Sostenibilita Linkiestafestival Morningfuture
Orientare Best Practice 14 Gennaio Gen 2020 0818 14 gennaio 2020

La sostenibilità alla prova: le azioni delle multinazionali in prima fila nel green

A Linkiesta Festival hanno discusso delle frontiere della sostenibilità anche esponenti del mondo delle grandi aziende, già da tempo impegnato sul campo

  • ...

Dopo Greta Thunberg e le marce degli studenti in piazza, la questione della sostenibilità ambientale e dell’allarme sul clima è diventata, finalmente, una priorità. Non solo per tutte le persone che hanno a cuore l’ambiente ma anche per le aziende. Del resto, come ha illustrato a Linkiesta Festival Federico Brocchieri, delegato giovanile italiano al UN Youth Climate Summit, c’è poca scelta: il trend è in crescita, gli ultimi cinque anni sono stati quelli più caldi di sempre, almeno da quando sono disponibili rilevazioni globali di temperatura, e il parere degli esperti è unanime. Il clima sta cambiando. Per evitare di essere travolti bisogna cominciare ad agire ora. Una azione globale che tocca agli Stati, come è ovvio, ma anche ad altre realtà, che possono essere le città e le aziende.

Per questa ragione, insieme a Brocchieri, a Linkiesta Festival hanno discusso delle frontiere della sostenibilità anche esponenti del mondo delle multinazionali, già da tempo in prima fila.

«Tutti possono porsi obiettivi ambiziosi», spiega Manuela Kron, direttore Corporate Affairs & Marketing Consumer Communication del Gruppo Nestlé in Italia, ma «l’importante è che siano realistici e, soprattutto, che siano sostenibili anche dal punto di vista economico». È in questo difficile equilibrio, continua a spiegare, che si gioca tutto. «Il perimetro di azione delle aziende», sentenzia, «è il dilemma: le aziende vivono di dilemmi». Per cui è giusto scegliere strategie per garantire un futuro sostenibile, ma bisogna farlo nel modo giusto. «Nel 2006, pochi lo ricordano, ci fu il problema della bolla dei biocarburanti: una idea che, sulla carta, era bellissima e molto valida. Le derrate alimentari potevano diventare carburante». Affascinante, spiega, ma pericoloso: «Se si lega il prezzo del cibo a quello dell’energia, le conseguenze possono essere disastrose». E lo sono state: due anni dopo «la bolla è scoppiata: le materie prime avevano cominciato ad avere un prezzo insostenibile». Per questo bisogna stare attenti: «Mai innamorarsi troppo delle idee più affascinanti». Il rischio è che per andare incontro alla sostenibilità ambientale si ignori la sostenibilità economica, con il rischio di mandare tutto all’aria. Fare qualcosa è necessario, anche se non è rivoluzionario. «I neozelandesi hanno previsto di diventare carbon neutral entro il 2050, e sono tre milioni». Un numero adeguato per un obiettivo che in altre situazioni sarebbe irrealistico (e quindi pericoloso).

Tutti possono porsi obiettivi ambiziosi, l’importante è che siano realistici e, soprattutto, che siano sostenibili anche dal punto di vista economico

Manuela Kron, direttore Corporate Affairs & Marketing Consumer Communication del Gruppo Nestlé in Italia

L’importante, insomma, è trovare un business plan adeguato. Che ci siano, insomma, le risorse per mettere a punto i piani per la transizione. E in questo serve anche il contributo della finanza, come conferma Simone Bemporad, direttore della comunicazione di Assicurazioni Generali. «Finanza e sostenibilità sono all’apparenza distanti», ma aggiunge, «il legame è sempre più vivo». Un esempio: gli agrofarmaci. «Sono uno dei modi cui ricorrono gli agricoltori per assicurarsi un raccolto alla fine della stagione. Il problema è che sono inquinanti». La finanza può intervenire con assicurazioni mirate, che rassicurino chi coltiva e li spinga a utilizzare metodi agricoli meno inquinanti. «Se poi ci sono epidemie, funghi, o disastri alluvionali, i danni sono coperti» e il rischio ridotto. Ma non solo. Lo stesso discorso vale anche per le piccole e medie imprese, che possono ricorrere ad assicurazioni specifiche – e soprattutto a programmi di prevenzione. Ma ormai il green è un affare, «anche i mercati finanziari se ne sono accorti». Soprattutto, la finanza è anche un mezzo che permette a tutti di intervenire, attraverso investimenti in prodotti finanziari attenti all’ambiente. Al momento, la “finanza green” ammonta a 30.000 miliardi di dollari. Con un trend +30%. «Esiste un capitale che guarda alla sostenbilità». E lo fa «con molta attenzione».

