Dario Gasparo
Ispirare
Intervista 19 Ottobre Ott 2020 0639 19 ottobre 2020

La “scuola sotto il cielo” del prof Dario Gasparo

Intervista al docente di Trieste, vincitore dell’Italian Teacher Prize nel 2017, che ha rimesso a nuovo l’area verde adiacente al suo istituto per fare lezione all’aperto e aiutare gli studenti a “imparare facendo”

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Una scuola all’aperto. Di più, una scuola dove l’apprendimento è un gioco e uno stimolo continuo. Anche nell’ambito delle materie scientifiche, quelle a cui normalmente si assocerebbe più metodo. È la scuola di Dario Gasparo, 58enne docente di matematica e scienze all’Istituto comprensivo Valmaura di Trieste e vincitore, nel 2017, dell’Italian Teacher Prize, il riconoscimento che ogni anno il ministero dell’Istruzione riserva agli insegnanti che più si sono distinti per la loro didattica innovativa e per i successi ottenuti nella formazione.

A Gasparo quel premio ha portato 30mila euro, che subito ha deciso di investire per rimettere in sesto un’area verde ormai abbandonata accanto alla sua scuola e per attuare la didattica che da sempre fa, una didattica all’aperto, dove giochi e gite sono d’obbligo e dove banchi e lavagna esistono solo per il minimo necessario. Un metodo che torna estremamente utile in tempo di Covid, dove il distanziamento e i protocolli di igiene fanno impazzire dirigenti e studenti, ma anche un esempio di una didattica diversa e davvero formativa, di cui gli studenti «sono sempre stati contenti», assicura il professore.

Professor Gasparo, da dove viene questa idea della scuola all’aperto?
Io ho sempre amato l’ambiente aperto, anche da ragazzino frequentavo gli scout, che sono una scuola di vita, insegnano a sapersi accontentare e arrangiare, apprezzando quello che si ha e cercando di utilizzarlo al meglio. Come docente io insegno anche a fare un po’ di fatica, camminando per esempio: conquistarsi gli obiettivi così è molto più appagante. Con gli studenti facciamo anche gite in un rifugio sul Carso triestino, dove ci facciamo da mangiare da soli. È un approccio che parte da lontano, io sono cresciuto nel mondo sportivo, fra pallavolo, corsa e sci, e considero il movimento importante soprattutto per i ragazzi, che ormai sono sempre più refrattari a muoversi. In gioco ci sono il fattore del rischio, l’aspetto relativo allo stare insieme, la capacità di crescere in gruppo: si tratta di aspetti che vengono amplificati quando si fa qualcosa di concreto e potenzialmente rischioso. All’improvviso i ragazzi diventano molto più attenti a quel che fanno, devono saggiare la difficoltà. Sono tutti aspetti che mi hanno indotto a perseguire una strada che mi veniva naturale. Personalmente mi annoio da morire se mi devo rinchiudere in un’aula. E anche le lezioni in classe sono sempre in forma ludica. Avere possibilità di fare queste cose all’aperto però cambia tutto. Mi piace lavorare così.

Come è strutturato il suo “programma” di matematica e scienze?
Quest’anno, in seconda media stiamo facendo qualche lezione di medicina e studiando il corpo umano. Facciamo esercizi per illustrare il sistema osseo, quale muscolatura è in atto quando siamo in posizione di equilibrio, a cosa servono le singole ossa. L’aula è a disposizione fintanto che il tempo ci assiste. Per ora riusciamo a stare all’aperto anche tre giorni su quattro. Troppe persone vedono subito il problema del maltempo, lì tanti docenti si arenano. A me piace trovare soluzioni per rendere possibili le cose. Se fa freddo magari basta mettersi un giubbotto in più. Per le lezioni di scienze sfrutto il cortile, abbiamo disegnato un grande cuore a terra per parlare dell’apparato cardiocircolatorio, così i ragazzi possono imparare muovendosi. Diventa un gioco, loro memorizzano più facilmente e sono in attività. La mia preoccupazione è che i ragazzi, ormai nativi digitali, passino sempre più tempo davanti a un monitor. Io ricordo sempre loro di disconnettersi perché altrimenti perdono la concentrazione, bisogna staccarli dal mondo virtuale e fare cose reali. Insieme andiamo in bicicletta e spiego loro l’uso dei rapporti, mentre dall’alto del monte Carso studiamo geografia. Ora spero di non dover cambiare granché del mio modo di fare lezione, molto dipenderà da quanto saremo bravi a gestire il Covid. Ad oggi però non vedo motivi per cui dovrei ridurlo.

