Einstein_MorningFuture
Ispirare
Intervista Doppia 12 Aprile Apr 2021 0700 12 aprile 2021

Perché le professioni di domani saranno sempre più scientifiche e sempre più... umanistiche

L’informatica umanistica è una disciplina ancora considerata “di nicchia”, eppure la sua portata è pervasiva. L’equivoco di oggi, quando si incoraggia l’acquisizione di competenze informatiche, è il pensare di voler formare solo tecnici e programmatori. Ma la vera sfida è dare vita a una nuova generazione di intellettuali a 360 gradi

  • ...

Garbage in, garbage out. A volte bastano espressioni semplici per spiegare concetti complessi. È con queste parole, per esempio, che gli americani illustrano la necessità di avere premesse chiare e corrette per qualsiasi problema, pena la risoluzione errata dello stesso: se ciò che incameri è spazzatura, non potrà non esserlo anche ciò che produrrai. A spiegarlo è Guido Milanese, latinista, docente universitario a Milano, Brescia e Lugano, e “informatico umanistico”. Ovvero, uno studioso che della tecnologia ha fatto non solo uno strumento per integrare il proprio lavoro, ma un vero e proprio metodo.

«Nel mondo umanistico c’è un doppio atteggiamento sbagliato – la maggioranza vede nel computer il modo di fare le stesse cose in maniera più agevole, perdendo l’apporto che alla ridefinizione delle scienze umanistiche l’informatica può dare. Si adoperano strumenti da ufficio che però non migliorano la scrittura, mentre tutte le attività concettuali vengono affidate alla memoria», dice Milanese. «Dall’altra parte, lo studioso di scienze umanistiche tende ad affidarsi al tecnico nel rapporto con il computer, nell’illusione che il processo informatico sia neutro e che, qualunque sia la tecnica adoperata, il progetto di ricerca rimanga lo stesso».

Non è così, naturalmente. Perciò chiamarla “digitalizzazione delle professioni umanistiche” sarebbe riduttivo. Perché, se da un lato è vero che molti ormai sono i settori dove il contributo del digitale è pervasivo – classico esempio ne è la biblioteconomia, la disciplina che studia l'organizzazione e il funzionamento di una biblioteca, ma fra i più recenti si potrebbero citare anche il data journalism e più in generale i settori che hanno a che fare con la costruzione di narrazioni di qualche genere, dai videogiochi all’industria cinematografica – fin troppo spesso le applicazioni del digitale agli ambiti umanistici sono «fuffa», nelle parole di Milanese. Perché sì, utilizzano gli strumenti tecnologici, ma senza quel “salto” che invece il digitale mette a disposizione.

Nella sua sequenza di 0 e 1, l’informatica è precisa e nulla lascia al caso. Così facendo, codifica il mondo, ovvero lo descrive in maniera esatta. È questa, spiega Milanese, la vera essenza dell’informatica umanistica, e ciò che le scienze umanistiche possono (e devono) trarre dall’informatica: mutuare l’abitudine a descrivere esattamente i problemi, e così facendo sottrarsi all’approssimazione. Non si tratta di utilizzare semplicemente gli strumenti informatici per dare una forma più virtuale e apparentemente sofisticata al proprio lavoro, né di liquidarne i processi come qualcosa di meramente tecnico. «Non penso a una contaminazione, ma a un potenziamento del pensiero umanistico grazie all’informatica», spiega Milanese. «Come dico sempre ai miei studenti, il fatto di prendere un aereo è diverso dal prendere una carrozza», dice il professore.

È questa la vera essenza dell’informatica umanistica, e ciò che le scienze umanistiche possono (e devono) trarre dall’informatica: mutuare l’abitudine a descrivere esattamente i problemi, e così facendo sottrarsi all’approssimazione

È in questo senso che le discipline umanistiche possono (e devono) puntare a potenziarsi attraverso il digitale. Attenzione: potenziarsi, non accettare di farsi sostituire. Il grande equivoco del nostro tempo, infatti, è pensare che puntare sul digitale significhi produrre sfornate di tecnici e programmatori, gente che sappia produrre le stringhe di codice che servono oggi al mondo, come ieri servivano le auto in serie. Anche in questo caso, non è così.

«Abbiamo sempre il pregiudizio che il mercato del lavoro premi i titoli di studio orientati alla componente pratica e specializzata. Ma in moltissime aziende, soprattutto ai vertici, ci sono persone che hanno lauree in filosofia». Non è un caso, come spiega Gino Roncaglia, autore del progetto Wikilex per lo sviluppo di competenze informatiche e giuridiche al servizio della pubblica amministrazione, docente di informatica umanistica all'Università di Roma Tre e tra i pionieri di Internet in Italia. «Le competenze umanistiche sono molto utili quando si tratta della capacità di costruire sintesi di un livello di astrazione un po’ più alto. Il passaggio dalla singola operazione alla sintesi di strategia è un’operazione spesso legata a una buona padronanza del linguaggio, a una competenza logica e di argomentazione. Perciò le competenze umanistiche hanno un ruolo anche negli ambiti aziendali e finanziari».

Una formazione umanistica di un certo livello, insomma, aiuta a gestire la complessità. «Oggi viviamo in una realtà frammentata, fatta di user generated content, un artigianato digitale fatto con strumenti sofisticatissimi, ma in cui ciascuno produce il suo granulare contenuto. Il livello della collaborazione organizzata e l’uso dell’intelligenza artificiale, invece, sono molto più ricchi e complessi. E questa evoluzione del sistema digitale verso la complessità richiede una sensibilità più alta», spiega Roncaglia.

