Pensione Integrativa Morning Future
Orientare Inchiesta 22 Maggio Mag 2020 0654 22 maggio 2020

Rischi e vantaggi della pensione integrativa: tutto quello che devi sapere se vuoi aprire un fondo

Che cos’è la pensione complementare? E conviene davvero? Per investire bisogna conoscere bene costi e pericoli

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In tempi di instabilità economica e di rischi per il sistema previdenziale, in molti si interessano di pensione integrativa. Ma in che cosa consiste esattamente? Come si può avere? E soprattutto: conviene davvero?

Per capirlo servono alcune premesse.

Il sistema pensionistico in Italia si basa su una sorta di patto tra generazioni, perché le pensioni attuali vengono pagate grazie ai contributi versati dai lavoratori attivi, che a loro volta riceveranno una pensione pagata coi contributi della nuova forza lavoro.

Il problema nasce quando, come sta accadendo nel nostro Paese, la popolazione invecchia sempre più e, per diversi motivi, non si riesce a mantenere un “turnover” adeguato tra chi esce e chi entra nel mondo del lavoro. In altre parole, il sistema si ritrova a dover pagare sempre più pensioni con sempre meno lavoratori attivi.

Tra le varie contromisure ideate negli anni, la possibilità di avere una previdenza complementare è una garanzia in più per chi teme di non raggiungere una pensione pubblica soddisfacente.

Se quest’ultima, come detto, viene erogata ogni mese grazie ai contributi di chi lavora, i fondi pensione funzionano in modo diverso: i contributi periodici versati da chi ci aderisce vengono investiti secondo una linea di gestione (obbligazionaria, azionaria o mista) scelta dall’iscritto. Al momento del pensionamento, il capitale accumulato sarà costituito dai contributi versati e dai rendimenti ottenuti. L’importo sarà poi erogato sotto forma di rendita o di capitale, con possibilità di scelta a seconda dei singoli accordi con chi fornisce il servizio.

Una previdenza complementare può aiutare chi non raggiunge una pensione pubblica soddisfacente

I fondi pensione sono classificati a seconda del soggetto che li istituisce e delle modalità di adesione.

Un primo tipo sono i cosiddetti fondi aperti, quelli in cui l’adesione è aperta sostanzialmente a chiunque, sia in forma individuale che collettiva. Possono essere istituiti da banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio o società di gestione immobiliare. Qui la fortuna dipende dall’andamento del mercato, che potrebbe sorridere ai nostri investimenti oppure metterli a rischio: i fondi pensione non hanno l’obbligo di essere a capitale garantito, dunque se il fondo fallisce avremo perso l’investimento.

Poi esistono i Pip, ovvero i piani individuali pensionistici, che sono anche in questo caso aperti a chiunque ma soltanto in forma individuale. Vengono gestiti dalle compagnie assicurative. L’importo versato viene investito in un fondo generalmente gestito dalla compagnia di assicurazione. Come sempre, bisogna fare attenzione: ogni piano ha costi di gestione, costi di ingresso e di uscita, costi di frazionamento e così via. Se si studia un piano con un basso margine (e dunque poco rischioso) è bene considerare che parte del guadagno se ne andrà in spese.

Infine ci sono i fondi chiusi o negoziali, in cui l’adesione è riservata a specifiche categorie di lavoratori e i termini sono stabiliti sulla base di accordi tra le varie organizzazioni sindacali e di imprese. Nulla vieta di iscriversi sia a un fondo chiuso che a un’altra tipologia di pensione integrativa.