Come ha utilizzato il denaro vinto con il Teacher Prize?
Senza quei 30mila euro sarebbe stato difficile immaginare di poter attuare questo tipo di didattica. Già negli anni scorsi utilizzavo quello spazio verde per fare lezione, facevo saltare e giocare i ragazzi, ma i rovi e i cespugli del cortile lo rendevano difficile. Quando il ministero mi ha chiesto come sarebbero stati utilizzati i fondi ricevuti, ho illustrato il mio progetto. Ho anche avuto la fortuna di incontrare in corsa un mio ex studente che oggi è architetto, lui è stato subito entusiasta del progetto e grazie a lui siamo riusciti a reperire altri 30mila euro che ci hanno aiutato a realizzare completamente lo stagno, il sentiero di accesso, un piccolo anfiteatro che non è più soltanto un posto dove sedersi. Ora è presentabile, ma vorrei far capire ai ragazzi l’importanza del seguire le stagioni facendo un piccolo orto, e poi fare attività con la botanica, far conoscere loro il bosco, gli alberi caratteristici della zona, e fare una siepe per coprire un muro di cemento che abbiamo. La nostra scuola è abbastanza famosa dal punto di vista architettonico, vengono persino dal Giappone a vederla. Fu costruita alla fine degli anni Settanta da Aldo Rossi e da un architetto triestino, ha degli oblò per la luce molto particolari. Allora però andava molto di moda il cemento, quindi di fatto siamo circondati da muraglie che la fanno sembrare un carcere. Parte del piano è anche di abbellirli con dei graffiti, così i ragazzi potranno sfruttare la loro passione artistica. Vogliamo creare un ecosistema per attrarre libellule, rane, tritoni, picchi, cassette per pipistrelli, decorando per abbellire il grigio del cemento. Pian piano ci arriveremo.

Insieme andiamo in bicicletta e spiego loro l’uso dei rapporti, mentre dall’alto del monte Carso studiamo geografia

Dario Gasparo

Come reagiscono i suoi ragazzi al suo metodo anticonvenzionale?
Proprio di recente ho avuto l’ennesima riprova da due ragazzi, mi dicono che amano fare scuola così. Talvolta mi incontro con i miei ex studenti, loro ricordano le esperienze per imparare a gestire il fuoco e certi laboratori di scienze molto più dei concetti del programma. Per me è una gratificazione e molti docenti ce l’hanno, non è una gratificazione economica, ma si trova nella soddisfazione che vedi negli occhi dei ragazzi. Per quanto mi riguarda è un discorso anche un po’ egocentrico, io faccio questo lavoro perché mi diverto. All’inizio non era nei miei programmi fare l’insegnante. Avevo fatto la scuola per diventare maestro, ma poi ho studiato biologia e lavorato in una società di biologi, sono approdato piuttosto tardi alla scuola media. Credo sia uno dei più bei lavori: più studi più capisci che devi imparare, ma parlando con i giovani li vedo sempre contenti, e questo mi sprona a continuare.

