RINNOVARE SCUOLA E UNIVERSITÀ

All’università italiana manca una facoltà: quella di mantenersi al passo coi tempi.

A CHE PUNTO SIAMO

Mentre nel mondo l’alta formazione è il cuore delle politiche di sviluppo e delle scelte d’investimento delle famiglie, in Italia calano le immatricolazioni e i laureati. E contemporaneamente la laurea non è sempre adeguata alle aspettative e alle esigenze del mercato del lavoro.

8 milioni. È il numero dei giovani cinesi che si sono laureati nel 2017, secondo le statistiche riportate dal World Economic Forum in un suo recente articolo. Una cifra enorme, già oggi più che raddoppiata rispetto a quella americana. Una cifra da non sottovalutare, considerando anche la qualità e i punteggi nei test internazionali dei giovani studenti cinesi, che minacciano di sovvertire il mercato del lavoro globale.

In Cina invece ci sono sempre più laureati e il livello delle competenze richiesto è talmente alto che spesso non basta. In Italia ce ne sono pochi e non sempre con i titoli di studio richiesti e adeguatamente spendibili nel mercato del lavoro. Penultimi nell’area Ocse - è il rapporto Anvur 2016 sullo stato dell’università e della ricerca a segnalarlo - davanti al solo Messico, col nostro 18% di laureati sul totale della popolazione, contro il 37% del dato medio e il 46% di Regno Unito e Usa. Penultimi in Europa per il numero di laureati, 26 ogni 100, nella fascia d’età tra 30 e 34 anni e con un abbandono universitario che si aggira attorno al 38%.

Se l'offerta di laureati è scarsa, la domanda lo è altrettanto: lo spiega il Rapporto Almalaurea 2017 che ha elaborato nella sua analisi le risposte di oltre 270mila laureati in 71 atenei italiani. I dati raccontano che negli ultimi dieci anni il tasso di disoccupazione dei laureati è addirittura aumentato di otto punti percentuali. Dopo un anno dalla laurea, due laureati magistrali su dieci sono ancora senza lavoro. E l’Italia è l’unico paese tra i grandi d’Europa ad aver visto decrescere, negli ultimi dieci anni, gli occupati in posti ad alta specializzazione.

Non è solo una questione di quantità. Manca in Italia anche un grande hub culturale in grado di valorizzare al meglio le sue ricchezze e le sue potenzialità, per attrarre investimenti e talenti. Perché tutto parte dalla formazione. La nostra marginalità nei circuiti dell’alta formazione è testimoniata anche dall’assenza degli atenei italiani dalle posizioni di vertice nell’indagine Thomson Reuters 2017 sulle più innovative 100 università del mondo: per trovare un ateneo italiano bisogna scorrere l’elenco fino alla trentanovesima posizione. Un dato che fa riflettere sul fatto che un’economia come la nostra deve colmare un enorme ritardo di cultura digitale e si ritrova una scuola - di cui l’università è parte in causa - che ancora non riesce a essere né digitale negli strumenti (il piano per portare la fibra ottica in tutte le scuole è slittato dal 2018 al 2020, ad esempio) né negli insegnamenti.

In questo modo, l’università diventa solo il luogo dove prendere il diploma, indipendentemente dalla sua utilità. Gli economisti lo chiamano proprio così: sheepskin effect, effetto “pezzo di carta”: oggi in Italia un diplomato su tre e un laureato su cinque ritengono che la loro attività lavorativa potrebbe essere svolta anche con un titolo di studio inferiore a quello che possiedono. E secondo i dati dell’Ocse siamo l’unico paese del G7 in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine.

QUATTRO IDEE DA CUI PARTIRE

  1. Aumentare i fondi all’università e contestualmente razionalizzare gli atenei sul territorio italiano al fine di creare poli di sapere.
  2. Introdurre e potenziare percorsi di orientamento attitudinali e di conoscenza e percezione di sé in relazione al contesto lavorativo; potenziare le competenze cosiddette “soft” (relazionali, emotive, comunicative, di adattabilità, flessibilità, ecc.), comprese quelle di connessione dell’individuo al contesto organizzato di un operatore economico o di una istituzione pubblica (ovvero, competenze e comportamenti organizzativi), con misure idonee affinché ogni percorso universitario includa nei piani di studi un certo numero di crediti da ottenersi tramite attività volte a evidenziare e rafforzare le soft skills dello studente.
  3. Introdurre in ogni percorso di studio un numero minimo di lezioni che eroghino crediti da svolgersi in aziende di produzione e servizi, start up, laboratori di ricerca pubblici o privati, istituzioni pubbliche, avendo obbligatoriamente come oggetto di studio un processo digitale o una tecnologia di particolare efficacia ed innovazione o “disruptive” in maniera riconosciuta dal mercato o dalle imprese (nazionali e non) di riferimento. Introdurre inoltre percorsi di educazione allo “Start-upping” e alla neoimpresa a partire da qualunque percorso di studi e indirizzo di laurea. Gli studenti devono essere accompagnati in percorsi operativi ad alto contenuto creativo e di programmazione con lo scopo di fare del proprio oggetto di studio una “new company technology based”.
  4. Favorire la piena integrazione e contaminazione tra mondo produttivo e sistema universitario coinvolgendo strutturalmente organizzazioni e imprese nella costituzione di percorsi contemporanei e personalizzabili sulle specifiche caratteristiche individuali degli studenti.

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