Rider
Orientare Il Caso 20 Luglio Lug 2020 0625 20 luglio 2020

Rider, il dibattito in corso sui fattorini dopo l’emergenza Covid

Sono stati tra i lavoratori essenziali in attività durante il lockdown. Dopo che le loro sorti sono state lasciate nelle mani dei giudici per anni, con il decreto salva imprese del 2019 si è cercato di mettere ordine. Ma restano molte questioni aperte, a partire dalla sicurezza

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Se ne parla da anni, ormai, in tutto il mondo. E non solo per il servizio che offrono, ma anche per il complesso inquadramento di uno dei lavori più noti della gig economy. Parliamo dei rider, i fattorini in bici che, da quando sono emerse app come Deliveroo, Glovo, JustEat e altre, hanno preso a spopolare tra più e meno giovani. Tra chi li utilizza come side job per arrotondare, e chi invece ne ha fatto un mestiere a tempo pieno, per scelta o per necessità.

Perché questi lavoratori, pur essendo diventati “icona del lavoro agile”, rimangono tuttora difficili da inquadrare in termini di garanzie contrattuali e tutele professionali. Lavorare a cottimo ma senza essere sfruttati, mantenere la libertà di scegliere turni e orari, ma senza il giogo di non avere nessuna copertura di malattia, ferie eccetera: un equilibrio difficile, quello dei fattorini, non solo in sella alla bicicletta.

E questo difficile equilibrio è emerso ancora di più nel corso del lockdown dovuto all’emergenza coronavirus, quando i rider sono rimasti tra i pochi lavoratori essenziali in attività, con un picco delle consegne a domicilio. Sollevando problematiche sulla fornitura dei dispositivi di sicurezza e la tutela della salute da parte delle piattaforme di food delivery, che hanno portato anche a diversi episodi di protesta da parte dei lavoratori.

L’idea è di proibire o limitare la percentuale di variabile del lavoro a cottimo, che prevede il pagamento in base al numero di consegne, stabilendo che occorre un pagamento fisso per ogni ora di lavoro

Il nodo centrale resta in primis l’inquadramento di questi lavoratoti. Sono da considerare lavoratori subordinati o autonomi? E se sono autonomi, va stabilito un minimo salariale e tutele estese pari agli altri lavoratori dipendenti?

Le prima risposta a questa domanda è arrivata a gennaio 2019 da una importante sentenza del tribunale di Torino, che ha accolto in appello il il ricorso di alcuni rider verso le società per cui lavoravano, decretando che a tutti vadano applicate le tutele del lavoro subordinato. Una decisione ribadita poi in Cassazione, che a gennaio 2020 ha stabilito una volta per tutte che i ciclofattorini non sono dipendenti, ma a loro vanno riconosciute alcune condizioni del lavoro subordinato. Davanti al lavoro etero-organizzato, anzi, i giudici di legittimità ritengono che nel caso dei rider non ci sia un “terzo genere” tra autonomia e subordinazione. Anzi, affermano che «non ha senso interrogarsi sul fatto che tali forme di collaborazione, così connotate e di volta in volta offerte dalla realtà economica in rapida e costante evoluzione, siano collocabili nel campo della subordinazione ovvero dell’autonomia, perché ciò che conta è che per esse, in una terra di mezzo dai confini labili, l’ordinamento ha stabilito espressamente l’applicazione delle norme sul lavoro subordinato».

Il primo problema che si pone, però, è quello della sostenibilità economica del settore. Come ha spiegato Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt, in un commento sul Sole 24 Ore, «immaginarsi i rider come lavoratori coperti da tutte le tutele del lavoro subordinato può tranquillizzare, ma vuol dire non accorgersi delle conseguenze che questo può avere per l’intero comparto».

Il dibattito prosegue da tempo. Nel 2019, dopo un lungo botta e risposta tra le piattaforme e i sindacati dei fattorini, il “decreto Salva Imprese” ha introdotto alcune novità normative, inserendo le prestazioni di lavoro «organizzate mediante piattaforme anche digitali» tra i rapporti di lavoro subordinato. Ai fini del trattamento di lavoro, quindi, i riders sono considerati dipendenti, a meno che non abbiano un rapporto di collaborazione occasionale fino a 5mila euro l’anno. L’abolizione del cottimo è confermata, tranne per i lavoratori occasionali.

