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Inchiesta 25 Gennaio Gen 2021 0716 25 gennaio 2021

Oltre la laurea: per trovare lavoro le competenze contano sempre di più

Con i suoi “Google certificates”, Big G ha lanciato un nuovo paradigma della formazione in cui contano soprattutto le competenze, non tanto il titolo di studio. E non è l’unica azienda. È proprio ora di dire addio ai cari vecchi atenei? Ne abbiamo discusso con due esperti

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Se c’è una cosa che si dice da anni, è che la laurea è diventata il nuovo diploma: senza il “pezzo di carta”, trovare lavoro nel nuovo millennio diventa molto più difficile. O forse no. All’inizio della nuova decade, ci sono aziende che stanno scardinando questo principio, rilanciando il tema della formazione specifica, ottenibile nell’arco di pochi mesi e valida quanto una laurea. Una su tutte: Google.

Da poco l’azienda tech numero uno al mondo ha lanciato i “Google certificates”, titoli basati su corsi specifici ottenibili nell’arco di appena sei mesi, al costo di 49 dollari al mese. Ai fini della sua selezione interna, Google li considererà al pari di alcuni diplomi di laurea.

Si può lasciar perdere 3-5 anni di studio, un mucchio di tasse e spese e riuscire comunque a lavorare per una delle più importanti aziende al mondo? Evidentemente sì.

Non ha dubbi nemmeno Giovanni Biondi, presidente di Indire, l’istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca innovativa. «Quello di cui c’è bisogno oggi sono le competenze, non il titolo di studio, perché spesso i due non sono allineati. Sul mercato di certi settori, come quello informatico, dell’intelligenza artificiale eccetera, è questo che serve», spiega. Biondi, oltre ad essere un esperto di questi temi, ci è passato in prima persona. «Io ho un figlio che aveva fatto Informatica all’università e non si voleva laureare perché diceva: nessuno mi chiede mai la laurea», racconta. «L’ho pregato io di laurearsi, ma era praticamente un piacere personale. Sono un padre di vecchia generazione e a lui mancava solo la tesi. Probabilmente però aveva ragione lui».

In un mondo che cambia velocemente, i percorsi di formazione classici (pluriennali) faticano a star dietro al tasso di aggiornamento delle tecnologie. Spesso chi studia ingegneria o informatica all’università quando entra in azienda deve apprendere contenuti e metodologie di cui non aveva mai saputo prima. Le aziende necessitano di professionisti con competenze specifiche, e spesso portano avanti una formazione interna per “costruire” i propri lavoratori.

Un esempio interessante è il quadrilatero dell’auto Motor Valley tra Fornovo e Modena, che unisce Ducati, Dallara, Lamborghini e Ferrari. «Le auto di oggi sono talmente diverse rispetto al passato che ormai non servono più gli ingegneri meccanici ed elettronici, ma qualcuno che sappia entrambe le cose», spiega Biondi. Così in Motor Valley le aziende hanno introdotto quattro percorsi post laurea dove insegnano con prof universitari e docenti dalle imprese, per crearsi le loro professioni. «Rompono uno schema rigido, oggi abbiamo bisogno di superare le classi disciplinari universitarie. In Italia abbiamo 372 settori disciplinari, una frammentazione che va contro ciò che avviene nel mondo reale», dice ancora il presidente.

Quello di cui c’è bisogno oggi sono le competenze, non il titolo di studio, perché spesso i due non sono allineati.

Giovanni Biondi, Indire

L’università, insomma, oggi fatica a essere performante rispetto ai bisogni e alla cultura del mondo esterno. «Una volta la scuola era un ascensore sociale. Oggi ci si laurea e ci si trova scombinati nel mondo del lavoro. È inevitabile che l’università declini, perché è ingessata. Se si parla di Big data, ad esempio, chi se ne occupa? L’ingegnere, il sociologo, l’economista? Nessuno è in grado di farlo da solo, serve pluridisciplinarietà. Non si possono guardare questi temi da un solo punto di vista. Noi continuiamo a formare ragionieri, ma fra qualche anno non esisteranno più», dice Biondi.

