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Orientare Trend 4 Novembre Nov 2019 1115 4 novembre 2019

USA, con l'avvento delle macchine nel mondo del lavoro, le donne sono più a rischio degli uomini

Secondo una ricerca dell’Institute for Women’s Policy Research, il 58% dei lavoratori a rischio di sostituzione tecnologica negli Usa è donna

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Se per molti lavoratori la transizione tecnologica che sta subendo il mondo del lavoro è sia uno spauracchio che un’opportunità, per le lavoratrici le cose vanno meno bene. A dirlo è una ricerca pubblicata, a marzo 2019, dall’Institut for Women’s Policy Research. Secondo gli autori del documento intitolato Women, Automation and Future, il 58% dei lavoratori a rischio di sostituzione tecnologica negli Usa è donna.

Un dato la cui gravità si fa ancor più pesante se si pensa che le lavoratrici in Italia rappresentano solo il 47% della forza lavoro attiva. Certo, di analisi sul futuro del lavoro al tempo degli algoritmi, dei robot e dell’intelligenza artificiale ne sono uscite tantissime. Molte di segno opposto. Fra ottimisti e pessimisti, insomma, meglio confrontarsi sui dati reali che sommati alla segregazione di genere e i trend tecnologici in atto tracciano una traiettoria problematica che sembra dirigersi verso un’ulteriore ineguaglianza.

Secondo l’IWPR, assunto che l’automazione ha (e avrà) un impatto su tutte le professioni, se per gli uomini saranno i lavori a minor valore aggiunto e meno remunerativi quelli più a rischio, per le donne l’esposizione sembra allargarsi a tutta la scala occupazionale. Le motivazioni? I bias con cui le aziende si approcciano alla forza lavoro femminile. Nei settori digitali, per esempio, le donne scontano un 41% di gap in termini di ritorno economico a parità di competenze e mansioni. Un paradosso se si pensa che, negli Usa, le donne occupate in attività con un grado di digitalizzazione fra il 51 e il 65% rappresentano oltre la metà del totale, uomini compresi. Le cose non vanno meglio se si prende in considerazione la quota di partecipazione femminile nei settori più promettenti per la transizione tecnologica: dal 2000 al 2016, le donne impegnate come computer scientist e system analyst sono passate dal 31,2 al 29,3%; le software developer dal 24,4 al 19,8%; le computer support specialist dal 35,5 al 25,3%.

Ci vorrebbe una scelta politica lungimirante che, oltre a ridurre le differenze di genere, favorisca la presenza femminile nelle cosiddette discipline Stem

Anche in quei settori in cui la tecnologia sembra ancora lontana da stravolgimenti di portata mondiale, le prospettive sono in chiaroscuro. In generale, infatti, i lavori ben remunerati che non richiedono un’alfabetizzazione digitale sono appannaggio degli uomini (carpentieri, idraulici, elettricisti, ecc) mentre le donne devono “consolarsi” con lavori sottopagati e mansioni di scarso rilievo (colf, commesse, ecc). Fanno eccezione i lavori che riguardano la cura delle persone dove l’impatto della tecnologia sembra ancora incapace di sostituire il tocco umano necessario.

Per trasformarsi in occasione di riscatto, però, sarebbero necessari investimenti in termini di politica attiva del lavoro e maggiore considerazione sociale. Gli stessi che dovrebbero sostenere una maggiore partecipazione femminile alla transizione tecnologica in atto. Secondo un rapporto stilato da McKinsey dal titolo The Future of Women at Work, una maggiore equità d’accesso sotto forma di mezzi, sostegno alla famiglia e allo studio comporterebbe un aumento del Pil mondiale di 12 triliardi di dollari.

Insomma, ci vorrebbe una scelta politica lungimirante che, oltre a ridurre le differenze di genere, favorisca la presenza femminile nelle cosiddette discipline Stem che secondo l’Onu raggiunge solo il 30% del totale a livello globale. Al Politecnico di Milano, per esempio, secondo il primo Bilancio di Genere relativo agli iscritti ai corsi di laurea, dal 2000 ad oggi le donne sono aumentate dell’8% ma rappresentano ancora uno studente su cinque. Numeri che anche lo stesso mondo universitario avrebbe piacere a migliorare se si pensa che, secondo Almalaurea, nel 2018 le studentesse Stem hanno ottenuto performance migliori sia in termini di voto di laurea (103,6 contro 101,6 per gli uomini) che per quanto riguarda la regolarità nel percorso di studi (il 46,1% delle donne ha dato tutti gli esami nel tempo previsto contro il 42,7% dei maschi).

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