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Intervista 6 Giugno Giu 2021 0700 6 giugno 2021

L'ufficio di domani? Sarà local, flessibile e virtuale. Parola di Carlo Ratti

Il Covid ha stravolto le nostre abitudini lavorative. Ma cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro? Ne parliamo con il Director of MIT Senseable City Lab

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Il tunnel della pandemia sembra ormai verso la sua conclusione. Ma molti dei cambiamenti cui il virus ci ha obbligati non tramonteranno con la fine dell'emergenza. In particolare, le abitudini lavorative sembra ne usciranno fortemente modificate. L'ambito che forse più di tutti subirà cambiamenti sostanziali è quello dell'ufficio.

«Quanto accaduto sin dalla primavera 2020 ha determinato una grande accelerazione dello smart working indotto dall’emergenza sanitaria e ci ha portato a chiederci che significato abbia ancora l’ufficio fisico», sottolinea Carlo Ratti Director of MIT Senseable City Lab and Founding Partner at Carlo Ratti Associati, «credo che, pur senza mettere in dubbio la comodità e la sostenibilità dello smart working, ci siano valori nello spazio fisico che mancano nel digitale. Penso alla casualità degli incontri, allo scambio di idee e al continuo confronto con la diversità».

Il modello "Hub and Spoke"

«La flessibilità che abbiamo scoperto con lo smart working però può aiutarci a immaginare modelli alternativi e certamente più sostenibili dal punto di vista ambientale: meno pendolarismo significa meno traffico, trasporti pubblici meno congestionati e una qualità della vita migliore», aggiunge Ratti, «In molti casi l’ufficio però rimane importante per le nostre relazioni, per la nascita di nuove idee e per il mantenimento di una cultura aziendale condivisa. Per questo sono sicuro che non scomparirà, specialmente per quei lavori basati sulla creatività. È tuttavia ragionevole aspettarsi che osserveremo una riduzione della domanda di spazi di lavoro».

Stando a Boston Consulting Group, che ha già intervistato nel 2020 oltre 12mila remote worker, il lavoro assumerà una forma sempre più ibrida. Il futuro dell’ufficio potrebbe essere basato sul modello Hub and Spoke, che sta prendendo piede tra le tech company californiane: le aziende avrebbero un sistema organizzativo basato su un hub centrale e tante sedi locali. Tutte collegate da un unico sistema tecnologico.

Quella dell’Hub and Spoke sembra essere la strategia più adottata in questo periodo di pandemia. Il CEO di Google, Sundar Pichai, ha affermato che l’azienda sta già progettando mini uffici satellite così da offrire ai dipendenti spostamenti più flessibili. L’aumento del numero di uffici potrà essere una delle possibili realtà di lavoro ibrido-flessibile che permetterà ai dipendenti di lavorare sia da remoto che in un ufficio direttamente connesso.

Anche Amazon sta andando incontro alle esigenze dei suoi lavoratori, annunciando un investimento di 1,4 miliardi di dollari per espandere i suoi uffici satelliti in sei città degli Stati Uniti. L’azienda ha inoltre assunto 3.500 nuovi dipendenti da “distribuire” negli hub sparsi nel Paese.

Va da sé che le aziende dovranno impegnarsi per rendere attraenti i propri uffici satellite, in grado di garantire ottime opportunità in termini di servizi e stili di vita rispetto alle sedi delle grandi città. E sopratutto investire in tecnologie che rendano questo nuovo formato performante.

«L'Hub and Spoke è certamente una delle tante possibilità a fronte delle ampie opportunità legate alle nuove esigenze lavorative. Uno dei vantaggi del lavoro da remoto è proprio la possibilità di applicarlo in modi diversi a seconda dell’organizzazione aziendale. D’altra parte chiediamoci sempre: posso davvero sentirmi parte di una grande realtà aziendale senza aver mai conosciuto di persona i miei colleghi?», sottolinea Ratti.

Le nuove tecnologie

Il digitale è diventato una risorsa fondamentale di interazione e supporto. Le tecnologie emergenti di comunicazione e collaborazione virtuale promettono di unire una forza lavoro sempre più dispersa grazie ad avatar, riunioni olografiche, mondi virtuali. Collaborare come se fossero nello stesso posto ed essere presenti anche se non fisicamente insieme.

Per Ratti però bisogna tenere a mente che «la tecnologia non deve essere il fine a cui ambire per dirci degli innovatori, piuttosto è un mezzo con cui continuare ad esercitare la nostra creatività. A questo proposito mi viene in mente una scena di “I, Robot”, film tratto dall’omonimo libro di Isaac Asimov, in cui il dottor Alfred Lanning, presentandosi come ologramma, afferma “Mi dispiace, le mie risposte sono limitate. Devi farmi le domande giuste”».

