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Il Caso 24 Giugno Giu 2020 0700 24 giugno 2020

Smart working: cosa serve per migliorarlo dopo l’emergenza ?

Orari da regolare, carenze tecnologiche e responsabilità da chiarire sono alcuni dei problemi evidenziati in queste settimane da chi lavora da casa. Ma sul modo di risolverli esistono idee diverse. Le opinioni del sindacato e del Prof. Mariano Corso (Polimi) a confronto.

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“Più che di smart working, si è trattato di lavoro fordista dentro le mura di casa”. L’anatema contro le storture del telelavoro arriva dall’ex leader della Cgil Susanna Camusso. Il problema, secondo il sindacato, è che in queste settimane di Coronavirus il dover improvvisare da un giorno all’altro forme di smart working ha provocato situazioni di disagio per i lavoratori che non si potranno ripetere in Fase 2, quando il lavoro da casa sarà ancora molto utilizzato. Per questo, dice la Cgil, è necessario “utilizzare gli strumenti della contrattazione collettiva e aziendale per queste modalità di lavoro”. Tradotto: ci vogliono regole chiare e uguali per tutti, altrimenti le imprese potranno approfittarsi della situazione. Ma il tema è controverso e dibattuto. Secondo Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il contratto collettivo sarebbe invece “uno snaturamento” dello smart working.

Serve allora un passo indietro. Nelle scorse settimane proprio la Cgil, insieme alla fondazione Di Vittorio, ha diffuso una ricerca su come i lavoratori hanno percepito il lavoro da casa durante il lockdown, evidenziando che più che di “smart working” si è trattato, appunto, di “home working”. Al sondaggio hanno partecipato oltre 6.000 persone che hanno risposto a 53 domande. La maggior parte di loro è stata “catapultata” nello smart working all'improvviso, senza, dice la Cgil, “una riflessione sull'organizzazione del lavoro, sugli spazi, sul lavorare per obiettivi, in gruppo, né un’adeguata preparazione”. Di conseguenza, ben il 31% del campione (si consideri che il numero potrebbe essere tarato sul totale delle persone che hanno lavorato da casa, ovvero più di 8 milioni) ha amesso che non era in possesso della competenze necessarie al lavoro da casa. Ad esempio, rispetto alla presenza in ufficio potrebbe esser necessario far funzionare alcuni software senza assistenza.

Più che smart working, quello fatto durante il lockdown è stato lavoro fordista da casa

Susanna Camusso

L’idea di un contratto collettivo risolverebbe anche alcuni equivoci dello smart working. Lavorare a distanza è certamente una buona opportunità (il 94% degli intervistati riconosce il risparmio dei tempi di trasferimento casa-lavoro e il 55% ritiene che riduca lo stress correlato al lavoro), ma la distruzione della separazione netta tra orario di ufficio e tempo libero consente una zona grigia in cui le aziende possono richiedere prestazioni oltre il consentito, aspetti da cui ha messo in guardia il segretario della Cgil Maurizio Landini: “Nei nuovi contratti vanno affrontati tutti i problemi emersi, dalla formazione al diritto di disconnessione. Prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare di giorno e la notte, di sabato e festivi, sui mezzi da utilizzare, evitare discriminazioni di genere”.

Il tipico esempio può essere una mail di lavoro ricevuta la sera: spesso capita che il capo esiga una risposta (o almeno una lettura) nonostante non sia orario di ufficio ed essere in smart working durante il resto del giorno accentua questa errata percezione da parte dell’azienda.

Anche in relazione a queste circostanze, per la maggior parte degli intervistati i carichi di lavoro sono aumentati (il 23% in più rispetto a chi ritiene che non sia cambiato nulla), tenendo anche presente che il 71% rileva un aumento dei carichi familiari.

Questi problemi sono riconosciuti anche da Mariano Corso, che li imputa soprattutto allo scarso tempo a disposizione. “Partiamo dal presupposto che lo smart working è stato vitale sia per contenere la pandemia sia per tenere aperte le aziende. Ma questa pratica è sempre stata concepita come l’accordo volontario tra il lavoratore e l’impresa per svolgere un’attività fuori dall’ufficio. In questo caso è venuta fuori una circostanza obbligata, legata ancora all’orario di lavoro e non al raggiungimento di determinati obiettivi e svolta necessariamente da casa, a prescindere dalle dotazioni tecnologiche e dalle competenze del lavoratore. Molti dei problemi sono stati figli dell’applicazione emergenziale di quello che abbiamo chiamato smart working, ma che in realtà è tutt’altra cosa”.

Molti dei problemi di queste settimane sono dovuti all’applicazione emergenziale dello smart working

Mariano Corso, Polimi

Nonostante tutto, però, i dati raccolti da diverse fonti concordano che la maggior parte delle persone sarebbe favorevole a riproporre lo smart working anche fuori dall’emergenza. Segno che se imparassimo come contrastare i problemi, potremmo approfittare dei vantaggi acquisiti: “Questa condizione forzata – prosegue il professor Corso – è stato uno shock culturale pazzesco. Abbiamo spazzato via tanti pregiudizi sul mondo del lavoro, imparando che molte cose che credevamo fondamentali sono in realtà superflue o possono richiedere meno tempo ed energie di quelle che impiegavamo prima in ufficio”.

Come risolvere, però, i problemi già accennati? Secondo i sindacati si deve passare attraverso un contratto collettivo. Secondo Mariano Corso, invece, la strada è quella di accordi individuali: “Certo, la flessibilità non può essere soltanto a vantaggio delle aziende, che magari se ne approfittano per chiedere di lavorare la sera o al mattino presto perché tanto il lavoratore è in casa. Ma un accordo collettivo andrebbe a scapito dei lavoratori stessi, finiremmo per snaturare un fenomeno che stava dando un forte impulso per una modernizzazione. Fosse per me, ricondurrei tutto alla volontarietà dell’accordo, fermo restando l’ovvio diritto e dovere dei sindacati di vigilare su questi accordi”.

Ragionare soltanto sull’ermegenza, che si spera finisca nel giro di qualche settimana, non aiuterà dunque a ri-prensare a un nuovo modello di lavoro: “Prendiamo una casa di moda. In queste settimane ha scoperto che le nuove collezioni possono essere pensate anche da casa. La sfida per l’anno prossimo sarà dunque quella di scegliere se tornare all’azienda di prima o ragionare su un nuovo modo di lavorare”. Sempre, però, su base volontaria: “Lo smart working non è un modello di welfare, ma un modello organizzativo. Ci deve ssere flessibilità da parte di entrambi e soprattutto si deve ragionare sugli obiettivi, lasciando autonomia al lavoratore sugli orari e sul luogo di lavoro, che può non essere la propria casa. In questo modo ci porteremo dietro l’insegnamento migliore di questa pandemia”.

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