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Ispirare Trend 28 Agosto Ago 2019 0717 28 agosto 2019

Consumi consapevoli: in Italia crescono. Ma l'etichetta non dice tutto

“Cosa sto comprando"? È questa la domanda che sempre più spesso si fanno i consumatori. E le aziende (se vogliono avere successo) devono fare la loro parte per aiutarli a rispondere nel modo corretto

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“Cosa sto comprando"? È questa la domanda che sempre più spesso si fanno i consumatori italiani. Che si tratti di acquisti nel settore agroalimentare, nella scelta di una compagnia elettrica, passando per l’organizzazione di una vacanza, il trend è chiaro: i cittadini, nel campo dei consumi, hanno iniziato a fare scelte sempre più consapevoli e sostenibili.

Il report 2018 “Il consumo sostenibile in Italia” a cura di O.C.I.S., osservatorio internazionale per la coesione sociale, registra un dato importante: il 63,4% dei cittadini dichiara di adottare pratiche di consumo responsabile contro il 36,6% che invece non lo fa. Ma non è sempre stato così. Basti confrontare i dati attuali con quelli di una ricerca dell’osservatorio che risale al 2002: i cittadini che dichiaravano di aver fatto scelte di consumo responsabile erano solo 28,5%.

Le scelte di acquisto e di consumo sono fondamentali sia sotto il profilo ambientale sia sotto quello sociale. Consumare in modo responsabile, domandarsi quale sia il vero costo dei prodotti che acquistiamo, riconoscendo che ciò che compriamo è frutto del lavoro di una catena di persone che può avere effetto sulla salute e il benessere delle persone e del pianeta, è ormai una pratica diffusa tra gli italiani.

Luca Raffaele, direttore generale di Next

«Questo trend», dice Luca Raffaele, direttore generale in Next – Nuova Economia per Tutti, associazione nata nel 2011 per promuovere e realizzare una nuova economia più inclusiva, partecipata e sostenibile rispetto all’economia tradizionale orientata, da sempre, sulla massimizzazione del profitto individuale, senza tener conto di ambiente e persone, «è destinato ad diventare sempre più intenso».

Secondo il rapporto, le persone che hanno adottato - anche solo temporaneamente - scelte di consumo critico, cioè che hanno acquistato beni e servizi da imprese che dichiarano di rispettare il divieto di sfruttare il lavoro minorile, che contengono al minimo l’inquinamento dell’ambiente e devolvono una parte del loro surplus a fini di beneficenza – sono il 30,3%. Coloro che hanno acquistato - anche solo sporadicamente - generi del commercio equo e solidale sono il 37,3%.

Chi ha ispirato le proprie scelte di consumo ad uno stile di sobrietà – cioè acquistato beni e servizi facendo attenzione al consumo energetico e al fatto che producono pochi rifiuti – è il 51,7%. Chi ha affermato di aver preferito viaggi di turismo responsabile, ovvero un tipo di vacanza che si propone di limitare viaggi nei paesi non democratici, di entrare in contatto con gli usi e i costumi dei paesi poveri, di far conoscere l’attività dell’economia solidale locale, è il 7,5%. Infine, chi ha acquistato prodotti tramite i Gruppi d'Acquisto Solidale rappresenta il 10,6% del totale degli intervistati.

C’è differenza tra le intenzioni di acquisto consapevole di un prodotto o di un servizio e l’acquisto effettivo

Leonardo Becchetti, economista presso l'università di Roma Tor Vergata

Il trend sarebbe anche confermato da un sondaggio pubblicato da Oxfam in collaborazione con Federconsumatori: il 74,41% dei consumatori italiani, secondo il sondaggio, è disposto ad acquistare un prodotto libero da dinamiche di sfruttamento dei lavoratori, indipendentemente dal prezzo. Solo per il 21,8% il fattore prezzo rimane determinante per compiere tale scelta. Allo stesso tempo - nonostante la maggioranza dei consumatori intervistati (il 51,67%) si senta mediamente informata rispetto al tema dello sfruttamento nelle filiere agricole - in 8 su 10 (il 78,20% del campione) dichiarano di non avere adeguate informazioni per poter riconoscere sugli scaffali dei supermercati i prodotti che assicurano una equa redistribuzione del valore tra tutti gli attori della filiera.

«Ma attenzione», spiega l’economista dell'università romana di Tor Vergata Leonardo Becchetti, direttore scientifico di Next, «c’è differenza tra le intenzioni di acquisto consapevole di un prodotto o di un servizio e l’acquisto effettivo. Sta sicuramente crescendo l’attenzione verso questi temi ma la sensibilità in materie di scelte sostenibili deve continuare ad aumentare. Questo processo è stato accelerato grazie all'agenda 2030 che ha focalizzato l'attenzione sul tema ambientale: l'emergenza climatica viene percepita come collegata al tema della salute».

Leonardo Becchetti, economista presso l'università di Roma Tor Vergata

Il 2010 ha rappresentato un anno emblematico e di svolta rispetto alle scelte dei consumatori: «Dopo la crisi del 2008», spiega Luca Raffaele, «siamo tornati a soffermarci su una logica di sviluppo locale. Il prossimo passo è quello di far capire che tutti i settori e territori sono connessi e che le scelte sostenibili non riguardano solo il settore agroalimentare».

Per continuare su questa strada, però, è necessaria non solo più sensibilità da parte di chi acquista, ma anche e soprattutto, da chi produce: «In Italia», continua Luca Raffaele, «le persone che fanno acquisti quotidiani - soprattutto nel settore agroalimentare – non trovano informazioni esaustive sull’etichetta dei prodotti. Quello che stiamo acquistando può essere biosostenibile, ma se poi quella stessa azienda sfrutta i lavoratori e butta per strada l’immondizia che produce, il consumatore come fa a saperlo?».

Le aziende quindi devono ripensare completamente il modo in cui fanno promozione dei prodotti. «Basta puntare al massimo ribasso sul prezzo», propone Raffaele. «Focalizziamoci da un lato su promozioni basate sul valore sociale generato dall'impresa e soprattutto rendiamo conoscibili al consumatore tutti i passaggi che portano al prodotto finito. Questo per le grandi imprese. E dall’altro supportiamo le piccole imprese territoriali ad aumentare il paniere dei prodotti in modo da uscire dal luogo comune che “sostenibile significa di nicchia”».

*I dati sono stati raccolti tramite un sondaggio promosso dall’Osservatorio per la Coesione e l’Inclusione Sociale (OCIS) e condotto da SWG all’inizio di febbraio 2018 con metodologia CAWI su un campione di 1.000 cittadini italiani maggiorenni, con quote proporzionali alla distribuzione della popolazione per genere, classi d’età e zona di residenza.

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