Insensato è dunque lavorare unicamente nella direzione “tecnica” dell'informatica. Ma, d’altra parte, «è necessario mirare anche alla formazione di umanisti che sappiano distinguere il computer dalla macchina per il caffè», illustra Milanese. In questo senso, la formazione informatica deve entrare a far parte a pieno titolo delle discipline umanistiche, ma non soltanto attraverso l’impartizione di una certa tecnologia o la trasmissione di un determinato linguaggio di programmazione (che in sé sono naturalmente destinati a evolversi o a diventare obsoleti). «Se pensiamo solo alla tecnologia che genera altra tecnologia non andiamo lontano. Sicuramente bisogna saper usare degli applicativi per uso aziendale, ma quella non è un’educazione intellettuale, bensì una formazione operativo-servile», puntualizza Milanese.

Il punto è il padroneggiare il processo ed essere in grado di guardarlo dall’alto, avendo una visione e una progettualità. «Ci servono umanisti formati per avere un pensiero esatto, non sfilacciato; in altre parole un umanesimo che si identifichi nella capacità di descrivere i problemi», dice Milanese. Il che, ammonisce il professore, non significa rinunciare all’intuizione: «Se pensiamo alla capacità che l’Italia aveva di essere creativa negli anni ’60-’70 e alla situazione di dipendenza di oggi, il confronto non regge. Questo Paese ha bisogno di gente che abbia visione e una conoscenza seria e profonda delle strutture che tengono in piedi il mondo. Dei nuovi Olivetti», dice Milanese.

Ci serve un umanesimo che si identifichi nella capacità di descrivere i problemi

Prof. Guido Milanese

Se fra le applicazioni pratiche dell’informatica umanistica possono infatti rientrare facilmente anche le nuove forme di imprenditorialità (com’è il caso di molte startup), altri esempi concreti comprendono discipline come l’editoria digitale o lo storytelling digitale. Fra le applicazioni più futuristiche, invece, Milanese suggerisce «la creazione di un archivio complessivo di tutti i beni culturali italiani, che avrebbe ricadute notevoli a livello mondiale», oppure (ed è il progetto su cui il professore sta lavorando attualmente), «un database di condivisione di come si studiano le materie, ad esempio le lingue, a livello europeo, cosicché studenti di diversi Paesi possano condividere lo stesso studio di base, e i docenti scambiarsi materiali».

Le istanze di applicazione sono potenzialmente infinite, e a tratti anche problematiche. «Negli Stati Uniti esistono casi dove l’intelligenza artificiale viene usata per il suggerimento di sentenze in ambito giuridico. Tutto ciò comporta anche numerosi problemi, perché si tratta di software proprietari: se un giudice usa un suggerimento di un software, lo fa sulla base di algoritmi che non sono trasparenti ma hanno bensì dei bias sistematici, ad esempio i pregiudizi verso i neri», racconta Roncaglia. Di nuovo, saper manovrare la complessità è di importanza fondamentale anche per dirimere le questioni etiche della tecnologia.

Com'è naturale, cambiamenti e innovazioni di una tale portata non possono avvenire nottetempo, e per molti versi sono ancora lontani. Milanese, però, si dice ottimista: via via che la cultura digitale continuerà a diffondersi, questi principi prenderanno più piede, e nel giro di una generazione si potrebbe già aver interiorizzato molte consapevolezze.

Nel frattempo, secondo Roncaglia, un lavoro serio di formazione sulle tecnologie si dovrebbe iniziare già a scuola. «La consapevolezza sul tipo di strumenti sarebbe utilissima anche a livello scolastico, anzi c’è tanto lavoro per sensibilizzare su queste tematiche. Non bisogna fare però come con la didattica a distanza, di cui si è fatto un uso emergenziale in questi mesi, mentre dovrebbe essere integrativo», dice l’esperto. «Dopodiché, non è solo a scuola che si deve o può imparare, ma anche in quasi tutti i settori del lifelong learning. L’aggiornamento professionale ormai riguarda sfere dove il digitale è essenziale. Ma è importante non fare formazione solo strumentale, senza operare una riflessione su come questo cambia il resto, su come viene strutturato. Perché altrimenti a ogni minimo sviluppo bisognerà sempre imparare di nuovo».

Per lo stesso motivo, secondo Milanese, sono inutili le certificazioni come il patentino informatico erogato dalle università, o in una certa misura anche il coding impartito ai bambini delle elementari. «Se si viene educati a un monolinguismo si ottiene una tecnica in più, ma non una cultura in più. Ciò che serve è educare i ragazzi a descrivere esattamente un problema e a descrivere i passi logici necessari per risolvere quel problema», dice il professore. «In tutta onestà mi preoccupa molto la perdita della geometria deduttiva, dove il teorema di Pitagora bisogna dimostrarlo, piuttosto che memorizzarlo, così come la perdita dell’insegnamento storico. Io per pulizia mentale mia, ad esempio, scrivo programmi per computer. Se tutti imparassero a farla, quella pulizia, ci sarebbe molta meno fuffa. Garbage in, garbage out».

 Vuoi ricevere la nostra Newsletter?

Registrandomi dichiaro di aver preso visione dell’ Informativa Privacy e dichiaro di voler ricevere la newsletter