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Trend 2 Aprile Apr 2021 0700 2 aprile 2021

Dallo smart working alle soft skill: il nuovo vocabolario del lavoro che cambia

La pandemia ha modificato il lessico del lavoro: sono stati introdotti nuovi termini e alcune parole hanno acquisito sfumature diverse.

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I mesi di pandemia hanno profondamente rivoluzionato un vocabolario del lavoro che sembrava quasi intangibile, aggiungendo nuovi termini e donando nuove sfumature ad alcune parole. Ci troviamo ora davanti a un lessico del lavoro completamente mutato: ecco dieci termini che segneranno il presente e il futuro.

1. Smartworking: il lavoro agile, o intelligente se vogliamo usare la traduzione letterale, è ormai diventato un termine d’uso comune nella vita di tutti i lavoratori, costretti a lavorare da casa a causa del virus. Secondo una ricerca pubblicata da Microsoft, le aziende italiane che hanno adoperato lo smartworking durante questi mesi sono passate dal 15 per cento del 2019 al 77 per cento del 2020. Una metamorfosi che però viene da lontano: secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, la quota di lavoratori in smartworking è quasi quadruplicata dal 2013 al 2019, passando da 150mila a 570mila. Per molti questo passaggio potrebbe essere senza ritorno: lo smartworking sarà definitivo per 5,35 milioni di italiani, che resteranno a lavorare da remoto per qualche giorno a settimana soprattutto nelle grandi aziende e nella pubblica amministrazione. Quello che abbiamo sperimentato però in questi mesi nella maggior parte dei casi non è il lavoro intelligente, costruito su obiettivi da raggiungere in piena autonomia. Si tratta piuttosto di homeworking, lavoro da casa forzato, dovuto alla emergenza sanitaria.

2. Homeworking: Lavorare a distanza per molti ha significato infatti lavorare da casa. Un cambiamento per molti epocale che ha portato allo sviluppo di fenomeni paralleli altrettanto rilevanti come il south working e il near working, il lavorare dal Sud (fenomeno tipicamente italiano) e il lavorare in spazi di coworking non lontani da casa. Il lavoro da casa (o telelavoro) ha difatti obbligato molti dipendenti a non lasciare le proprie abitazioni, trasformate in poco tempo nei nuovi uffici. Ma una volta terminata l’emergenza, questo tipo di lavoro a distanza andrà gestito e regolamentato.

3. Distanza: Nei mesi di lockdown il concetto di distanza ha inevitabilmente finito per cambiare, e anche di molto. Ogni distanza si è ridotta e assottigliata, grazie agli strumenti digitali e all’esperienza del telelavoro/smartworking. Le videocall sono diventate esperienze quotidiane. E i vantaggi ci sono stati per tutti, dai lavoratori che hanno avuto la possibilità di mantenere il posto di lavoro, alle aziende che hanno potuto continuare a produrre. Questo però ha inevitabilmente cambiato gli spazi di lavoro sia dei dipendenti che delle aziende, molte delle quali – dovendo ospitare meno lavoratori – hanno deciso di lasciare le grandi sedi presenti nelle città. Gli uffici nel futuro continueranno a esistere, ma saranno luoghi in cui svolgere solo alcune delle attività lavorative, come meeting di briefing, inserimento di nuovi lavoratori o negoziazioni.

4. Tempo: Esattamente come per la distanza, anche il concetto di tempo è notevolmente cambiato durante i mesi di pandemia. La flessibilità richiesta dalle aziende ha imposto orari molto duttili che vanno al di là di quello che era il canonico orario di ufficio. Secondo una ricerca del gruppo San Donato, le giornate di lavoro in smartworking durano da 1 a 3 ore in più, con la conseguenza di avere più riunioni, di essere costretti a una maggiore reperibilità e anche a più stress. Questo ha comportato spesso uno sconfinamento dell’orario di lavoro nella vita privata, con conseguenti aumenti di casi di burnout.

5. Flessibilità: Inevitabilmente connessa ai concetti di smartworking e homeworking c’è anche la definizione di flessibilità. Un termine già presente nel lessico del lavoro sin dagli anni ’90, soprattutto in relazione ai concetti di retribuzione e di tutele, ma che si è allargato all’intera organizzazione del lavoro. Oggi la flessibilità è soprattutto collegata alle modalità di lavoro e al suo orario, che nelle previsioni di molti analisti e imprenditori sarà sempre più ibrido. Si lavorerà sempre più in parte in presenza e in parte a distanza. E gli uffici diventeranno luoghi in cui incontrarsi solo saltuariamente.

6. Soft skill: Il termine soft skill è un termine già presente da tempo nel vocabolario del lavoro, ma che il lockdown ha arricchito di nuovi significati. Le assunzioni nelle aziende non vengono più svolte guardando solo le competenze hard dei candidati, ma anche le loro abilità trasversali necessarie per reggere imprevisti e cambiamenti repentini. Il bagaglio di soft skill richieste è mutato. Contaminazioni ed esperienze eterogenee sono tra i primi dettagli a cui un recruiter presta attenzione, alla ricerca di figure nuove in grado di sapersi adattare a differenti situazioni, soprattutto in tempi di pandemia e smartworking, senza perdere capacità come l’empatia e le abilità relazionali. Anche a distanza.

7. Empatia: L’arrivo della pandemia ha mutato le relazioni umane tra colleghi e per questo le aziende hanno sempre più bisogno di leader e figure in grado di costruire rapporti migliori a livello sia umano sia professionale. Qui entra in gioco l’empatia, la capacità cioè di comprendere gli altri oltre le normali comunicazioni lavorative. Costruire empatia a distanza non è facile ma è un passaggio necessario per costruire relazioni lavorative migliori e quindi avere anche dipendenti più produttivi e felici.

8. Reskilling: Il mondo del lavoro cambia e con esso cambiano anche le sue esigenze. Per questo è importante sapersi aggiornare continuamente restando al passo con i tempi. Il reskilling è lo sviluppo di abilità che permette al lavoratore di fare un percorso diverso, un vero e proprio percorso di riqualificazione dell’uomo e delle competenze. Un processo fondamentale per i lavoratori e le stesse aziende: da un lato i primi possono vedere un’effettiva maturazione all’interno del loro contesto lavorativo mentre le seconde hanno la possibilità di fidelizzare i propri dipendenti, evitando di perderli a favore della concorrenza.

9. Upskilling: Da non confondere con il reskilling. L’upskilling permette al lavoratore di sviluppare un upgrade delle proprie abilità che gli può consentire di svolgere il lavoro in maniera più efficiente ed efficace. Le nuove generazioni sono quelle che si aspettano un upskilling continuo da parte delle aziende per vedere un effettivo salto di qualità all’interno del contesto lavorativo. Un beneficio da cui traggono vantaggio gli stessi datori di lavoro: con lavoratori più preparati anche sulle ultime tendenze anche l’azienda sarà più competitiva.

10. Produttività: Tema da sempre spinoso per il mondo delle imprese italiane, visto il costante calo in tutti gli indici. Il lockdown però sembrerebbe aver invertito la rotta. Lo dimostra lo studio “What 12.000 Employees Have To Say About the Future of Remote Work”, condotto sui lavoratori di Regno Unito, Germania e Italia prima e dopo la pandemia, che afferma che il 75% dei dipendenti si è riscoperto più produttivo nei lavori individuali durante il lockdown, mentre la percentuale scende al 51% nei lavori di gruppo. Una sfida impegnativa in cui dovranno cimentarsi i manager nella fase di post-pandemia, quando alcuni lavoratori torneranno sul posto di lavoro mentre altri resteranno a casa.

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