FORMAZIONE PROFESSIONALE

In Italia, si parla di formazione solo quando gioca la nazionale.

A CHE PUNTO SIAMO

Nuove tecnologie vuol dire nuovi lavori. Il ritmo dell’innovazione è tale che è necessario ripensare completamente la formazione professionale. Rilanciando gli istituti tecnici, valorizzando gli Istituti Tecnici Superiori e sostenendo percorsi professionali nelle università. Provando a immaginare una scuola lungo l’intero arco della vita.

La tecnologia crea sempre nuove industrie e nuovi lavori e anche questa volta succederà la stessa cosa. Saremo in grado di creare nuovi tipi di business e occupazioni? E saremo capaci di rieducare le persone, permettendo alla forza lavoro di adattarsi a questo nuovo ambiente competitivo? Questa è la sfida dei nostri tempi.

Sono questioni che aprono ad altre domande: ha senso che la formazione si concentri nella fase iniziale della vita delle persone, dai 6 ai 25 anni, quando ognuno di noi sarà chiamato ad adattarsi a molteplici trasformazioni del mercato del lavoro nell’arco della sua esistenza, a sperimentare necessariamente molteplici transizioni da un settore all’altro, da un ruolo all’altro?

Piuttosto, ha più senso provare a costruire una nuova scuola lunga tutta la vita, professionalizzante e permanente: “La combinazione di formazione e innovazione, propagata nei decenni, ha portato a una notevole fioritura della prosperità. Oggi la robotica e l’intelligenza artificiale chiamano a una nuova rivoluzione educativa“, scriveva l’Economist all’inizio del 2017.

La fase storica in cui si studiava, poi si lavorava, poi si andava in pensione è finita. Ora la formazione dev’essere permanente: lavorare, studiare, adattarsi alle nuove tecnologie di un settore. Ma per farlo, bisogna avere la giusta cornice nelle imprese, nelle leggi sul lavoro, nel governo. E non è un problema di Paesi. È un problema globale: tutto il mondo deve cambiare il proprio paradigma sulla formazione.

Se il problema è globale, ed è vero che tutti i Paesi devono modificare il proprio paradigma sulla formazione, in Italia il tema è ancora più grande: gli istituti tecnici italiani, che hanno formato la classe di lavoratori e dirigenti che ha costruito il nostro sistema industriale postbellico, vivono una fase di profonda crisi. Dal 1990 a oggi - come ha raccontato l’ex presidente del consiglio Romano Prodi in un articolo apparso sul Sole 24 Ore - gli allievi degli istituti tecnici sono passati dal 44% al 35% sul totale dei diplomati della scuola secondaria, mentre quelli dei licei sono passati dal 30% al 45%. Alcuni sono convinti sia un bene: se aumentano gli studenti dei licei e diminuiscono quelli degli istituti tecnici - pensano - è un segnale di progressivo acculturamento della popolazione italiana.

Tuttavia, si avverte una certa deprofessionalizzazione della scuola italiana. L'incapacità di permettere a un giovane, al netto del ciclo economico, di trovare lavoro nel più breve tempo possibile. Secondo i dati Eurostat del 2015, in Italia, un giovane laureato ci mette 9 mesi a trovare un qualunque lavoro – la transizione più lunga in Europa, Grecia esclusa – e un diplomato ce ne mette 13 e mezzo, se consideriamo anche i contratti a tempo determinato o quelli atipici.

Non solo: secondo l’Ocse, l’Italia è il paese europeo con il più alto tasso di skill mismatch in Europa, seguito da Spagna, Repubblica Ceca, Irlanda e Austria, nonché l’unico paese del G7 in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. In altre parole, l’unico in cui i laureati sono demansionati rispetto alle proprie competenze. Sembra un problema marginale, ma non lo è: come ricorda l’Ocse, «riducendo lo skill mismatch al livello della best practice, Paesi come l’Italia e la Spagna potrebbero aumentare la loro efficienza allocativa di circa dieci punti percentuali». In questo senso, aggiunge, «lo skill mismatch ha il potenziale per spiegare una quota non residuale del gap di produttività del lavoro tra un Paese e l’altro».

QUATTRO IDEE DA CUI PARTIRE

  1. Sviluppare gli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS, corsi biennali professionalizzanti post secondaria di secondo grado, che nascono dalla partnership tra aziende e scuole. Oggi gli ITS sono molto pochi, circa 90, e hanno diplomato circa 8mila studenti, l’80% dei quali ha però trovato lavoro a dodici mesi dalla conclusione del percorso di studi. In Germania i diplomati alle Fachhocschulen (gli omologhi tedeschi degli ITS) sono 900mila.
  2. Costruire percorsi di formazione duale sul modello tedesco - superando e rendendo strutturali i percorsi di alternanza scuola-lavoro - in grado di permettere agli studenti di imparare una professione.
  3. Promuovere una grande campagna di alfabetizzazione sulle competenze digitali che abbia l’obiettivo di colmare i gap di competenza individuale delle persone adulte.
  4. Accelerare la fase 2 del Progetto Industria 4.0 al fine di supportare le aziende nel reskilling e nella formazione continua, al fine di ridefinire processi e funzioni aziendali e nuovi framework comportamentali alla luce dell’implementazione di nuovi macchinari, strumenti innovativi e digital revolution promossa dalla fase 1 di Industria 4.0.

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