Ma qualche problema ogni tanto ci sarà pure…
Certo, ogni tanto succede. In epoca Covid soprattutto ci si scontra con molti problemi. A scuola a noi mancano ancora dei docenti, non tutti sono stati nominati. Di recente ci è anche capitato un genitore che si è rifiutato di firmare il patto di corresponsabilità per il Covid. Noi però cerchiamo di rendere agevole e sereno il lavoro in tutti i modi. Nei mesi scorsi siamo stati abbastanza bravi ad attrezzarci con la didattica a distanza, e prima dell’inizio della scuola abbiamo inviato un video perché i ragazzi sapessero esattamente come comportarsi. Purtroppo si vive sempre un po’ nell’ansia e si ha sempre il terrore di essere responsabile di qualcosa. In più ci si mettono gli aspetti amministrativi, dove se non c’è un obiettivo comune, non sai come reagire. Fortunatamente il tramite per essere in sintonia con i genitori è trasmettere cose positive ai ragazzi, loro lo raccontano a casa e così anche le famiglie sono contente. Qualche tempo fa abbiamo fatto un’arrampicata dove sono venuti anche i genitori, per esempio. Il rischio che trovi anche il genitore che ti fa storie c’è, è il motivo per cui tanti colleghi rimangono fedeli alla didattica tradizionale e non osano fare un passo in più. A pesare davvero però è la mancanza di considerazione per i docenti, spiace sentir parlare male di una categoria che per la stragrande maggioranza ci tiene molto. In questo senso la didattica a distanza è stato un vera esercizio per tante famiglie, che su questo hanno toccato con mano la difficoltà e l’impegno che i ragazzi chiedono.

Purtroppo quando si fanno i concorsi si selezionano i docenti in base alla competenza, non per come si insegna. Se l’approccio è quello chiuso e cattedratico, le cose non funzionano.

Sulla didattica a distanza questi mesi sono stati molto diversi per tutti. Lei come l’ha vissuta?
Io non mi sono trovato male, anche i ragazzi paradossalmente in certi casi stando a casa hanno avuto molte meno distrazioni. Su matematica ad esempio, il fatto di essere davanti a un monitor e fare lezione con la lavagna condivisa li ha aiutati a concentrarsi. Forse è stato più noioso rispetto ad avere il compagno di fianco, ma per molti di loro è stato positivo. Poi stare a scuola in presenza è comunque un’altra storia, e a me piace giocare, tenere un contatto umano. Mi auguro che si possa ritornare alla normalità, ma anche se la scuola dovesse chiudere di nuovo, credo che potremo lavorare comunque.

Per innovare la didattica però ci vuole molto più di un computer...
La parte tecnica è sicuramente risolvibile senza uno sforzo immane, i ragazzi hanno grande dimestichezza con i dispositivi e hanno imparato a usare piattaforme come Zoom e Meet con grande facilità. Più problematico è invece l’approccio: io non voglio passare per "quello che ha capito come si fa", ma vedo che è difficile mettersi in gioco, se un docente non ha questa predisposizione per natura. Io faccio lezione cercando sempre di attirare l’attenzione dei ragazzi, per farlo bisogna anche un po’ sapersi prendere in giro e questo è un po’ più difficile. Purtroppo quando si fanno i concorsi si selezionano i docenti in base alla competenza, non per come si insegna. Se l’approccio è quello chiuso e cattedratico, però, le cose non funzionano. In questo senso dico che la didattica a distanza si impara, ma per imparare a insegnare in modo diverso bisognerebbe avere dei corsi con cui imparare a lavorare con questi aspetti. Io ho fatto tanta psicologia, ad altri docenti con percorsi diversi non è stato chiesto di farlo. Nell’approccio e nell'assunzione di nuovi docenti non c’è niente di tutto questo. Oltre a conoscere le cose però bisogna anche saperle comunicare. Non gioca a favore che la nostra categoria sia la più anziana in Europa. Quanto puoi avere voglia di metterti in gioco e cambiare le tue modalità di lavoro se sei ormai vicino alla pensione? Il gap generazionale con i ragazzi è forte e questo rende le cose difficili. I supplenti più giovani invece vedo che sono più in sintonia con i ragazzi.

La pandemia ha “sbloccato” un po’ di sensibilità su questo tema, accelerando lo svecchiamento della scuola?
Io considero questa contaminazione delle tecnologie positiva, sono contento ogni volta che ci si sprona una scuola del fare, ma ci si scontra sempre con le difficoltà burocratiche. Sono contento quando si parla di innovazione della didattica: più persone iniziano a battere su questa strada, più questo obiettivo diventa perseguibile.

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