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Orientare Libri 4 Febbraio Feb 2020 1524 4 febbraio 2020

“I figli del debito”: ecco come il debito pubblico pesa sulle giovani generazioni

C’è una generazione, come spiega il giornalista di Canale 5 Francesco Vecchi nel suo libro “I figli del debito. Come i nostri padri ci hanno rubato il futuro” (Piemme), che è tenuta ostaggio dalle conseguenze del grande buco nel bilancio dello Stato

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È un dei maggiori problemi dell’Italia. Ne blocca lo sviluppo, impedisce i progetti politici di ampio respiro. Il debito pubblico, ora al 132% del Pil, incombe su tutti i cittadini ma – ed è il paradosso – non lo fa in modo uguale: c’è una generazione, come spiega il giornalista di Canale 5 Francesco Vecchi nel suo libro I figli del debito. Come i nostri padri ci hanno rubato il futuro (Piemme), che ne è tenuta ostaggio.

Su questa grava il peso economico e, peggio ancora, quello delle conseguenze politiche e sociali, come Francesco Vecchi ha spiegato nel corso de Linkiesta Festival, tenutosi l’8 e il 9 novembre al Teatro Franco Parenti di Milano.

Vecchi, chi sono i figli del debito?
Sono le ultime generazioni, gli ultimi arrivati nel mondo del lavoro. Quelli che si sono ritrovati in eredità, senza nemmeno aspettarselo, un debito pubblico enorme che ne condiziona l’esistenza. Sono, in sostanza, quelli del post-1992.

Cosa è successo nel 1992?
Tante cose. Tutti ricordano lo scoppio di Mani Pulite, l’attentato a Falcone e poi a Borsellino, le stragi di mafia. Ma in quell’anno l’Italia ha firmato il trattato di Maastricht e questo è stato il vero spartiacque. Adottando i parametri europei il nostro Paese ha cambiato volto: da madre patria generosa, che con i trucchi del debito riusciva a mascherare il rallentamento dell’economia e a garantire stipendi alti e prospettive di miglioramento di carriera ai suoi cittadini, si è trasformata in matrigna. Prima dava, anzi: regalava. Adesso prende e taglia. Questa situazione, che dura da 27 anni, cioè il tempo di una generazione, ha modificato nel profondo il bilancio dello Stato, che dal 1992 a oggi ha un saldo primario (significa che una parte dei soldi ottenuti dalle tasse vengono spesi solo per ripagare gli interessi sul debito). E questo ha inciso anche nel carattere degli italiani, e nella loro fiducia nei confronti dello Stato.

Non ci sono investimenti, non ci sono spinte per la modernizzazione e per la creazione di posti di lavoro. Il Paese non può permettersi spese di questo tipo: deve utilizzare i soldi che raccoglie per ripagare il debito

Francesco Vecchi

E cosa ha significato per i giovani?
Il debito pubblico ha inasprito la loro situazione: non ci sono investimenti, non ci sono spinte per la modernizzazione e per la creazione di posti di lavoro. Il Paese non può permettersi spese di questo tipo: deve utilizzare i soldi che raccoglie per ripagare il debito. Attenzione: non per ridurlo, ma per tenerlo sotto controllo.

Intervenire negli sprechi, dal punto di vista politico, non è facile. Per questo tutte le riforme che si sono succedute dal 1992 a oggi hanno riguardato solo chi i diritti non li aveva già acquisiti. Facevano leggi, ma solo per i “prossimi”. È naturale: capisco le ragioni di chi cerca di difendere ciò che ha. Ma questo ha significato condizioni lavorative logorate, precarie e debolissime per una intera generazione.

Però i giovani hanno studiato di più. E i genitori li hanno aiutati per farlo.
È vero. Ed è vero che “vi abbiamo fatto studiare” è uno dei mantra che genitori e parenti ripetono ai giovani. Però, sempre per colpa del debito, l’investimento sull’istruzione si è assottigliato sempre di più negli anni. Dovevano tagliare e, anziché toccare le pensioni, hanno tagliato lì. In questo modo si sono create le premesse di una divisione iniqua, tra una maggioranza che ha in mano un titolo di studio universitario che non vale nulla. E una minoranza che, invece, ha frequentato le scuole di eccellenza del Paese. Ma che utilizza questa formazione per andarsene.

Un numero altissimo, poi.
Sì, è come se avessimo perso una città come Milano. Ma più giovane, attiva, istruita e cosmopolita della vera Milano. E questo solo basandosi sulle cifre dell’Aire.

Che soluzione propone, allora?
Diverse. Ma prima di tutto serve un nuovo patto generazionale. Negli anni in cui il Paese veniva drogato dalle politiche di bilancio, alcuni hanno avuto tutti i benefici possibili. Altri no. Direi che serve ricominciare da qui: riequilibrare gli squilibri, recuperare le energie di una generazione che rischia di essere perduta.

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