Africa Morning Future
Orientare Il Caso 20 Settembre Set 2019 0730 20 settembre 2019

Gli altri si dividono, intanto in Africa nasce l’area di libero scambio più grande al mondo

Si chiama African Continental Free Trade Area (AfCFTA). 54 Paesi, 1,2 miliardi di persone e un Pil complessivo di 2.500 miliardi di dollari, questo accordo renderà l’Africa l’area di libero scambio più grande del pianeta

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Mentre l’attenzione mondiale è rivolta alla Brexit, alla nascita del nuovo governo in Italia e alle violente proteste a Hong Kong, come al solito, l’Africa viene ignorata dal mondo occidentale. Eppure la nascita, lo scorso 7 luglio a Niamey, in Niger, dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), è una notizia che dovrebbe interessare tutti. Perché con 54 Paesi (ovvero tutti meno uno), 1,2 miliardi di persone e un Pil complessivo di 2.500 miliardi di dollari, questo accordo renderà l’Africa l’area di libero scambio più grande del pianeta, con implicazioni notevoli sul piano mondiale.

Cosa significa, e cosa comporta? L’istituzione di un’area di libero scambio punta a emulare un po’ la struttura dell’Unione europea, dove l’obiettivo ultimo sarebbe l’introduzione potenziale della libera circolazione, del commercio senza dazi e (forse) anche di una moneta unica. L’AfCFTA prevederebbe, infatti, anche l’istituzione di un passaporto digitale, consentendo quindi alle persone di attraversare liberamente i confini dei diversi Paesi. Con un periodo di transizione fino al 1 luglio 2020, quando l’area entrerà effettivamente in vigore, il Ghana, tra i primi Paesi a ratificare l’accordo, è stato selezionato come il Paese che ne ospiterà la segreteria, responsabile dell’implementazione pratica di qui a un anno.

Il Paese metterà a disposizione 10 milioni di dollari per l’operazione. Accra, peraltro, è anche sede della AfroChampions Initiative, un quadro di investimenti privati pensato per finanziare l’accordo. L’obiettivo è di preparare il terreno per l’avvio dell’AfCFTA tramite la rimozione delle tariffe, lo sviluppo delle reti di trasporto e connettività, l’accesso all’energia a prezzi contenuti e la transizione delle economie africani verso prodotti a maggiore valore aggiunto.

Entro cinquant’anni l’etichetta “Made in Africa” potrebbe essere conosciuta quanto quella “Made in China”

Il continente africano si conferma, così, un’area del mondo dall’enorme potenziale economico e strutturale. Già oggi, l’Africa è il continente più giovane del mondo in termini anagrafici e il secondo più popoloso. In più, è ricco di materie prime, a partire da materiali come il rame, il coltan, l’oro, il cobalto, il manganese e il platino, che sono di importanza cruciale per la knowledge economy globale. Ed è anche già sede di colossi industriali e minerari come Sonatrach (idrocarburi, Algeria), Steinhoff (mobili, Sudafrica), Sonangol (idrocarburi, Angola), Eskom (elettricità, Sudafrica), Sasol (chimica, Sudafrica), Dangote Group (cemento, Nigeria), oltre che di startup innovative, in particolare a Nairobi, Città del Capo, Johannesburg e Lagos.

Secondo qualcuno, infatti, l’Africa potrebbe diventare la nuova Cina e, stando a quanto dichiarato da Basil El-Baz, presidente del gruppo petrolchimico egiziano Carbon Holdings, entro cinquant’anni l’etichetta “Made in Africa” potrebbe essere conosciuta quanto quella “Made in China”.

