Nancy Pelosi Morningfuture
Ispirare Il Caso 22 Gennaio Gen 2020 0700 22 gennaio 2020

Nancy Pelosi, chi è la speaker “di ferro” della Camera americana

Figlia di genitori italo-americani, di posizioni liberali e progressiste, è il volto della battaglia politica contro il presidente Trump

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«Don’t mess with me». Basterebbe questa frase pronunciata da Nancy Pelosi in risposta alla domanda di un giornalista circa il suo presunto “odio” per il presidente Donald Trump a spiegare il carattere della speaker della Camera americana. Decisa, dura quando serve, determinata a far risuonare la voce delle donne in politica. Giovani socialiste comprese. Le stesse che avevano storto un po’ il naso in vista della rielezione di Pelosi a presidente della Camera dei rappresentanti Usa avvenuta lo scorso gennaio (la famiglia Pelosi nel 2017 possedeva un patrimonio immobiliare del valore di 15 milioni, mentre nel 2014 Nancy era il 15esimo membro più facoltoso del Parlamento). Un mal di pancia curato dall’abilità della deputata americana nel tessere relazioni, nel far pesare la propria esperienza e canalizzare gli sforzi di tutti verso la stessa meta: riconquistare la Casa Bianca. In un modo o nell’altro. Impeachment compreso.

Figlia di genitori italo-americani, Nancy Pelosi, al secolo Nancy Patricia D’Alessandro, attualmente ricopre la terza carica dello Stato dopo una carriera politica nazionale iniziata nel 1987, quando fu eletta per la prima volta al Congresso in qualità di rappresentate dell’ottavo distretto della California. Dismessi i panni di mamma a tempo pieno per i suoi cinque figli, Pelosi all’epoca è una delle 25 donne (su oltre 450 rappresentati) a sedere nel parlamento Usa. Un traguardo a cui pareva già destinata in tenera età quando, all’età di 12 anni, partecipava alle convention democratiche al seguito del padre, già sindaco di Baltimora (come sarà poi il fratello) e primo italo-americano eletto al Congresso.

Sulle proprie posizioni liberali e progressiste, che non contrastano con un’educazione cattolica più volte rivendicata, Nancy Pelosi ha costruito la sua fortuna (ininterrottamente da 16 anni è leader del proprio partito o speaker della Camera): favorevole alla libera scelta in tema di aborto, si è spesa ai tempi dell’amministrazione Obama affinché il piano per allargare il perimetro della sanità pubblica non venisse ridimensionato. Forte sostenitrice, in politica interna, di una legge sul controllo delle armi, ha più volte espresso il proprio supporto alle tematiche ambientali. Mentre in politica estera in molti si ricordano ancora della sua “performance” in Piazza Tienanmen del 1991 quando, in una pausa dagli impegni delle delegazione ufficiale che stava cercando di ricucire il rapporto fra Stati Uniti e Cina in vista di una maggiore cooperazione economica, ha posato con un cartello di protesta che ricordava la violenta soppressione delle rivolte del 1989. Una protesta simbolica ma mai banale, ripresa anche in Parlamento qualche anno più tardi quando, con un discorso di 8 ore e 7 minuti, ha sostanzialmente incagliato il dibattito sulla sorte dei dreamers messi nel mirino dai repubblicani.

”Ma chi le ha detto che può candidarsi?”. Nessuno “me l’aveva detto”. Nessuno mi aveva autorizzato. Sapevo che non avevo bisogno che qualcuno mi autorizzasse. Ero consapevole della mia forza, del mio potere e delle mie motivazioni

Nancy Pelosi

Ora, alla soglia degli ottant’anni (li compirà il prossimo 26 marzo), Pelosi è diventata il simbolo della battaglia contro l’amministrazione Trump e la paladina della Costituzione Usa. «Seguiremo i fatti ovunque ci dovessero condurre», ha affermato la speaker della Camera in merito alle indagini sul Russiagate. Una determinazione e una solerzia che le hanno dato ragione. È toccato a lei, infatti, il compito di chiedere a inizio dicembre al Dipartimento di Giustizia che venissero formalizzate delle accuse contro il Presidente per il caso Ucraina relative alle presunte pressioni che Donald Trump ha fatto sull’omologo presidente ucraino affinché, in cambio di aiuti militari, aprisse un’indagine su Joe Biden (uno dei papabili vincitori delle primarie democratiche e, quindi, possibile avversario per le prossime presidenziali 2020).

Oneri e onori che la fanno una vera e propria campionessa delle battaglie civili a favore delle donne. In una recente intervista, a chi le chiedeva dei suoi primi passi in politica ha raccontato quale fosse la reazione dei colleghi maschi: «”Ma chi le ha detto che può candidarsi?”. Nessuno “me l’aveva detto”. Nessuno mi aveva autorizzato. Sapevo che non avevo bisogno che qualcuno mi autorizzasse. Ero consapevole della mia forza, del mio potere e delle mie motivazioni». Le stesse che continuano a guidarla nel suo impegno quotidiano: «Nulla è più sano per la nostra democrazia che l’accresciuta partecipazione e la capacità di leadership delle donne. E noi vogliamo di più: più donne che si candidano nelle elezioni, più donne elette, più donne leader in ciascun settore».

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