Daniele Manni
Ispirare
Intervista 5 Marzo Mar 2021 0640 5 marzo 2021

Diventare imprenditori a scuola? Si può. Lo dice Daniele Manni, vincitore del Global Teacher Award

Da 15 anni questo ex imprenditore porta a scuola la filosofia del “Learning (entrepreneurship) by doing (startups)”, combinando informatica e imprenditorialità. «Ai miei ragazzi dico: è più figo usare un social o un videogioco, o crearne uno?»

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È possibile portare nella vecchia e farraginosa scuola italiana un mix di informatica e imprenditorialità, scuotendo il sistema e arrivando a vincere un premio internazionale come miglior docente del mondo? Daniele Manni, professore dell’Istituto Galilei-Costa-Scarambone di Lecce, ne è la prova vivente. Sessantuno anni, ex imprenditore e profondo amante della scuola, è il vincitore dell’edizione 2020 del Global Teacher Award, il “premio Nobel” degli insegnanti. Primo italiano a ottenere questo importante riconoscimento, il suo segreto sta nel rompere costantemente gli schemi, puntare in alto e coinvolgere gli studenti rendendoli protagonisti.

Professor Manni, come è arrivato a un importante risultato come il Global Teacher Award?
Il mio è un percorso un po’ anomalo, perché mi sono laureato in informatica nell’84 e fino al ’99 ho fatto l’imprenditore. Nelle aziende i profili come il mio erano molto richiesti, ma a me non interessavano le posizioni da dipendente. In quegli anni, per motivi familiari, sono arrivato a Lecce, e alla fine ci sono sempre rimasto. La mia caratteristica non è quella dell’imprenditore classico, ho scoperto che mi piaceva mettere in piedi società, portarle al successo e intraprendere progetti diversi. Fino all’86 non volevo insegnare, fu il provveditore di Lecce a chiedermi di fare una supplenza: riuscì a fregarmi e accettai. Non l’avessi mai fatto, mi sono innamorato dei ragazzi. Nel ’99 arrivò la svolta, decisi di smettere di intraprendere attività esterne e di portare ciò che avevo imparato a scuola. Così ho iniziato a spingere i ragazzi verso l’imprenditorialità. Siccome amavo questo aspetto, speravo di creare 24 imprenditori da 24 studenti. Così naturalmente non è stato, e per certi versi sono rimasto un po’ deluso, in media solo 1-3 ragazzi prendono questa strada. Poi c’era un problema di coscienza, perché fare imprenditorialità significava togliere ore all’informatica. Però i ragazzi, finita la scuola, tornavano e mi ringraziavano per la formazione. Lì ho capito che quel percorso è una mossa vincente, non perché debbano per forza diventare imprenditori, ma perché ne acquisiscono la mentalità. Sono le caratteristiche delle competenze trasversali, si trovano ad essere problem-solver, resilienti, si adattano facilmente, lavorano in squadra, imparano la gestione del fallimento. In Italia quest’ultimo aspetto è visto come negativo, gli stessi ragazzi si arrabbiano quando auguro loro di fallire, io invece lo vivo in senso americano, in senso positivo. Tra quelle competenze c’è l’acquisizione di maggiore fiducia in sé e nelle proprie capacità. È possibile trasformare idea avuta in un’aula, metterla sul mercato, trovare chi è disposto a spendere soldi per quell’idea. Da 15 anni vado avanti come un treno, esigo di avere sempre le prime classi. In tutte li costringo a inventarsi una micro idea imprenditoriale. Questa è la motivazione del perché del premio, la didattica alternativa che faccio io è molto rara. Oggi l’imprenditorialità si insegna soprattutto all’università, in America per esempio è prevista come materia opzionale, da noi invece nemmeno quello.