Fino a prima del decreto governativo, infatti, a stabilire volta per volta i diritti dei fattorini erano stati i giudici. Non potendo continuare a dipendere in questo senso dalle sentenze, il legislatore si è infine fatto carico del tema, ma «facendo confusione perché non si capisce bene quale sia la modalità di lavoro e organizzativa», spiega Seghezzi. La norma prevede di proibire o limitare la percentuale di variabile del lavoro a cottimo, stabilendo il pagamento in base al numero di consegne e che occorre un pagamento fisso per ogni ora di lavoro. Ma «se io prendo 5 euro l’ora e 3 euro per la consegna, questo porta a disincentivare il numero di consegne e a tenere bassi i salari perché sappiamo che il lavoro dei rider si basa su due picchi giornalieri, pranzo e cena», dice Seghezzi. «L’orario fisso si limiterebbe a poche ore durante il giorno, per cui tutti quelli che riuscivano a fare anche quattro consegne l’ora saranno limitati».

«Si è tentato di ricondurre il problema all’interno delle categorie classiche, operando anche una forzatura, perché il cottimo in sé non è illegale»

Francesco Seghezzi, Adapt

Ma se è vero che fare il rider comporta ancora di avere pochissime tutele sotto il profilo contrattuale, è anche vero che il lavoro in sé può pagare molto bene, man mano che si scala la classifica dell’app. I rider che lavorano da più tempo possono arrivare a guadagnare anche cifre che si aggirano intorno ai 2.000 euro lordi al mese. Molte piattaforme inoltre funzionano già con una paga minima, per cui l’introduzione di un tetto economico rischierebbe di danneggiarli. Non è un caso, infatti, che un gruppo di rider si sia ribellato al provvedimento preso con il decreto, scrivendo una lettera firmata da 500 di loro, ma criticata da una larga parte dei colleghi.

Sebbene almeno uno dei punti sollevati nel decreto ricalchi quelli già contenuti nella Carta dei diritti di cui diversi gruppi si erano dotati in passato, tra cui l’obbligo di assicurazione Inail da parte delle piattaforme, la questione del tetto rimane spinosa. «Si è tentato di ricondurre il problema all’interno delle categorie classiche, operando anche una forzatura, perché il cottimo in sé non è illegale», spiega Seghezzi, «e così facendo si rischia di mettere in seria difficoltà il mercato». La direzione della legge, comunque, è di arrivare a un contratto collettivo in cui si possa derogare ad alcune previsioni. Ma ancora si sono fatti pochi passi avanti.

Una situazione ancora confusa, dunque, che è emersa in tutte le sue contraddizioni durante l’emergenza coronavirus. Da Milano a Bologna, diversi fattorini hanno protestato chiedendo alle società per cui lavoravano la fornitura di guanti e mascherine.

Così sono stati ancora una volta i giudici a decidere. Prima il tribunale di Firenze, e poi quello di Roma, hanno stabilito che le società di food delivery devono consegnare guanti, mascherine e gel disinfettanti ai fattorini. Finché la Procura di Milano ha aperto una indagine conoscitiva, per fare luce non solo sulla corretta fornitura dei dispositivi di sicurezza ma anche sulla esistenza di eventuali fenomeni di caporalato, con un monitoraggio costante degli incidenti stradali che coinvolgono i rider. E la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria di Uber Italy srl, la filiale italiana del gruppo americano.

L’amministratore giudiziario di Uber Eats ha anche incontrato i lavoratori di Rider per i diritti, il sindacato autonomo nazionale dei fattorini creato in occasione del Primo Maggio, con l’obiettivo di condividere linee guida e proposte per ampliare le tutele dei lavoratori in direzione della regolamentazione dell'intero settore del food delivery.

In questo processo, fondamentale sarà interfacciarsi con Assodelivery, la prima associazione di categoria delle imprese del food delivery, comprendente i rappresentanti di Deliveroo, Glovo, Just Eat, Uber Eats e l’italiana Social Food. «Se si facesse un contratto collettivo si potrebbero definire meglio le modalità di funzionamento», dice Seghezzi. Il dibattito dalla teoria ora deve passare alla pratica.

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