamo che il tasso di disoccupazione in Italia è del 12%, non significa che il 12% degli italiani non ha un lavoro, ma che il 12% della forza lavoro (occupati e disoccupati) cerca un lavoro ma non lo trova. La percentuale è in rapporto alla forza lavoro. Il tasso di occupazione e quello di inattività (e attività) vengono invece calcolati in rapporto alla popolazione di riferimento.

Anche per il tasso di disoccupazione giovanile, riferito alla fascia tra i 15 e i 24 anni, la percentuale va rapportata al numero di chi cerca lavoro. Se il tasso di disoccupazione giovanile è al 34%, quindi, non vuol dire che il 34% dei ragazzi in Italia è senza lavoro

Per leggere correttamente i dati sul lavoro, però, vanno presi in considerazione anche gli inattivi. Se la disoccupazione diminuisce, non significa per forza che ci siano più persone occupate. È possibile infatti che la disoccupazione diminuisca per effetto di un aumento del tasso di inattività, con il passaggio degli individui da una condizione di ricerca attiva del lavoro a una condizione di scoraggiamento e non ricerca. Allo stesso modo, se la disoccupazione sale, non è detto che per forza l’occupazione debba scendere. Un aumento della disoccupazione può essere accompagnato da una diminuzione dell’inattività e quindi può essere anche una buona notizia, visto che persone prima scoraggiate si sono messe alla ricerca di un lavoro.

Anche per il tasso di disoccupazione giovanile, riferito alla fascia tra i 15 e i 24 anni, la percentuale va rapportata al numero di chi cerca lavoro. Se il tasso di disoccupazione giovanile è al 34%, quindi, non vuol dire che il 34% dei ragazzi in Italia è senza lavoro. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi gli inattivi, nella maggior parte dei casi in questa fascia d’età impegnati negli studi. L’incidenza dei giovani disoccupati sul totale dei giovani della stessa classe d’età è invece di circa il 9 per cento. Significa che meno di un giovane su dieci in Italia è disoccupato.

Bisogna poi tenere in considerazione la differenza tra i dati Istat e quelli Inps. I primi si basano su una indagine campionaria della forza lavoro, comunicata su base mensile, accompagnata dagli andamenti trimestrali e annuali. I secondi invece tengono conto delle comunicazioni obbligatorie delle aziende quando assumono o licenziano un lavoratore e sono uno strumento utile per osservare gli andamenti delle diverse tipologie contrattuali. Le due fonti si completano tra di loro. E vanno lette entrambe, quindi, non messe in contrapposizione. Altro giochino che piace molto a chi sbaglia a leggere i dati.