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Orientare Trend 1 Aprile Apr 2020 0700 1 aprile 2020

Chi è e cosa fa il risk manager

La professione di risk manager sta sempre più prendendo piede all’interno delle aziende, soprattutto quelle più strutturate dove calibrare rischi e investimenti diventa la leva principale per il buon andamento del business

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«Oggi le aziende non competono solo sui fatturati e sui costi ma anche sulla capacità di gestire imprevedibilità legata ai rischi». A dirlo è Carlo Cosimi, da 25 anni risk manager, una delle figure chiave in un momento in cui tutto il mondo imprenditoriale è impegnato nella gestione dell’emergenza Coronavirus.

La professione di risk manager sta sempre più prendendo piede all’interno delle aziende, soprattutto quelle più strutturate dove calibrare rischi e investimenti diventa la leva principale per il buon andamento del business. Ma chi è e cosa fa il risk manager? «Si tratta di quella figura professionale che, all’interno di un’azienda o in qualità di consulente esterno, è dedicata alla gestione dei rischi aziendali. Ossia quella persona che è in grado, attraverso analisi e misurazioni, di allineare e rappresentare i rischi che incombono e possono avere un’influenza sul conseguimento degli obiettivi strategici di una società», spiega Alessandro De Felice, presidente di Anra (Associazione nazionale dei risk manager e responsabili assicurazioni aziendali).

Una professione che, secondo uno studio presentato da Anra in collaborazione con Protiviti, si sta diffondendo anche in Italia dove su 22 aziende analizzate (rispetto a un campione di 63 aziende totali a livello globale) oltre il 45% presenta un sistema Erm (Enterprise Risk Management) con un elevato livello di maturità, contro una media del campione complessivo che si attesta al 37%.

In Italia, su 22 aziende analizzate, oltre il 45% presenta un sistema Erm (Enterprise Risk Management) con un elevato livello di maturità

Insomma, facciamo bene ma c’è sempre spazio per migliorare. Non a caso, solo ultimamente il risk manager ha iniziato a ritagliarsi un ruolo ben preciso sia a livello professionale che formativo: «Mi sono laureato nel 2000 e all’epoca non c’era ancora una specializzazione nell’ambito del risk management. Ora le cose sono cambiate con master post laurea dedicati. Per me, invece, è valsa l’opportunità fornitami da Pirelli che, subito dopo la laurea, mi ha permesso di farmi le ossa avendo alle spalle un’azienda che in anticipo sui tempi si stava già muovendo verso una visione integrata del risk management», afferma Filippo Miliani, attualmente risk manager per una società del gruppo Techint.

Percorso simile anche per Cosimi: «Il risk manager è una figura che si è evoluta negli ultimi 20 anni crescendo sempre di più in termini di strategicità e responsabilità. Per questo si è evoluta anche la formazione: i ragazzi che compongono il mio team possiedono una base superiore a quella che avevo io quando ho iniziato e provengono da percorsi di studio ingegneristici, legali o economici. Io invece ho imparato sul campo, con un background da economista».

Oggi le aziende non competono solo sui fatturati e sui costi ma anche sulla capacità di gestire imprevedibilità legata ai rischi

Carlo Cosimi, risk manager

Percorsi diversi che spiegano bene quale sia il grado di trasversalità del ruolo: «All’interno dell’attività di risk management – spiega De Felice – possiamo identificare tre figure: il chief risk officer, colui che coordina tutto il sistema di gestione del rischio in modo integrato alla strategia, alla governance e alla cultura aziendale; l’insurance risk manager, che gestisce il rischio prettamente di natura assicurabile in relazione agli aspetti più operativi; e l’insurance manager, colui che gestisce in modo consapevole ed efficienti i programmi assicurativi aziendali». Non sorprende, quindi, che Anra abbia attivato Alp (Anra Learning Path): cinque moduli di lezioni destinati a chi vuole iniziare una carriera nel settore che si concludono con un esame finale dal quale i partecipanti usciranno con in mano la certificazione Rimap, l’unica riconosciuta a livello internazionale.

Ma quali sono le doti necessarie, al di là del bagaglio tecnico, per arrivare a ricoprire un ruolo simile? «Innanzitutto, c’è bisogno di una grande disponibilità all’aggiornamento continuo e una forte dose di adattabilità – rivela Cosimi –. Prendiamo il caso dell’attuale emergenza coronavirus che ha forzatamente aperto la strada allo smart working e alla digitalizzazione delle aziende: contemporaneamente, sono nate nuove possibilità e nuovi rischi su cui non avevamo una conoscenza storica pregressa ma a cui abbiamo dovuto comunque fare fronte». «Molto importante è anche la capacità di dialogare con il risk owner all’interno dell’azienda. Per farlo, bisogna conoscerne e saperne interpretare i bisogni, le cautele e le esigenze correlate all’attività imprenditoriale», gli fa eco Miliani.

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