Per cavalcare e stare al passo con l’evolversi del panorama lavorativo, l’Indire si è reso protagonista attivo in due settori: da un lato gli istituti tecnici superiori (Its), percorsi post diploma che offrono una formazione tecnica altamente qualificata per entrare subito nel mondo del lavoro, dall’altro l’università telematica Iul, l’unica di questo tipo fatta da due istituzioni pubbliche, l’Indire e l’università di Firenze. Sono due realtà che raccontano di quanto il panorama della formazione stia evolvendo, e i dati parlano da sé. Gli Its, con percorsi su efficienza energetica, mobilità sostenibile, tecnologie, made in Italy, beni culturali, informazione, sono il canale formativo con miglior successo occupazionale: l’80% degli studenti trova lavoro entro un anno. Cosa la contraddistingue? Il 50% dei docenti proviene dalle aziende, il 30% della durata dei percorsi è svolto in azienda, e il 50% dei percorsi utilizza le tecnologie dell’industria 4.0.

Dall’altra parte c'è lo Iul, esempio che più si avvicina, complice la pandemia, a mostrare come si debba e possa fare università. Anche se, assicura Biondi, «gli studenti non frequentanti esistevano anche prima, la formazione a distanza si faceva lo stesso». Oggi, però, un’università telematica offre molto di più in termini di strumenti di lavoro, perché opera con il digitale come pane quotidiano, ma senza dimenticare le necessità di fare attività sul campo, soprattutto in certi settori. «Nel corso di scienze motorie, ad esempio, parte delle esercitazioni si fa in campo sportivo, con situazioni blended e stage. Perché non si deve surrogare con il digitale le attività che vanno fatte sul campo, il digitale può solo potenziare».

Le possibilità della formazione digitale, peraltro, si inseriscono bene anche nel contesto del lifelong learning, la necessità di continuare a studiare e ad aggiornarsi per tutto il corso della vita, in un mondo del lavoro sempre più fluido. «Se uno pensa di continuare a fare lo stesso lavoro sbaglia di grosso. Io stesso sono di una generazione diversa, ma mio figlio cambia lavoro ogni quattro anni. Per lui è una necessità. Mi dice: altrimenti non imparo più», specifica Biondi.

Martino Bernardi è il ricercatore che coordina Eduscopio, l’indagine annuale svolta dalla Fondazione Agnelli sulla capacità delle scuole superiori, da un lato, di preparare al passaggio all’università, e dall’altro di preparare al mondo del lavoro, a seconda dell’indirizzo. Dall’edizione di quest’anno, emergono trend che sembrano confermare l’importanza dell’università per i diplomati.

«Dal 2014», spiega Bernardi, «sembra esserci una crescita marginale ma costante nel tasso di immatricolazione, per tutti gli indirizzi di studio, licei e istituti tecnici e professionali». Soprattutto fra gli istituti tecnici e professionali, in cui il tasso di iscrizione all’università è generalmente più marginale rispetto a quello dei licei, si registrano alcuni incrementi degni di nota: «Nel comparto degli istituti tecnici, i diplomati dell’indirizzo tecnico-economico che scelgono di immatricolarsi sono passati tra il 2014 e 2017 dal 36% al 40%, e nell’indirizzo tecnico-tecnologico dal 33% al 36%. I professionali invece sono passati dal 12,5% al 14,3%. L’unica eccezione è fra i diplomati del settore Industria-artigianato, dove le immatricolazioni sono passate dall’8,75% nel 2014 al 7% tre anni dopo», dice l’esperto.

Mai come oggi si dovrebbe puntare a fornire, a diplomati e non, percorsi legati alle Stem, affinché i ragazzi abbiano competenze scientifiche e tecniche che diventeranno sempre più rilevanti.

