GIOVANI CHE NON STUDIANO E NON LAVORANO

Cresce il numero dei partiti. Partiti per l’estero, a cercare lavoro.

A CHE PUNTO SIAMO

Hanno dai quindici ai ventinove anni e sono 2,2 milioni, in Italia. Una moltitudine di inattivi che rappresentano un fallimento del nostro sistema educativo e un costo sociale enorme, che ci accompagnerà per anni. Ecco perché è necessario occuparsi seriamente di loro.

Sono identificati con un acronimo inglese: Neet, “not in education, employment and training”. Hanno tra i 15 e i 29 anni, non sono iscritti a scuola né all'università, non lavorano e nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. In Italia sono 2,2 milioni circa, stando ai calcoli del demografo Alessandro Rosina: un esercito silenzioso - il carburante per dare nuova energia al Paese, in teoria - che scivola inesorabilmente verso i confini del mercato occupazionale e rischia di non contribuire mai al sistema previdenziale.

Si tratta di un universo eterogeneo, fatto anche di neolaureati, che non riescono a superare quello che è il passaggio più stretto e meno tutelato del mercato del lavoro italiano: quello in cui finisce lo studio e comincia il lavoro. Il motivo è semplice: più si rimane nella condizione di Neet, a causa delle inefficienze nella transizione da scuola a lavoro, e più si rischia di abituarsi a un circuito vizioso in cui si perde motivazione, decadono le competenze in cui ci si è formati e diventa sempre più difficile riattivarle.

C’entra la crisi, anche: nel 2006 il tasso di Neet era del 18,8%, è arrivato al 26,2% all’apice della crisi ed è sceso al 24,3% nel 2017. Ma c’entra soprattutto l’Italia: nelle regioni europee più virtuose, come la Baviera, la Renania, l’Ile de France e i Paesi Bassi occidentali non è mai salito oltre il 6%. E in particolare c’entra il Mezzogiorno, dove i giovani che non studiano né lavorano arrivano addirittura al 36%, uno dei dati peggiori del Vecchio Continente, Grecia esclusa.

Non sono solo una macchina ferma al box, i Neet. Sono anche un costo enorme per famiglie e Stato: il costo sociale, nel 2016, ha pesato sulle casse dello Stato per 36 miliardi, pari al 2% del Pil.

QUATTRO IDEE DA CUI PARTIRE

  1. Formare i ragazzi già a scuola con competenze avanzate, tecniche e digitali, ma anche con capacità relazionali, come la creatività, l’intraprendenza, il sapersi mettere in discussione.
  2. Investire nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso il rafforzamento dei centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro nel definire gli orientamenti vocazionali dei giovani ancor prima della fine del loro percorso di studi.
  3. Potenziare l’alternanza scuola-lavoro attraverso l’implementazione di un vero e proprio sistema formativo duale sul modello tedesco e francese; rafforzare e spingere l’apprendistato di primo e secondo livello, favorendo gli accordi di attivazione tra scuole e imprese.
  4. Attivare iniziative nazionali e regionali in ambito educativo migliorando la partecipazione attiva dei ragazzi alla società attraverso lo sport, facendo leva su valori tipici quali resilienza e auto-motivazione, e puntando alla cooperazione tra individui.

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