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Orientare Inchiesta 24 Maggio Mag 2019 0901 24 maggio 2019

Regole e costi del lavoro in Europa: analisi comparativa in vista delle elezioni

Salari, pressione fiscale e regime dei licenziamenti cambiano molto da Paese a Paese, evidenziando un'ampia forbice soprattutto tra il Nord e l'Est Europa

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Si fa presto a dire “Unione”. Nonostante la zona Euro e i forti legami commerciali tra i 28 Paesi comunitari, le regole e i costi del mercato del lavoro in Europa sono molto diversi da uno Stato all'altro.

Il primo elemento di disparità è di natura economica. Per quanto riguarda il costo del lavoro, i dati relativi al 2016 ci dicono che il costo orario medio era pari a 25,40 euro all'interno dell'Unione, 4 euro in meno rispetto alla media della Zona Euro. La media però non restituisce l'ampiezza della forbice: in Bulgaria un'ora di lavoro costa all'azienda 4,40 euro, in Danimarca 42. Nel mezzo ci sono il Beglio (39), la Francia (36), la Germania (33), l'Italia (undicesima su 28, costo medio: circa 29 euro l'ora) e via via tutti gli altri, con i Paesi Baltici e la Romania vicini al minimo bulgaro.

Da notare però che a variare molto è l'impatto dei costi non salariali (il cosiddetto cuneo fiscale), con la Francia (33,2% del costo salariale orario) che paga in percentuale più di tutti in questo tipo di oneri. In questa classifica l'Italia è al quinto posto, con il 27,4 % di media, mentre l'incidenza più bassa si registra a Malta (6,6%). Va da sé dunque come incida la scelta di dove stabilirsi per una qualsiasi multinazionale che scelga di insediarsi in Europa.

Il costo medio di un'ora di lavoro nell'Ue è 25,40 euro: il record è in Danimarca (42), il più basso in Bulgaria (4,40)

Le stesse differenze interne restano se si parla di stipendi medi. Secondo i dati Ocse sui salari medi annuali, nell’Europa a 28 si va da un massimo di 63.062 dollari del Lussemburgo ai 22.576 dollari dell’Ungheria. In Italia il dato è di 36.658 dollari. Ma si tratta di una media, che è da rapportare anche al costo della vita. È utile allora guardare anche dove si concentra la maggiore presenza di lavoratori a basso reddito. In questo caso, la maglia nera va alla Lettonia (25,5%) e alla Romania (24,4%), mentre al primo posto si trova la Svezia (2,6%). In Italia la percentuale è al 9,4%.

L’Europa appare divisa anche sul fronte dei salari minimi fissati per legge. Quasi tutti i Paesi dell’Unione europea garantiscono un salario minimo ai propri lavoratori, tranne Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia e Italia.

I 22 Stati membri che l’hanno introdotto si possono distinguere in tre gruppi: i Paesi dell’Est, con un salario minimo al di sotto dei 500 euro; quelli del Sud tra 500 e 1.000 euro; quelli a Ovest e Nord, che superano i 1.000 euro. Si va dai 235 euro della Bulgaria ai 1.999 del Lussemburgo. Vale a dire che quello lussemburghese è ben nove volte maggiore di quello bulgaro.

I 22 Stati membri che hanno introdotto il salario minimo mostrano enormi differenze: quello lussemburghese è ben nove volte maggiore di quello bulgaro

Questo per quanto riguarda i conti. Analisi comparative riguardano anche le regole del mercato del lavoro.

A cambiare molto sono le ore di lavoro settimanali per ciascun Paese. In Italia generalmente si parla di 40 ore settimanali spalmate su 5 o 6 giorni, anche se per legge è previsto un massimo di 48 ore, proprio come in Spagna dove comunque si spalmano 40 ore sui 5 giorni. In Francia invece da circa vent'anni l'orario settimanale è stato ridotto a 35 ore, sopra cui inizia lo straordinario (che si paga almeno un 10% in più). Nel Regno Unito rimane il limite “italiano” di 48 ore, ma la media è tarata su 17 settimane, dunque nulla vieta di accumulare ore durante un certo periodo e ridurre il carico in un altro momento, purché la media sia rispettata.

In Germania l'orario settimanale è di 35 ore, mentre si scende ancora se si va in Norvegia (33) e soprattutto in Olanda, dove si spalmano 29 ore su 4 giorni.

In 22 Paesi su 28 è stato introdotto un salario minimo legale, misura non ancora adottata in Italia

Ma il mercato del lavoro in movimento degli ultimi anni ha fatto sì che molti Paesi varassero riforme strutturali. In Italia abbiamo avuto il Jobs Act, che tra le altre cose ha abolito l'articolo 18 mettendo fine all'obbligo di reintegro per i licenziamenti per motivi economici, oltre a introdurre il contratto a tutele crescenti.

Anche in Francia si è cambiato molto: Emmanuel Macron ha puntato su un regime attraverso cui le aziende possono derogare più facilmente agli accordi collettivi, rinforzando la mobilità (togliendo limiti ai rinnovi di contratto a tempo determinato) e modificando le regole anche sui licenziamenti. Se prima un'azienda poteva infatti tagliare solo se aveva problemi a livello globale, adesso il licenziamento può essere giustificato anche da una crisi di produttività limitata solo agli stabilimenti in Francia.

Da questo punto di vista, in Germania le regole sono più stringenti: affinché il licenziamento sia “giustificato e legittimo”, il datore di lavoro deve dimostrare che ci siano ragioni inerenti alla persona o alla condotta del lavoratore o che esistano “urgenti esigenze economiche dell'impresa non compatibili con la prosecuzione del rapporto di lavoro”. Il tutto passando dal parere del consiglio di fabbrica. “Giustificati motivi” servono anche in Regno Unito, dove l'azienda deve agire “ragionevolmente e sena disparità di trattamento”. Come sempre nel caso della common law, è però la giurisprudenza a fare molto del lavoro, con i giudici che hanno ampia discrezionalità sull'eventuale reintegro.

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