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Trend 10 Giugno Giu 2020 0701 10 giugno 2020

Post-Covid: il lavoro delle donne è a rischio

Un rapporto della Banca Mondiale fa notare che alcuni settori lavorativi più esposti alla crisi economica sono tipicamente femminili: colf, cameriere, parrucchiere ed estetiste. E lo smart working per molte ha significato un aumento delle incombenze domestiche, riducendo le occasioni di lavoro

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All’inizio della fase 2 italiana, il 4 maggio, il 72% di coloro che tornavano al lavoro era composto da uomini. Essenzialmente: impiegati nell’industria, nella manifattura e nelle costruzioni. E le donne? Molte sono rimaste a casa con i figli, e non si sa quando e se torneranno al lavoro.

Nonostante i due terzi delle lavoratrici donne non si siano mai fermate anche nel corso dell’emergenza, nella fase di ripartenza post Covid sono loro ora quelle più vulnerabili. Non solo durante il lockdown, quando proprio in virtù della maggiore concentrazione femminile nel settore sanitario e in quello della grande distribuzione, le donne – sebbene i dati registrino una migliore resistenza alla malattia – sono anche state più esposte al virus.

I problemi sorgono anche con le graduali riaperture, che potrebbero essere una vera e propria doccia fredda. Secondo un report della Banca Mondiale, i settori che rischiano di avere una maggiore impennata di disoccupati sono proprio quelli in cui c’è una alta concentrazione di lavoratrici donne. Receptionist, colf, attendenti di volo, cameriere, commesse, parrucchiere ed estetiste: proprio in questi comparti, spesso caratterizzati anche da una maggiore debolezza contrattuale, cominciano a registrarsi i primi tagli di personale.

Nonostante i due terzi delle lavoratrici donne non si siano mai fermati anche nel corso dell’emergenza, nella fase di ripartenza post Covid sono loro ora quelle più vulnerabili

Per quelle che invece hanno continuato a lavorare, ma da remoto, la presenza dei figli a casa con le scuole chiuse ha causato un incremento dei carichi di lavoro domestico e di cura dei figli, aumentando la difficoltà a conciliare vita privata e lavorativa. Cosa che in alcuni casi ha generato stress e tensioni, riducendo le occasioni di carriera. Secondo un’indagine svolta dalla Cgil sui lavoratori italiani in smart working, a essere soddisfatti dalla esperienza di lavoro a distanza sono soprattutto gli uomini, molto meno le donne. Che spesso sono state costrette a condividere i propri device digitali con i figli impegnati nella didattica a distanza.

Non a caso, sulla base di uno studio di Syndo svolto su un campione di 1.500 rispondenti, il 14% delle donne ha affermato che pensa già di lasciare il lavoro a causa delle richieste familiari. Un dato confermato anche dal 10% degli uomini, che testimoniano di come le proprie mogli o compagne stiano attivamente pensando di licenziarsi per badare a casa e figli.

Le donne sono molto meno soddisfatte degli uomini dall’esperienza dello smart working, a causa dell’aumento dei carichi di lavoro famialiare

Emblematici sono i dati di uno studio pubblicato su The Lily, la testata del Washington Post che si occupa di tematiche di genere. Andy Casey, ricercatrice di astrofisica alla Monash University ha analizzato le bozze di ricerca pubblicate, riscontrando un 50% di perdita di produttività da parte delle ricercatrici donne nel periodo di lockdown. A incidere sono le incombenze della vita famigliare che pesano per 1,5 ore su 24 in Nord America e per 5,5 ore nell’Asia Meridionale. Impegni che si moltiplicano in caso di genitori single, che in Europa sono per l’85% donne.

Dal rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020” diffuso da Save The Children, emerge che “la condizione delle madri in Italia non riesce a superare alcuni gap, come quello molto gravoso del carico di cura, che costringe molte di loro ad una scelta netta tra attività lavorativa e vita familiare”. Una situazione già critica “che è ulteriormente peggiorata con l’emergenza Covid-19, specie per i 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali (9 milioni 872 mila)”. In questo periodo, per 3 mamme su 4 tra quelle intervistate (74,1%) il carico di lavoro domestico è aumentato. E con l’avvio della fase tre, le più penalizzate rischiano di essere le madri lavoratrici, circa il 6% della popolazione italiana.

Nell’ultimo “decreto rilancio”, è stato introdotto il cosiddetto “diritto allo smart working” per chi ha figli fino a 14 anni, anche in assenza di accordi aziendali. Non solo: fra le misure a favore della famiglia, c’è l’estensione del congedo straordinario che passa da 15 a 30 giorni. I genitori con figli fino a 12 anni di età ne potranno usufruire fino al 31 luglio con una retribuzione Inps per il 50% del normale stipendio (trattamento anticipato dall’azienda in busta paga). A beneficiarne, anche gli autonomi e i collaboratori della gestione separata. In alternativa, c’è il bonus babysitting, erogato dall’Inps, utilizzato per il pagamento delle prestazioni di chi si occuperà dei bambini o anche per i centri estivi. Destinato ai genitori di figli fino ai 12 anni, viene aumentato a 1.200 euro.

Ma se il congedo è per entrambi i genitori, sono sempre più spesso le donne a rinunciare ad andare al lavoro e a utilizzarli. Poiché le attività femminili sono relegate spesso a contratti precari e meno retribuiti rispetto a quelli degli uomini, se in famiglia si deve scegliere, a salvarsi è lo stipendio più alto. Si tratta di segnali allarmanti, soprattutto per un Paese come l’Italia che registra già tra i più bassi tassi di partecipazione femminile al mondo del lavoro in Europa. Soprattutto in un momento di crisi, l’Italia non può rinunciare al lavoro femminile.

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