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Ispirare Intervista 13 Marzo Mar 2020 0707 13 marzo 2020

Coronavirus, vincere la paura in dieci mosse

Il vademecum del poeta, scrittore e documentarista Franco Arminio: «Davanti alla nostra umanità che viene a galla, ricominciare a parlare di morte e fragilità ci può fare bene»

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«Il virus, il Coronavirus non scomparirà “domani mattina”», dice il poeta, scrittore e documentarista Franco Arminio. «E allora oggi siamo chiamati a fare i conti con una doppia emergenza: sanitaria prima di tutto ma anche sociale. Perché l’ipocondria, il panico, una volta che si estende al corpo sociale è devastante».

Ma allora come arginare questa paura? Arminio ha scritto un “decalogo contro la paura” che ci aiuta a riflettere su come affrontare un momento difficile ma soprattutto a rimetterci in relazione con noi stessi e la nostra fragilità. Dal "leggere un libro piuttosto che andare al centro commerciale" al "la vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire", dieci punti, dieci regole da tenere a mente e mettere in pratica per imparare ad auto-aiutarci.

«Questo momento traumatico», spiega il poeta, «ha svelato la nostra fragilità collettiva. Dopo la fine dell’ultima guerra mondiale l’Italia non si è mai più trovata a fronteggiare una paura così grande. Neanche il terrorismo degli ultimi anni ha scalfito il corpo sociale del Paese». Ma adesso che succede? «Il Coronavirus è una malattia che in qualche modo ci riavvicina alla morte, al pensiero della morte. Idea che negli ultimi decenni – immersi come siamo nel pensiero capitalista – avevamo rimosso. Ma noi eravamo essere mortali anche prima del Coronavirus, solo che non ci pensavamo».

In questa fase delicata è più che mai importante attenersi alle direttive, prima tra tutte quella di restare a casa. «Ma», continua Arminio, «l’italiano medio non lo sa fare, non ci riesce.

Franco Arminio

Ed è incredibile come un sacrificio così minimo venga visto come drammatico. Oggi abbiamo case riscaldate, cibo, connessione ad internet. È sì un’emergenza, ma un’emergenza “comoda”. Quando questo momento finirà si apriranno due scenari: o non avremo imparato niente da questa difficile esperienza oppure potremo portare a casa una lezione importante, per vivere bene dobbiamo cancellare il capitalismo da cui siamo assuefatti per dare vita ad un capitalismo nuovo, diverso. Un capitalismo plurale. Costruire un mondo in cui la gentilezza, l’amore, l’amicizia e anche la morte abbiano lo stesso valore e la stessa dignità “dell’essere produttivi”. Quante cose abbiamo sacrificato nella furia del modello di lavoro che ci siamo costruiti?».

Costruiamo un mondo in cui la gentilezza, l’amore, l’amicizia e anche la morte abbiano lo stesso valore e la stessa dignità “dell’essere produttivi”

Franco Arminio

Dovremmo quindi ribaltare gli hashtag lanciati dal comune di Milano qualche giorno “#milanononsiferma” in “#milanosidevefermare”. «Milano, e come il resto dell’Italia, si deve fermare e come», continua Arminio. «Non succede niente se ci fermiamo un po’, ne va della nostra salute. E facciamo i conti con il vero tema del momento: la nostra paura della morte. Nessuno pronucia più la parola morte al singolare. Si sente parlare invece solo di “numero dei morti”. Ma invece serve ricordarsi di avere un tempo: solo così ci si riposiziona all’interno del mondo».

Il decalogo completo

1. Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie. Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.

2. Leggere un libro piuttosto che andare al centro commerciale.

3. Fare l’amore piuttosto che andare in pizzeria.

4. Camminare in campagna o in paesi quasi vuoti.

5. Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.

6. Viaggiare nei dintorni. Il turismo è una peste molto più grande del coronavirus. È assurdo inquinare il pianeta coi voli aerei solo per il fatto che non sappiamo più stare fermi.

7. Sapere che la vita commerciale non è l’unica vita possibile, esiste anche la vita lirica. La crisi economica è grave, ma assai meno della crisi teologica: perdere un’azienda è meno grave che perdere il senso del sacro.

8. La vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire.

9. Lavarsi le mani molto spesso, informarsi ma senza esagerare. Sapere che abbiamo anche una brama di paura e subito si trova qualcuno che ce la vende. La nostra vocazione al consumo ora ci rende consumatori di paura. C’è il rischio che il panico diventi una forma di intrattenimento.

10. Stare zitti ogni tanto, guardare più che parlare. Sapere che la cura prima che dalla medicina viene dalla forma che diamo alla nostra vita. Per sfuggire alla dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.

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