Collaborazione olografica

Al Coachella del 2012, il rapper Snoop Dogg chiamò sul palco Tupac Shakur, defunto nel 1996, in versione ologramma. L’ologramma di Tupac cantò due canzoni e scomparve nel nulla. Da allora, l’industria dell'entertainment ne ha fatto uso sempre più frequentemente: dai circhi senza animali agli show totalmente immateriali. Ma anche l’healthcare, nello specifico la chirurgia, e la logistica stanno puntando moltissimo su questa direttrice di sviluppo per migliorare i propri processi.

L'olografica è un tema dibattuto ormai da qualche anno come next step della collaborazione e formazione aziendale a distanza. La presenza olografica potrebbe davvero essere il prossimo livello delle videocall e dei live webinar?

Alcune startup già stanno sperimentando la proiezione olografica per rendere più immersivi e coinvolgenti riunioni e corsi di formazione in remoto. La startup tedesca HoloMeeting sta investendo nella collaborazione remota, consentendo alle aziende di tenere riunioni in uno spazio di lavoro olografico grazie ad avatar. ARHT Media ha lanciato HoloPod, in grado di “materializzare” vari relatori dislocati in diverse parti del mondo in un unico palco, virtuale ovviamente. La società Spatial ha avviato riunioni olografiche su Oculus Quest. Apple utilizza ARKit e Google mostra gli ologrammi in ARCore. In questo scenario, Microsoft ha appena lanciato Mesh, nuova piattaforma di realtà ibrida basata su Azure che permette alle persone in luoghi fisici diversi di unirsi a esperienze olografiche collaborative e condivise su molti tipi di dispositivi. Consente di assistere a riunioni “in persona” pur non essendo nella stessa posizione geografica, migliorando la collaborazione e l’interazione con gli altri. Durante queste esperienze virtuali condivise, inizialmente gli utenti potranno utilizzare degli avatar e successivamente un proprio ologramma.

Mondi virtuali in 3D

La casa automobilistica tedesca Audi ha rilevato come le riunioni da remoto registrino un alto tasso di disattenzione nell’interazione sociale dei suoi dipendenti. Audi Akademie ha arginato la falla costruendo un mondo virtuale 3D che funge da strumento per la formazione, la consulenza, la collaborazione e la comunicazione.

I mondi 3D sono la fedele riproduzione degli spazi lavorativi in cui i partecipanti interagiscono attraverso il proprio avatar e nello spazio virtuale come avverrebbe in una situazione reale. Secondo Sabine Maassen, membro del consiglio di amministrazione di Audi per le risorse umane, «gli Audi Spaces sono adatti a molte applicazioni, poiché possono essere utilizzati per diversi gruppi indipendentemente dall'argomento. I partecipanti sono più rilassati e meno stanchi rispetto a quanto accade con le videoconferenze quando possono prendere accordi per incontrare colleghi in uno spazio e interagire insieme. In questo modo, gli Audi Spaces possono contribuire a rafforzare il sentimento di comunità anche per la cooperazione in un contesto internazionale: lo strumento è disponibile per tutti i dipendenti nel mondo».

Anche altre grandi aziende hanno deciso di affrontare con la tecnologia la sfida lavorativa che si prospetta nei prossimi anni. Nestle Purina riesce a formare il suo team di vendita sui processi aziendali in modo sicuro ed economico. Per pianificare infatti nel miglior modo la disposizione delle merci sugli scaffali, il team può gestire l’allestimento in uno spazio virtuale e intervenire sui dati di vendita. Diventa possibile eseguire un rendering dei merchandising e trasformare in 3D i dati di vendita indossando i visori Oculus Quest durante le visite nei negozi.

Mattel riunisce in una project room virtuale designer, ingegneri, marketers da ogni parte del mondo per progettare i suoi prodotti di punta, mentre la catena alberghiera Hilton si è affidata alla formazione del personale in realtà virtuale per creare empatia e migliorare l’ospitalità. Ford Motor Company sta progettando le auto del futuro in uno spazio virtuale economico e sicuro.

Il lavoro di domani

«La corsa è partita e non sarebbe così futuristico pensare che tra dieci-vent’anni queste tecnologie saranno diffuse in ogni azienda, come lo sono adesso Slack, Zoom o Microsoft Teams», conclude Ratti, «si lavorerà probabilmente più a misura local. Nel futuro del lavoro, la tecnologia sarà sempre più protagonista, non solo dei processi produttivi ma soprattutto della cooperazione personale e sociale. Il mondo del lavoro è fatto da persone che hanno quell’umano bisogno di connessioni sociali, di scambi ed interazioni. La tecnologia potrà migliorare la sensazione di essere realmente connessi e appartenere a una comunità, anche se virtualmente ognuno nel proprio spazio. Ma non potrà soppiantare in toto, ne sono certo, la fisicità di un ufficio».

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