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Trend 26 Maggio Mag 2021 0700 26 maggio 2021

Export digitale: la scialuppa di salvataggio per le imprese nella pandemia

Nel 2020 le esportazioni digitali dei beni di consumo sono arrivate a valere 13,5 miliardi di euro, il 14% in più rispetto al 2019. «Sarà interessante adesso osservare se queste tendenze si manterranno sul lungo periodo», dichiara Maria Giuffrida, Direttrice dell’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano

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Un’ancora di salvezza. Solo così è possibile immaginare l’impatto che il digitale, e più in generale il settore dell’e-commerce, ha avuto sull’export delle imprese italiane. Nel 2020 le esportazioni digitali dei beni di consumo sono arrivate a valere 13,5 miliardi di euro, il 14% in più rispetto al 2019. Una crescita che si pone nel solco della tendenza già presente in epoca pre-pandemia, ma che vede in questo periodo un’incidenza del 9% sull’export dei beni di consumo (era il 7% nel 2019) e del 3% su quelle totali (era il 2,5% dodici mesi prima).

«Questi sono dati importanti che testimoniano un impatto significativo del digitale sulle imprese italiane nonostante la pandemia e le difficoltà iniziali. Sarà interessante adesso osservare se queste tendenze si manterranno sul lungo periodo», spiega Maria Giuffrida, Direttrice dell’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, che ha presentato la ricerca Export digitale, Covid ed emergenza: strategie per la ripartenza.

Il periodo di pandemia, unito alla successiva crisi economica, ha radicalmente modificato i consumi a livello mondiale. «Non è un caso che, per esempio, il settore moda, che per l’Italia resta importantissimo, abbia segnato in questo periodo un calo del 9% pur restando di gran lunga il più importante, con oltre 7 miliardi di valore e un’incidenza nelle esportazioni di beni di consumo pari al 53%. La ragione è chiaramente legata alla pandemia: le persone, a causa del prolungato periodo a casa, hanno preferito non comprare scarpe e vestiti, se non per stretta necessità. Un discorso radicalmente diverso va fatto invece per il settore food, che ha enormemente beneficiato dal periodo di pandemia», sottolinea Lucia Tajoli, docente di ingegneria gestionale del Politecnico di Milano e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

Il rapporto infatti evidenzia come il settore alimentare abbia registrato una crescita del 46%, toccando un valore di 1,9 miliardi di euro, pari al 14% dell’export digitale. Numeri assolutamente importanti. «Un discorso simile si può fare anche per il settore arredamento, da sempre una delle eccellenze italiane, cresciuto durante questo periodo di pandemia del 10%, in linea però con quanto già visto nel 2019», conclude Tajoli.

È stato certamente un sollievo per tutte le imprese B2C, quelle cioè che si interfacciano direttamente con i consumatori, meno per le B2B, che vendono ad altre aziende

Maria Giuffrida, Direttrice dell’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano

Il digitale ha perciò segnato una svolta per le imprese, che senza l’online avrebbero avuto seri problemi a utilizzare i canali tradizionali di vendita, che per lungo tempo hanno subito pesanti restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. «È stato certamente un sollievo per tutte le imprese B2C, quelle cioè che si interfacciano direttamente con i consumatori, meno per le B2B, che vendono ad altre aziende. Quest’ultime, infatti, hanno registrato un piccolo calo del 5% rispetto al 2019, dovuto alla frenata di molti settori, eccezion fatta per quelli di largo consumo e per il farmaceutico che hanno invece registrato un andamento positivo», sottolinea Giuffrida.

Ma le imprese erano davvero pronte per il digitale? «Effettivamente no, non erano pronte. Soprattutto le pmi hanno avuto bisogno di tempo per capire come rispondere a questa sfida, visto che spesso mancavano nelle aziende figure capaci di portare avanti una digitalizzazione che fino ad allora non c’era mai stata», evidenzia Giuffrida.

L’assenza di un e-commerce manager o di un export manager in quasi un’impresa su dieci ha effettivamente condizionato un passaggio al digitale che per molte imprese è stata una sfida complicata e ha significato un inevitabile transito verso l’internazionalizzazione.

Secondo un sondaggio condotto dall’Osservatorio su un campione di 124 imprese italiane di varie dimensioni e settori, l’incertezza portata dalla pandemia nei mercati internazionali si è tradotta in un aumento dei rischi, soprattutto di tipo finanziario, logistico e commerciale. Il 28% delle aziende ha patito in particolare i rischi finanziari, il 19% ha sofferto prevalentemente difficoltà logistiche, il 23% ha rilevato rischi moderati in entrambe le aree e il 30% ha riscontrato un rischio grave di tipo sia logistico sia finanziario. «Anche per mitigare i rischi le imprese hanno aperto canali e-commerce, impiegato soluzioni digitali come piattaforme e tool collaborativi, introdotto forme di lavoro smart e maggiore flessibilità sulle mansioni assegnate. Una strategia molto interessante anche per il futuro, anche se andrà certamente adattata», dice Tajoli.

Anche per mitigare i rischi le imprese hanno aperto canali e-commerce, impiegato soluzioni digitali come piattaforme e tool collaborativi, introdotto forme di lavoro smart e maggiore flessibilità sulle mansioni assegnate

Lucia Tajoli, docente di ingegneria gestionale del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Export

Il peggio, però, sembrerebbe essere alle spalle. Il 2020 ha infatti segnato un crollo del 10% del commercio globale (stime Wto) che ha avuto ripercussioni anche in Italia, dove si è registrato un calo delle esportazioni del 9,7% e delle importazioni del 15,3%. I primi segnali di ripresa tra fine 2020 e inizio 2021 hanno già portato ad una crescita del commercio mondiale di oltre il 7%, con un ritorno ai livelli precrisi in Europa e Usa previsto per il 2022.

«Quello che è previsto da tutte le istituzioni è un forte rimbalzo degli scambi internazionali tra quest’anno e il 2022. Un dato previsto da tutti gli scenari che ovviamente interesserà le varie aree e i Paesi in maniera diversa. L’Asia e la Cina hanno risentito meno degli effetti della pandemia e stanno già reagendo; gli Stati Uniti sono già più in ripresa rispetto all’Europa, che complessivamente crescerà meno rispetto agli altri», spiega Tajoli. E il digitale cosa farà? «Ovviamente resterà, anche se sarà inevitabile un ritorno dei canali tradizionali», sottolinea Giuffrida.

Prima della pandemia il 56% delle imprese usava i canali digitali per vendere prodotti all’estero, ma quasi il 75% esportava online prodotti che valevano meno del 20% del proprio fatturato. Le cose sono destinate a cambiare. «È un passaggio inevitabile. Per le imprese B2C due sono le vie da percorrere: fare sinergia tra le imprese, per mettere insieme conoscenze e ricchezze e competere nel mercato globale sfruttando al meglio i service provider, e arricchire la propria presenza online mantenendo sempre un contatto fisico». E per le imprese B2B? Secondo Giuffrida anche qui «il digitale è stato finora utile soprattutto nel settore delle fiere, il vero punto di incontro tra domanda e offerta. Il ritorno in presenza sarà inevitabile, ma l’online tornerà utile soprattutto nella gestione commerciale del canale». Indietro non si torna.

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