Com’è noto, però, il potenziale africano non ha ancora avuto modo di esprimersi a pieno sulla scena mondiale (si veda alle voci colonialismo e neocolonialismo). Solo i cinesi sembrano aver capito in questi anni l’importanza del continente per l’economia globale. E se è vero che, finora, ne hanno approfittato per fare i propri interessi prima di quelli degli africani, è altrettanto vero che gli investimenti infrastrutturali hanno iniziato a spingere nella direzione della crescita diversi paesi, come l’Etiopia. La cooperazione internazionale, poi, ha portato a investimenti anche da parte di Francia, Olanda, Regno Unito e Italia, i quali, oltre ai fondi, hanno trasmesso anche conoscenza e know-how. Ad oggi, imprese italiane come Calzedonia e Marzotto hanno scelto di aprire stabilimenti in Paesi in fase di crescente industrializzazione come il Marocco e l’Etiopia, importanti porti come Tangeri e Gibuti e metropoli come Nairobi e Addis Abeba, oggi in pieno boom economico.

Interessante, in termini di innovatività, il caso M-Pesa, lanciato grazie alla collaborazione con Vodafone, che consente i pagamenti via smartphone in un continente dove gli sportelli bancari sono scarsi e spesso troppo lontani da raggiungere. Un modello di successo, che sta aiutando le aziende a operare e ad aprire succursali in altri Paesi africani. In effetti il commercio digitale, che al momento in Africa sta crescendo a tassi annuali del 40%, rappresenta un’opportunità di grande valore. I benefici del digitale sarebbero molteplici: in particolare, secondo Vera Songwe, Segretaria esecutiva della Commissione economica dell’Onu per l’Africa, «le applicazioni digitali contribuirebbero a riempire i divari creditizi, a stimolare le donne a diventare imprenditrici e a fornire importanti dati di mercato, così come analisi ambientali, in tempo reale».

L’integrazione fra le economie dei diversi Paesi, obiettivo dell’AfCFTA, rappresenta una buona notizia anche per l’Unione europea

L’obiettivo è ambizioso: l’integrazione fra le economie dei diversi Paesi, obiettivo dell’AfCFTA, è cruciale per lo sviluppo economico di tutto il continente. E rappresenta una buona notizia anche per l’Unione europea, che con l’Africa (in particolare Francia, Germania, Spagna e Italia, che da sole rappresentano quasi il 60% di tutto l’export Ue verso l’Africa) scambia beni per più di 168 miliardi di euro. Le debolezze? All’accordo mancano ancora alcuni Paesi, come l’Eritrea, e solo 27 dei paesi firmatari hanno, ad oggi, ratificato l’accordo. C’è ancora tanto lavoro da fare insomma, e molti sono gli investimenti necessari. Soprattutto sotto il profilo delle infrastrutture: l’insieme dell’impianto ferroviario africano, ad esempio, è vecchio e poco capillare, eredità di chi aveva costruito linee di collegamento solo fra colonie, mentre la totalità delle strade è asfaltata per meno di un quinto. La povertà, poi, rappresenta ancora un problema: secondo la World Bank, fra Kenya, Mozambico e Uganda la metà della popolazione, pari a 61 milioni di persone, vive sotto la soglia di povertà. Rimangono infine problemi di corruzione e disuguaglianze, e anche diversità culturali spesso profonde tra i diversi paesi, che potrebbero in alcuni casi mettere a repentaglio la fluidità dei commerci.

Sebbene molti lo individuino come un accordo ancora fragile, che richiederà anni prima di potersi sviluppare con successo, è però anche vero che, secondo gli esperti, l’AfCFTA rappresenta un passo nella giusta direzione: secondo quanto rilevato dalla Commissione economica dell’ONU per l’Africa, grazie ad esso il commercio interno africano potrebbe aumentare del 50% e addirittura raddoppiare ad un decennio dall’attuazione dell’accordo. Considerando che ad oggi i paesi africani commerciano più con il resto del mondo (con l’Europa scambiano il doppio dei beni) che fra loro, l’opportunità è notevole. Se anche il resto del mondo saprà aiutare l’Africa a coglierla, avremo tutti da guadagnarci.

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