OCCUPAZIONE FEMMINILE

Quest’anno vorremmo che le donne festeggiassero il 4 marzo.

A CHE PUNTO SIAMO

Il più grande spreco italiano è la ridotta partecipazione femminile al mercato del lavoro, uno spreco che si intreccia con la crisi demografica del Paese. La soluzione? Puntare su incentivi all’occupazione femminile e su misure concrete a supporto della conciliazione famiglia - lavoro.

88 miliardi. A questo ammonta, secondo i calcoli di Eurofund, il sotto utilizzo del capitale umano femminile nel sistema produttivo italiano nel 2016. In termini relativi, parliamo del 5,7% di tutta la ricchezza prodotta ogni anno in Italia. È il conto più salato d’Europa, in questa speciale classifica, pari a quasi un quarto di tutta la ricchezza persa nel Vecchio Continente a causa di quello che in termini tecnici si chiama gender employment gap. Secondo Banca d’Italia, peraltro, la situazione è anche peggiore: un aumento del tasso di partecipazione femminile dal 49,1% sino al 60% comporterebbe, quasi “meccanicamente”, un aumento del PIL fino al 7%.

Inoltre, quello femminile è il capitale umano più formato e scolarizzato. Le statistiche sull’istruzione superiore dicono che per ogni 100 maschi iscritti all’università, ci sono 136 femmine. Allo stesso modo, sono più le donne degli uomini a completare gli studi universitari: il 17,4% della popolazione femminile, contro il 12,7% dei maschi. Di fatto la popolazione femminile, soprattutto quella più giovane, è più istruita di quella maschile. Ma, sorprendentemente - sono sempre i dati del World Economic Forum a parlare, più precisamente quelli del Global Gender Gap Report 2017 - per le donne è più difficile accedere al mercato del lavoro.

A fronte di remunerazioni orarie femminili che, apparentemente, sono inferiori a quelle maschili di soli 5,5 punti percentuali, esistono altre forme di discriminazione femminile sui luoghi di lavoro che concorrono a bloccarne la carriera e a disincentivarne la partecipazione al mercato del lavoro: ad esempio, i contratti di cosiddetto part-time involontario, offerti alle donne in seguito alla maternità che a parità o quasi di mansione e ore lavorate prevedono retribuzioni inferiori di oltre il 20%, un imponibile contributivo per ora lavorata pari a circa la metà e un rapporto fra imponibile e retribuzione netta inferiore di un terzo rispetto ai colleghi maschi, e che oggi sono passati dai 403mila del 2009 ai 748mila del 2016.

La questione della partecipazione femminile al mercato del lavoro è intimamente legata alla crisi demografica italiana. Nel 2016 si sono contate 473mila nascite circa, record negativo dall’Unità d’Italia, quindicimila in meno rispetto al 2015, con un numero di figli che è sceso sino a 1,34 per donna, lontanissimo ormai dai 2 figli necessari per raggiungere il cosiddetto «livello di sostituzione», ovvero il numero di figli minimo affinché una popolazione possa riprodursi, al netto delle migrazioni. Ebbene, se incrociamo i dati Eurostat (2014) sulla fertilità con quelli sull’occupazione femminile tra i 25 e i 34 anni ben si comprende che una relazione tra occupazione e fertilità esiste: osservando variazioni dal 2009, dall’inizio della crisi, laddove è peggiorata l’occupazione delle giovani donne, anche la fertilità è calata. Si veda il caso della Germania Est, una volta area con bassissima natalità, dove la ripresa della fertilità è andata di pari passo con un aumento dell’occupazione superiore alla media europea e tedesca.

A questo scenario si aggiunge un altro aspetto non irrilevante a livello di impatto sulla ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro: una carenza strutturale di servizi pubblici per l’infanzia - e in generale per la cura della famiglia - che obbliga troppo spesso le donne ad abbandonare il lavoro o a limitare le ambizioni di crescita e di sviluppo perché non adeguatamente sostenute nella gestione famigliare.

QUATTRO IDEE DA CUI PARTIRE

  1. Favorire la conciliazione tra tempo lavorativo e tempo famigliare attraverso misure di welfare aziendale a sostegno della famiglia e politiche family friendly (smart working, telelavoro, banca delle ore, flessibilità degli orari) e favorire forme di congedo che coinvolgano anche i padri: l’Italia è oggi il Paese col più lungo congedo di maternità d’Europa, ben 150 giorni contro i 112 giorni della Francia e della Spagna, ma anche il Paese che ha soli quattro giorni di congedo di paternità, contro i 13 giorni spagnoli e i 73 francesi.
  2. Incentivare i datori di lavoro al fine di aumentare la domanda di lavoro femminile attraverso sgravi fiscali.
  3. Implementare e garantire la presenza di infrastrutture e servizi a sostegno della famiglia e della genitorialità (asili nido, nidi-famiglia, educatori famigliari, dopo scuola, servizi di sostegno per genitori anziani, ecc.) per agevolare la permanenza e favorire il ritorno al lavoro delle donne dopo la maternità.
  4. Favorire e premiare lo sviluppo e la diffusione di politiche virtuose che consentano di certificare l'assenza di discriminazioni nei processi aziendali e la garanzia di equitá di genere sia a livello di opportunità e di accesso alla partecipazione al lavoro, sia a livello di parità retributiva.

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