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Immaginare Trend 6 Aprile Apr 2020 0725 6 aprile 2020

Come sarà il mondo dopo il coronavirus?

La tempesta passerà, ma abiteremo in un mondo molto diverso. Come sarà questo mondo, però, dipende anche dalle scelte fatte in piena emergenza

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Come sarà il mondo dopo che la pandemia da coronavirus sarà finita? È una domanda che bisogna porsi subito, mentre l’emergenza è in corso. Perché, come ha scritto lo storico israeliano Yuval Noah Harari sul Financial Times, le decisioni che prenderemo durante la pandemia determineranno anche i cambiamenti delle nostre società una volta che il Covid-19 sarà superato.

La tempesta passerà, ma abiteremo in un mondo molto diverso. Come sarà questo mondo, dipende anche dalle scelte fatte in piena emergenza. Molti dei provvedimenti presi, dallo smart working alla scuola digitale, avranno un impatto anche sul futuro del lavoro e dell’istruzione. L’eccezionalità degli eventi ci costringe a sperimentare molto di più, a essere più veloci e intraprendenti, a sburocratizzare e a rendere più fluide alcune procedure. È un’accelerazione inaspettata che non si sarebbe mai verificata altrimenti, e può rivelarsi utile per il futuro.

Tuttavia, scrive Harari, “in questi tempi di crisi, abbiamo da fare due scelte: la prima è tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei singoli. La seconda è tra isolazionismo e solidarietà globale”. I governi hanno effettivamente i mezzi per monitorare e nel caso punire i cittadini che non rispettano le regole imposte per rendere efficaci le quarantene, soprattutto grazie alle nuove tecnologie. Dati, tracciamento degli spostamenti, Gps: il rischio è che le misure emergenziali di controllo possano poi diventare definitive, trasformandosi in una vera e propria sorveglianza da parte dello Stato. Accade molto spesso che i regimi emergenziali restino tali a lungo. Harari cita Israele, che è in stato d’emergenza dalla fondazione, ma agli esempi si può aggiungere anche la Francia, che ha dichiarato lo stato d’emergenza dopo gli attentati del 13 novembre 2015 e poi per uscirne ha allungato gran parte delle regole eccezionali nel diritto comune.

In realtà, non siamo necessariamente costretti a scegliere tra la salute pubblica e la privacy, raccomanda lo storico. Possiamo avere entrambi, scegliendo la strada della responsabilità individuale, alla quale in tanti si sono appellati anche in Italia chiedendo il rispetto delle regole e la fiducia nella politica e nella scienza. Il punto, però, è dare alle persone la possibilità di potersi fidare nelle istituzioni politiche e scientifiche. Un percorso non semplice, ma che proprio in questi giorni eccezionali può essere costruito.

In questi tempi di crisi, abbiamo da fare due scelte: la prima è tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei singoli. La seconda è tra isolazionismo e solidarietà globale

Yuval Noah Harari

La seconda scelta importante che abbiamo di fronte è, come detto, tra isolazionismo e cooperazione internazionale. Il “distanziamento sociale”, fa notare Danilo Taino sul Corriere, con l’emergenza è arrivato subito “ai piani alti”: l’Europa è apparsa più divisa che mai, i governi nazionali appaiono distanti, le tensioni tra Cina e Usa continuano. “Se questo è il cartamodello sul quale si ritaglierà il futuro del mondo dopo il virus, arriveranno tempi grami”. Ma non è detto che debba essere così. E la storia ci mostra che dalle maggiori crisi ci si può dirigere anche verso un mondo migliore. E trovare un terreno comune di cooperazione è essenziale non solo per individuare il vaccino contro il virus, ma anche per far ripartire l’economia.

Prima del virus, la globalizzazione vacillava, tra scontri commerciali e tecnologici e le ostilità tra Stati Uniti e Cina. Ora rischia di andare a rotoli. E il pericolo è quello di restare con un mondo senza un Paese leader, in cui avrà vinto il distanziamento sociale.

A meno che, come dopo la Seconda guerra mondiale, nascano nuove leadership che ridefiniscano la capacità di ricostruire un ordine in grado di mettere fine alle dispute già fortissime prima del virus e in parte finite fuori controllo con la pandemia, scrive Taino. “Dopo il 1945 e nei decenni successivi, si ricostruì l’economia occidentale su basi nuove, aperte; si diede impulso ai diversi modelli di Welfare State che già erano in embrione da tempo; si costruì e si difese la società libera e liberale; si crearono le basi per una nuova globalizzazione”.

Quali saranno gli assi su cui sviluppare il nuovo futuro post-pandemico? La lotta alla povertà dovrà essere più efficace e quindi la crescita economica più robusta. I sistemi di welfare occidentali andranno probabilmente rivisti in chiave universalistica (la pandemia ha messo in luce le crescenti disuguaglianze). I sistemi sanitari andranno rafforzati, guardando già oggi a quali sono i modelli che meglio sanno rispondere all’emergenza. La scienza e l’istruzione saliranno nella scala dei valori sociali.

Niente di buono verrà, però, automaticamente. Se lasciamo correre le cose, i cambiamenti saranno la continuazione in peggio delle tendenze alla chiusura e allo scontro che vedevamo prima e vediamo oggi. Ci vorranno idee e una leadership capace di creare nuovi equilibri nel mondo.

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