Bisognerebbe iniziare prima, quindi?
La mia idea è che l’educazione all’imprenditorialità non si debba fare alle superiori, ma già alle medie. Da 5 anni faccio un laboratorio con 10 scuole medie di Lecce una volta al pomeriggio ogni 2-3 settimane, si chiama Startup Garden. Trovo che i ragazzi anche più giovani siano molto predisposti per questo tipo di mentalità. Per non parlare del fatto che ci divertiamo come matti. L’idea alla base è: voi adorate navigare, usare i social e i videogiochi, ma è più figo usare un videogioco o inventarsene uno? Loro si rendono conto che possono essere non solo utenti, ma creatori. Agli inizi mi dicevano che i bambini sono troppo giovani per parlare di lavoro. Ma noi non parliamo di lavoro, ma di creatività. Due fattori vorrei sottolineare: il primo è che in Italia si stimola pochissimo la creatività dei ragazzi, si fa solo nei primi anni delle elementari e solo in materie come arte, in tutto il resto i ragazzi smettono all’età di 7-8 anni di essere creativi. Questo è il problema. Invece è sbagliatissimo mortificare la creatività, se si riesce a dirigerla e a convincere i ragazzi che possono crescere come changemaker, questa è l’energia che serve alla scuola. Io obbligherei le scuole medie a prevedere delle ore di imprenditorialità, innovazione, cambiamento. Ma è troppo sperare che in Italia succeda una cosa così. Allora iniziamo a farlo almeno negli istituti tecnici ed economici. In questi contesti è assurdo che non si insegni queste materie. Non esiste una scuola superiore dove si può diventare imprenditori. Tutto è improntato per formare o professionisti, o dipendenti. Ma la terza opportunità, quella di creare qualcosa in proprio, deve esserci.

E' sbagliatissimo mortificare la creatività, se si riesce a dirigerla e a convincere i ragazzi che possono crescere come changemaker, questa è l’energia che serve alla scuola.

Daniele Manni

Qualche esempio di suoi ragazzi diventati imprenditori?
Non ce ne sono tanti quanti ne vorrei, ma ne abbiamo uno: Alberto Paglialunga, che si è laureato una decina di anni fa. Alberto faceva lavoretti sparsi, finiva sempre che o veniva licenziato oppure se ne andava. Poi si è ricordato del suo prof che diceva: se non vi piace il lavoro che fate, createvelo da soli. Quindi si è messo nel garage del padre e ha messo su una vendita online di arredo bagno, perché nel suo ultimo lavoro era rimasto in buoni contatti con alcuni fornitori. Oggi, 12 anni dopo, Alberto ha una sede di 14mila metri quadri, una fila di tir che distribuiscono in tutta Italia e 70 dipendenti under 35 che lo adorano. Sono due anni che Deghi vince il primo posto nella competizione “Vetrina dell’anno”, al secondo posto c’è IKEA. Sconfigge IKEA non sul fatturato, perché 33 milioni IKEA li fa in una settimana, ma sulla qualità del servizio e la soddisfazione dei clienti. Altro esempio è una startup sociale nata nel 2016 che prende il nome di MABASTA, un acronimo perfetto: Movimento Anti Bullismo Animato da Studenti Adolescenti. Grazie all’esposizione mediatica è diventata subito famosa, i ragazzi hanno ricevuto la medaglia di alfiere della Repubblica dal presidente Mattarella e nel 2017 erano sul palco di Sanremo. Oggi questi ragazzi sono diplomati, alcuni di loro hanno deciso di continuare con il progetto e ci lavorano tutti i giorni. Quest’estate, poi, hanno avuto un’idea geniale: per riuscire ad arrivare nelle classi nonostante il lockdown, si sono inventati sei azioni dal basso che ruotano intorno al tema dello sport. A distanza hanno creato una sorta di partita virtuale tra sport e bullismo, dove i giocatori si chiamano tipitosti e tipitruci. Hanno ottenuto 27-28 patrocini da federazioni nazionali, dal comitato paralimpico, da sport e salute, e come media partner Tuttosport e Corriere dello Sport.

Si vede che ha ispirato molto i suoi ragazzi. Al ministero è riuscito a sottoporre le sue idee?
Con questa mia didattica sono uscito allo scoperto nel 2015, durante la prima edizione del Global Teacher Prize, in cui ero finalista. All’epoca feci di tutto per comunicare con il ministero, per dire loro: ciò che voi considerate fuorilegge, all’estero considerano lo considerano da premio nobel dell’istruzione. Da allora sono cambiati quattro ministri, ma il dialogo resta comunque difficile. Saremo in 3 o 4 in tutta Italia a fare questa cosa. Io sono il più vecchio, due di noi stanno alle vette del mondo per il numero di riconoscimenti. Non sarebbe ora di svegliarsi? Il lavoro per mettere a sistema nella scuola queste cose è lungo ma necessario. Noi comunque continuiamo.

Forse ci vorrebbe un approccio più imprenditoriale anche nella scuola?
Questa è l’ultima cosa che i docenti si vogliono sentire dire, ma la mentalità da impresa andrebbe adottata. Aiuterebbe a vedere la scuola come un luogo dove si crea, si costruisce, si tenta e ci si rialza, non solo come un luogo dove si veicolano contenuti che pure sono ottimi, e io questo lo difendo. Ma va aggiunto qualcosa sia in termini dei mezzi di trasmissione di questi contenuti, perché il mondo è andato avanti, sia di qualche contenuto in più.