Martino Bernardi, Fondazione Agnelli

Insomma, anche fra i diplomati che dovrebbero essere naturalmente orientati all’entrata nel mondo del lavoro, una volta ottenuto il diploma, l’università continua ad affermarsi come una scelta valida. Risultato confermato anche dalla media dei voti ottenuti dagli studenti: «A livello generale, negli ultimi quattro anni la percentuale dei crediti formativi ottenuti (e quindi di esami universitari dati) è in lieve crescita: dal 56,2% nel 2014 al 58,6% nel 2017. Testimone che in questi anni gli studenti hanno lavorato di più e meglio. Lo stesso si vede anche dalla media dei voti: nel 2014 era 24,8%, nel 2017 24,95%. È aumentata di poco, ma sembra esserci maggiore impegno», prosegue Bernardi.

Si continua dunque a considerare l’università come un modo più sicuro di trovare lavoro? In realtà, l'immatricolazione potrebbe anche essere un modo per darsi maggiori opportunità, in mancanza di alternative. Nonostante alcuni percorsi di studio siano teoricamente improntati al lavoro, infatti, il tasso di coerenza fra studi svolti e settore di impiego tende a variare molto fra i diversi indirizzi, e in alcuni casi il gap diventa così ampio da lasciare interdetti. Se nell’istruzione professionale quasi un diplomato su due (47% nel comparto industria-artigianato, 45% nei servizi) riesce a trovare un’occupazione coerente con quanto ha studiato a due anni dal diploma, infatti, d’altra parte i diplomati tecnici svolgono professioni che arrivano a discostarsi di molto dal loro percorso di studi: «I diplomati dell’indirizzo economico svolgono una professione coerente con il loro percorso solo in un caso su cinque, quelli dell’indirizzo tecnologico in un caso su tre», dice l’esperto.

Se la scuola non è capace di inserire nel mondo del lavoro in maniera efficace, piuttosto che ritrovarsi completamente spaesati, vale allora la pena di proseguire gli studi. «I tassi di transizione da classico e scientifico sono intorno al 95%, per gli istituti tecnici solo uno su 3 sceglie di proseguire, questa crescita è tra gli studenti indecisi tra un percorso o l’altro. È una scelta di campo quella di andare all’università, frutto di una rinnovata convinzione sui benefici di una laurea. Si conferma ciò che le evidenze empiriche mostrano, esiste un premio della laurea rispetto al diploma, anche perché i salari per i laureati sono ancora premianti rispetto a quelli ottenuti con un diploma», spiega Bernardi.

Rimane comunque il problema della cosiddetta employability: se nemmeno l’università forma a dovere, il rischio è solo di rimandare il problema ulteriormente. «Nei prossimi 15 anni nasceranno professioni che oggi non esistono: non abbiamo ancora un corso di laurea per questi mestieri, ma ciò che appare più evidente è che via via gli studenti si troveranno di fronte ad alcune professioni obsolete, sostituiti da robot e intelligenze artificiali. Mai come oggi si dovrebbe puntare a fornire a diplomati e non percorsi legati alle Stem, affinché i ragazzi abbiano competenze scientifiche e tecniche che diventeranno sempre più rilevanti», conclude il ricercatore.

Insomma, l’università può non diventare obsoleta, a patto di raccogliere, non ignorare, la sfida che Google le ha lanciato.

«Da piccolo mi dicevano: se non studi ti mando a lavorare. Oggi se vuoi lavorare devi studiare», conclude Biondi. «L’università italiana è ancora un’eccellenza, ma è il modello formativo universitario che dobbiamo cambiare. La proliferazione dei settori disciplinari è stata spinta dalla fame di cattedre e di posti: bisogna uscire da questo meccanismo e ragionare in termini di competenze in uscita. Oggi ci si laurea in ingegneria, ed è uguale se si è laureati a Bari o a Torino. Invece di creare competizione fra atenei, bisogna crearla sulle skill. La descrizione del corso di laurea dovrà riguardare le competenze quando si esce. Perché chi ti assume alla fine vuol sapere se hai competenze necessarie in certi settori».

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