Brexit Morning Future
Orientare Il Caso 2 Marzo Mar 2020 1755 2 marzo 2020

Effetto Brexit: la patente a punti che serve per lavorare nel Regno Unito

Sarà impossibile arrivare senza avere già un lavoro in tasca: privilegiato chi conosce la lingua ed è altamente qualificato

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Adesso è definitivo. Dopo anni di trattative, ripensamenti e crisi interne, non soltanto la Brexit è ufficiale ma Londra ha anche stabilito le norme che regoleranno i flussi di ingresso nel Regno Unito. Ancora per qualche mese non ci saranno grosse novità, ma dal 2021, con la fine del periodo di transizione, lavorare in Gran Bretagna diventerà molto più complicato per chi viene dal resto del mondo, che sia l’Europa o un altro continente. In sintesi, il piano messo a punto dal Regno Unito mira a limitare il più possibile l’ingresso dei migranti poco qualificati, quelli che per intenderci sbarcano a Londra – anche da Paesi ricchi, magari solo per fare un’esperienza all'estero e non per stretta necessità economica – e trovano un impiego come lavapiatti, camerieri o addetti alle pulizie.

Ma come si potrà allora trasferirsi nel Regno Unito per lavorare?

Quello pensato dal governo di Boris Johnson è un sistema a punti: per ottenere un permesso di soggiorno per fini occupazionali si dovranno ottenere almeno 70 punti in una scala di criteri prestabilita. Per accumulare punti ci sono nove voci, ognuna delle quali ne può fornire fino a 20.

Per entrare nel Regno Unito servono 70 punti, di cui 50 dati da tre requisiti obbligatori

Tre di queste voci, però, corrispondono a criteri obbligatori: 50 punti (10+20+20) senza i quali è impossibile proseguire. Questi pre-requisiti sono 1) l’avere un’offerta di lavoro già in tasca; 2) l’essere in possesso di buon livello di lingua inglese; 3) il possedere abilità specifiche per una mansione.

Poi si possono ottenere punti in base al salario del lavoro che si ha già in tasca (come stabilito dai pre-requisiti). Se si ha un lavoro con una paga dalle 20.480 sterline annue alle 23.039, non si aggiunge alcun punto ai 50 precedenti; se invece si ha un salario annuo fino ai 25.599, allora si guadagnano 10 punti; e se infine il salario supera le 25.600 sterline, si ottenono 20 punti ulteriori. Chi dunque avesse un lavoro in tasca nella fascia più alta di stipendio avrebbe raggiunto i 70 punti necessari a entrare nel Regno Unito. Per tutti gli altri, serve guadagnare qualche punto ulteriore.

Anche in questo caso però si privilegiano persone altamente qualificate: chi ha un dottorato in una materia inerente al lavoro che si appresta a svolgere guadagna 10 punti; chi andrà a fare una professione in cui c’è carenza – il governo pubblica l’elenco online, alcuni esempi sono infermieristica e ingegneria – ottiene 20 punti e chi si occuperà delle cosiddette materie Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) ne può acquisire altri 20.

Va da sé che queste voci sono spesso l’una la conseguenza dell’altra, nel senso che chi è in possesso di un dottorato di ricerca in una materia come l’ingegneria facilmente andrà a svolgere una professione ben retribuita, mentre è difficile che chi è nella fascia più bassa di reddito possa recuperare punti perché fa un lavoro per cui c’è carenza (di solito, proprio per questo, i salari sono alti).

Da notare che chi vive già nel Regno Unito da tempo non dovrà sottostare alla “classifica”, avendo il governo predisposto alcuni piani di ottenimento automatico del permesso di soggiorno per queste persone. Si stima che oggi gli italiani nel Regno Unito siano circa 700mila, di cui 240mila nella città di Londra. Molti di loro, arrivati senza conoscere la lingua e senza avere idea del lavoro che avrebbero svolto, oggi si vedrebbero negata la possibilità di entrare secondo i criteri post-Brexit.

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