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Intervista 27 Maggio Mag 2020 0659 27 maggio 2020

Sostenibilità: cosa possiamo fare? Parla Federico Brocchieri, delegato italiano per il Youth Climate Summit

È necessaria una assunzione di responsabilità collettiva, a livello internazionale, locale e individuale. Abbiamo intervistato il giovane esperto di cambiamenti climatici a margine de Linkiesta Festival

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Giovanissimo ma già famoso per la sua competenza e professionalità sui temi ambientali. Federico Brocchieri, esperto di cambiamenti climatici, delegato italiano per il Youth Climate Summit, è già un nome rispettato nell’ambiente, in cui si distingue per la sua preparazione e la professionalità.

Di fronte all’emergenza climatica, a parte i cori negazonisti, si sono susseguite indicazioni più o meno concrete sulle soluzioni da adottare. Non tutte praticabili, alcune perfino controproducenti. Di sicuro è necessaria una assunzione di responsabilità collettiva. E Brocchieri ci sa indicare le vie da seguire. Ne abbiamo parlato con lui a margine de Linkiesta Festival di novembre 2019, dove Brocchieri è intervenuto per discutere di sostenibilità con i rappresentanti delle aziende più impegnate su questi temi.

Brocchieri, tutti possono fare qualcosa per il clima. Quali sono, a tuo avviso, le azioni più importanti da mettere in atto subito?
Dipende dai livelli d’azione. A livello internazionale, occorre riuscire ad aumentare l’ambizione globale in termini di riduzione delle emissioni di gas serra, in modo da chiudere il gap con gli obiettivi indicati dalla scienza e dall’Accordo di Parigi. L’ultimo report dell’UNEP (Emissions Gap Report) ci dice infatti come vi sia una sostanziale distanza tra l’effetto aggregato delle misure messe in campo dai Paesi e i livelli emissivi consistenti con uno scenario che mantenga l’aumento delle temperature medie globali “ben al di sotto dei 2°C” entro il 2100. A livello locale, bisogna invece lavorare per costruire innanzitutto città resilienti: una porzione sempre maggiore della popolazione mondiale vive nelle grandi aree urbane, e pertanto risente in ampia misura degli impatti dei cambiamenti climatici per i quali a livello internazionale siamo ancora ampiamente impreparati.

Esiste anche una dimensione individuale d’azione?
Certamente. Il modo migliore e più efficace che ciascuno di noi ha per incidere nelle politiche climatiche è fare di tali azioni una delle principali priorità politiche. È l’unico modo affinché la questione diventi prioritaria per tutti gli schieramenti politici, uscendo dalle logiche partitiche e garantendo finalmente una visione di lungo termine.

A tuo avviso servono nuove regolamentazioni o bastano quelle già esistenti?
Le regole ci sono: a livello internazionale, l’Accordo di Parigi e le relative modalità di attuazione (adottate alla COP24 lo scorso dicembre) hanno definito un quadro molto chiaro entro cui agire in termini di mitigazione, adattamento, supporto finanziario e tecnologico ed altro ancora.

Come si può creare un sistema di controllo efficace in modo che tutti (aziende e non solo) le seguano?
È stato previsto in tal senso un quadro di rendicontazione, monitoraggio e verifica particolarmente robusto: sta ovviamente alla volontà e capacità dei Paesi rispettare gli impegni vincolanti per i quali si sono impegnati. Un aspetto su cui occorre un rafforzamento del monitoraggio è certamente il livello degli attori non-governativi: in particolare città e settore privato. Spesso vengono fatti annunci molto ambiziosi in termini di strategie di riduzione delle emissioni o di responsabilità sociale e ambientale, ma talvolta a questo non fa seguito l’istituzione di un adeguato sistema di indicatori per verificare il progresso degli impegni ed il loro raggiungimento.

Cosa si dovrebbe fare, allora?
A mio parere, per migliorare tali aspetti occorre rafforzare le attività di capacity-building (sopratutto negli enti locali di piccole-medie dimensioni) e rendere le modalità di rendicontazione e monitoraggio più stringenti, al fine di favorire la comparabilità dei risultati.

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