Ad Anna Villari, responsabile sostenibilità e prodotti editoriali della multiutility lombarda A2A, tocca invece il tema della responsabilità sociale d’impresa. La sua azienda, in questo senso, è una protagonista. «Abbiamo scritto ben due documenti in proposito», di cui uno «fissa i 72 punti fondamentali da rispettare per l’ambiente». Con una battuta, è la loro «Cop21». Si tratta, in ultima analisi, di un piano di sostenibilità che «è integrato al piano industriale, ma che ogni anno ne definisce la direzione». Non è stato difficile fare tutto questo, spiega, «perché dal punto di vista culturale, questo spirito nell’azienda era già innestato, visto che sullo smaltimento dei rifiuti A2A raggiungeva già risultati eccellenti». Ma il futuro è puntare su decarbonizzazione, fotovoltaico e teleriscaldamento.

Finanza e sostenibilità sono all’apparenza distanti, ma il legame è sempre più vivo

Simone Bemporad, direttore della comunicazione di Assicurazioni Generali

Certo, essere sostenbile non è semplice. Come ricorda a tutti Federico Brocchieri, «lo stato di salute del pianeta dipende dagli stakeholder». Un esempio: la vita nelle città è destinata a cambiare. Tutti devono adeguarsi, ma non allo stesso modo. A seconda del contesto, «si possono e devono mettere in campo piani di azione studiati per ogni situazione». Le città saranno pronte? Ci sono piani strategici in atto? Lo sanno i sindaci che le città, in futuro, dovranno affrontare eventi atmosferici inediti per i quali non hanno protezioni adeguate? Prepararsi al cambiamento globale significa, insomma, «mettere in campo operazioni di mitigazione e resilienza». Per cui ci vuole consapevolezza ma ci vogliono anche le regole. E poi, «ci vuole anche qualcuno che si prenda il compito di monitorare», un aspetto «molto robusto» negli accordi di Parigi ma che spesso manca nelle iniziative bottom up.

E allora, che si fa? Ognuno ci mette del suo. Manuela Kron di Nestlé spiega che la sua azienda, in modo compatibile con la sostenibilità economica, si è impegnata «a non comprare più prodotti dela deforestazione», mentre Anna Villari, di A2A ricorda come, dal punto di vista ambientale, «diventa necessario aprire alla comunità». Le azioni per il clima devono essere collettive, devono essere coinvolgenti, devono essere efficaci. «Noi abbiamo stabilito dei bilanci di stabilità territoriali, che ci danno soddisfazione per la partecipazione che hanno avuto finora e per l’interesse che hanno suscitato». Come funzionano? Sono strategie che passano «per i territori» e «per i dettagli», si tratta cioè di approvare nuovi progetti e coinvolgere gli stakeholder più adeguati e rappresentativi. Sono iniziative che hanno carattere sociale e ambientale insieme. «A Milano abbiamo impostato una azione per il recupero del cibo». E poi «visto che se si dice comunità si parla anche di scuola, con cui abbiamo uno strettissimo rapporto, per educare i ragazzi a uno stile di vita più sano e attento all’ambiente abbiamo deciso di distribuire borracce ai bambini delle scuole». Un piccolo trionfo, un piccolo passo per la salvezza del pianeta.

 Vuoi ricevere la nostra Newsletter?

Iscrivendomi dichiaro di aver letto la Privacy Policy e Terms of Use