Professore, cambiamo tema. Che esperienza ha avuto con la didattica a distanza in questi mesi?
Sottolineo il grandissimo plauso al corpo docente, io stesso mi sono sorpreso, non mi sarei aspettato che anche i miei coetanei di oltre 60 anni avessero la duttilità e resilienza per imparare a usare questa situazione in modo positivo. Sono stati bravissimi, io da informatico ed educatore però dico: dobbiamo fare un passo avanti. Il primo passo gigantesco è stato trovare una forma di didattica anche se non eravamo in presenza, adesso però questo è da rimodulare. Il passo in più è rivedere la forma di didattica. Senza nulla togliere a quello che fanno, adesso usano gli strumenti digitali per fare lezione come se fossero in classe. Sono riusciti a mantenere il contatto con i ragazzi, ma serve anche la capacità di tenerli attratti mentre stanno connessi, serve un tipo di comunicazione per fare in modo che l’interesse non cali.

Anch’io fatico ad aggiornarmi e a studiare. Però io ho il vantaggio di avere dei ragazzi che sono dei vulcani.

Daniele Manni

Probabilmente una maggiore formazione per gli stessi docenti sarebbe di aiuto, no?
Nel nostro mondo, purtroppo, il ministero viene percepito come un nemico, non come un datore di lavoro. Ogni volta che viene proposta una formazione, la viviamo come qualcosa di negativo, come una costrizione e non come un’opportunità. In certe occasioni abbiamo anche avuto ragione, ma in altre ciò che viene proposto o persino imposto non mette i docenti nello spirito migliore per apprendere. Questo è il problema più grave della formazione. In questo periodo è successa una cosa diversa, una parte del corpo docente ha sentito necessità di formarsi. Ancora oggi siamo noi a cercare di convincere i ragazzi che quello che facciamo sia utile, mentre dovrebbero essere loro a chiedere. Lo stesso succede per gli insegnanti. Ce ne sono tantissimi, soprattutto fra gli over 50, che non hanno più la forza e la voglia di aggiornarsi.

E lei?
Confesso, anch’io fatico ad aggiornarmi e a studiare. Però io ho il vantaggio di avere dei ragazzi che sono dei vulcani. Quando io spiego qualcosa c’è sempre un ragazzo mi dice che c’è un’app per quella funzione, mi tengono costantemente aggiornato su quello che il futuro sta preparando. Sono io che imparo da loro. Questa è una fortuna per me che faccio informatica, ma capisco che per un insegnante di storia sia difficile tenersi aggiornati. Se il docente ha voglia di essere curioso e di approfondire, però, si può fare comunque.

Insomma, hanno tutti da imparare a scuola…
Una volta ho incontrato in copisteria un ragazzo che si fotocopiava un testo di linguaggio di programmazione PHP. Ricordo che mi disse che i suoi prof non ne sapevano nulla, imparava da autodidatta. Il problema è che i ragazzi subiscono questa fruizione di contenuti, ma senza mai essere interpellati. Io invece vivo la scuola in questo modo, mi sento fortunato perché facciamo cose meravigliose. E anche se abbiamo continuamente i riflettori puntati su quello che facciamo, sono ancora troppo pochi quelli che hanno questo percorso sulla loro strada. Ma per fortuna ci sono anche tanti esempi di docenti che escono fuori dalle righe, se ne fregano della burocrazia, non chiedono il permesso a nessuno e operano come meglio credono. Queste storie vanno raccontate perché altri possano dire: si può raggiungere qualcosa di diverso.

E lei, ora che ha raggiunto il premio massimo, che cosa punta a raggiungere?
Io ho 61 anni, mi dicono che fra 4-5 anni mi butteranno fuori. Per quel momento non immagino grandissimi cambiamenti, spero di continuare a fare ciò che faccio ora, ma da esterno. Probabilmente una volta in pensione ritornerò alle mie origini, da piccolo facevo il falegname, come mio padre. Avevamo una torneria, riaprirò una bottega, il mio sogno è di tornare a mettere le mani sul legno. Non è casuale, la mia è una generazione che d’estate andava dal maestro, chi dal falegname, chi dall’elettrauto, chi a fare i pavimenti. Tutti abbiamo imparato un mestiere. La professione la impari solo se la fai. Spesso vengo ritratto come quello che insegna l’imprenditorialità, ma io non faccio nulla alla lavagna, noi l’imprenditorialità la facciamo. Se non fai qualcosa, non imparerai mai a farlo.

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