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Inchiesta 9 Novembre Nov 2020 0701 9 novembre 2020

Ritrovare il senso del lavoro...nel secondo lavoro

Sempre più persone cercano motivazioni e fini in un'occupazione diversa dalla principale. Non è solo questione di reddito. Perché? Ne parliamo con Ivana Pais, sociologa dell'Università Cattolica di Milano

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Sempre più nel mondo del lavoro il senso e lo scopo sono costruiti, non trovati. Uno scopo, ha spiegato John Coleman, autore di Passion & Purpose (HBR, 2011), è «qualcosa che dobbiamo perseguire e creare consapevolmente e con il giusto approccio, quasi ogni lavoro può essere significativo». Ivana Pais, sociologa dell’economia, docente all’Università Cattolica di Milano, sta conducendo un’indagine proprio su questo argomento.

Passion & Purpose

Sempre più persone cercano un secondo lavoro. Lei sta studiando questo fenomeno, come è arrivata a identificarlo?
Stavo studiando e raccogliendo dati e materiali per una ricerca che sulla diffusione di persone che svolgono più attività lavorative. Una ricerca che coinvolge sei Paesi europei e vede l’Università Cattolica di Milano come capofila. Ed è nel corso di questa ricerca che è emerso il tema del senso. Ora, con i colleghi, stiamo conducendo un’analisi statistica per cercare di rilevare questo fenomeno. Un fenomeno che avevamo percepito dal punto di vista qualitativo e, ora, ci proponiamo di spiegare dati alla mano.

Parliamo dunque di un secondo lavoro, su cui però fanno difetto le statistiche?
Le statistiche che abbiamo a livello europeo rilevano dati completi solo sul primo lavoro. Sul secondo, invece, sono carenti. I primi risultati che abbiamo raccolto, però, confermano la nostra sensazione. Con una distribuzione diversa: ci sono persone che hanno più contratti a tempo come dipendenti, contratti che combinano tra loro; e poi ci sono, ovviamente, i lavoratori autonomi che per definizione hanno più committenti. Ma quello che stiamo cercando di ricostruire è se un soggetto, dipendente o autonomo che sia, svolge una multiattività.

Non potrebbe essere, semplicemente, un meccanismo di protezione o integrazione del reddito: persone che hanno protezione su un lavoro e non su un altro e cercano di ricombinare questo?
Certamente, ma come dicevo è emersa forte la questione del senso.

Alla ricerca del senso

Qual è il settore in cui emerge più forte questa ricerca di senso?
Indubbiamente è il mondo dell'industria culturale e ricreativa. Un mondo che non viene quasi più considerato un lavoro retribuito: la percezione è che, in questo mondo, oltre agli insider, gli outsider siano semplicemente coloro che possono permettersi di farlo per ragioni varie (perché hanno protezioni famigliari o di altro tipo). Ma proprio in questo settore emerge il tema del secondo lavoro che recupera il senso.

Molte persone, infatti, fanno un lavoro per così dire "normale" e hanno costruito anche carriere, ma ritengono che la costruzione di senso avvenga nel secondo lavoro, quello prettamente culturale e, formalmente, poco o male retribuito.

Un tempo, al lavoro si affiancavano alcune forme espressive generatrici di senso: il volontariato, l'impegno nell'associazionismo.

Ivana Pais, sociologa dell'Università Cattolica di Milano

Lo ritiene un fenomeno emergente?
Il fenomeno è sempre esistito, ma mentre fino a qualche anno fa era sottotraccia, oggi, con la competizione crescente e l'abbassamento dei livelli retributivi nel mondo culturale, il doppio lavoro è diventato lo standard.

Con quali differenze?
Molte delle persone che stiamo intervistando ci raccontano che hanno iniziato a lavorare nell'industria culturale molti anni fa. Con una convinzione: fare per alcuni anni la gavetta, nel frattempo trovarsi un lavoro strumentale, e poi integrarsi pienamente. Dopo venti o trent'anni quelle persone si ritrovano nella stessa situazione e la condizione di doppio lavoro è diventata stabile: il senso da un lato, la retribuzione dall'altro.

La condizione di doppio lavoro è diventata stabile: il senso da un lato, la retribuzione dall'altro.

Ivana Pais, sociologa dell'Università Cattolica di Milano

Ivana Pais, sociologa dell'Università Cattolica di Milano

Sono forme di cinismo organizzativo?
Tecnicamente si possono definire così: persone che hanno fatto un investimento simbolico su un un settore, con l'idea che sarebbe arrivato il loro momento ma...

... Quel momento non è arrivato...
Esattamente. Ma questo fenomeno, ed è il dato più interessante, riguarda anche chi entra, oggi, in questi settori e subito imposta la propria "costruzione" su un multi-impengo. Se per i primi l'investimento simbolico è rimasto e, di fatto, il senso continuano a ricercarlo nel primo lavoro, per i nuovi entrati è nel secondo impiego che si cerca immediatamente una risorsa simbolica. Questa apparente dissociazione è un fenomeno interessante, perché mostra alcune caratteristiche dei nostri sistemi.

Quale?
Un tempo, al lavoro si affiancavano alcune forme espressive generatrici di senso: il volontariato, l'impegno nell'associazionismo. L'investimento di senso era in una dimensione sociale e relazionale da cui si aspettavano dei ritorni. Oggi, invece, nel lavoro - pur in un frangente critico - si vede immediatamente la possibilità di un ritorno in termini di senso. Un tempo si cercava un lavoro e, liberatisi del tempo del lavoro, si cercava di avere altro tempo da investire fuori dal lavoro. Oggi, invece, è nel lavoro che si cerca il senso. Anche quello perduto a causa di un impiego che si ritiene non gratificante. Si tratta di un fenomeno che dovremo studiare bene, perché pone nuove sfide e nuove possibilità. Anche sul piano sociale.

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