Esistono fondi aperti, fondi negoziali oppure piani individuali pensionistici, gestiti dalle compagnie assicurative

Generalmente, a seconda delle offerte dei vari istituti bancari di chi comunque gestirà il fondo, si ha comunque buona libertà sulla quota da versare e anche sulla periodicità con cui farlo: si potrà mettere nel fondo una parte del proprio stipendio ogni mese, oppure preferire una quota fissa alla fine dell’anno, o ancora variare a seconda delle spese e delle entrare (pensiamo ad esempio ai liberi professionisti). Si può scegliere anche di girare il proprio Tfr direttamente nel fondo. Ad esclusione proprio del Tfr, i contributi versati sono deducibili, perciò la quota annuale destinata al fondo viene sottratta dal reddito dichiarato, a patto però che si rispetti la soglia massima di 5.164,57 euro annui (volendo dividere per 12 mensilità, fanno circa 430 euro).

Bisogna poi fare un po’ di conti: i fondi pensione sono tassati con una aliquota del 20%, mentre poi in fase di erogazione l’aliquota varia dal 9 al 15%, dunque inferiore a quelle Irpef sui redditi che vanno dal 23 al 43.

Fondamentale è però la scelta su come investire i propri soldi, a seconda del rischio e del margine che si vuole ottenere.

Come accennato, il denaro versato nei fondi potrà essere gestito in diversi modi. Un primo comparto è quello obbligazionario, in cui la banca, l’assicurazione o comunque chi ha in mano i nostri soldi li investe in prevalenza in titoli obbligazionari. Oppure si può scegliere il mercato azionario, dove invece si privilegiano i titoli azionari, o ancora un sistema misto tra obbligazioni e azioni.

La differenza? Sintetizzando, le azioni sono partecipazioni al capitale di rischio di una impresa, le obbligazioni sono invece prestiti. Con le azioni si segue l’andamento del mercato e si guadagna se l’impresa va bene (ossia se stacca un dividendo e/o il suo valore cresce), mentre le obbligazioni garantiscono il rimborso del prestito più un interesse.

Infine, c’è anche la possibilità di un comparto garantito, che in ogni caso garantisce la restituzione del capitale versato a determinate condizioni (di tempo, di erogazione eccetera) con in genere un piccolo margine di rendimento). Tutte queste soluzioni variano a seconda del rischio: le azioni possono avere un rendimento maggiore, ma espongono di più i nostri risparmi rispetto alle obbligazioni. Ovviamente queste scelte sono individuali e non esiste una ricetta unica: dipendono dal “capitale” investito, dagli anni mancanti alla pensione e dai risparmi personali, oltre che dalle esigenze di ognuno.

Bisogna però tenere a mente che in genere ogni piano prevede la possibilità di cambiare in corsa fondo o metodo di investimento dopo due anni, con eventuali condizioni di ingresso o di uscita che dipendono dagli attori interessati.

In genere ci sono costi di ingresso, di uscita e di gestione a cui fare attenzione

Per vedersi erogata la pensione integrativa bisogna maturare i requisiti per la pensione di base e aver versato almeno per cinque anni nel fondo complementare. Come detto, può essere erogata mese per mese oppure con un massimo del 50% in capitale e il resto in rendita. In alcuni casi specifici (ad esempio montante finale non significativo, rendita ottenibile dal 75% del montante minore della metà della pensione sociale) è consentita una liquidazione del 100% in capitale.

In sintesi, conviene affidarsi a questi strumenti?

La scelta è individuale e dipende da troppi fattori personali. Quel che però vanno tenuti a mente sono vantaggi e svantaggi del caso. Tra i primi, di certo c’è la possibilità di vedere incrementati i propri risparmi in caso di buoni investimenti e dunque ritrovarsi con una pensione più alta un domani. Inoltre, la tassazione è agevolata e dunque consente un risparmio. Mai dimenticare però i rischi, non soltanto quelli relativi alle oscillazioni del mercato finanziario. La pensione integrativa non dà garanzie sull’inflazione e sul potere d’acquisto, rischiando di “svalutare” quanto accantonato. Infine, ci sono sempre da considerare i costi relativi al proprio fondo, che variano a seconda di chi lo istituisce.

Fatte le opportune considerazioni e ricordandosi che dunque la decisione non deve esser presa alla leggera, ma seguendo opportuni criteri logici e matematici, si può scegliere quale soluzione è più adatta al nostro caso.

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