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Orientare Inchiesta 20 Maggio Mag 2019 1102 20 maggio 2019

Salario minimo: uno solo, forse, non basta

Ma siamo sicuri che introdurre un unico salario minimo sia corretto? Il costo della vita, e di conseguenza le soglie di povertà, variano molto su base geografica. Non solo nel Vecchio Continente, ma anche in Italia. Si potrebbe parlare quindi di più salari minimi e non di uno solo

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Di tanto in tanto, il dibattito sulla possibile introduzione di un salario minimo in Italia torna in auge. E lo stesso accade in Europa: Emmanuel Macron, nel suo Pour un Renaissance européenne, propone proprio un salario minimo europeo. Ma siamo sicuri che introdurre un unico salario minimo italiano o europeo sia corretto? Il costo della vita, e di conseguenza le soglie di povertà, variano molto su base geografica. Non solo nel Vecchio Continente, dove 22 Paesi su 28 lo hanno già stabilito per legge, ma anche in Italia. Si potrebbe parlare quindi di più salari minimi e non di uno solo.

L’Istat, non a caso, calcola soglie diverse di povertà assoluta per macroregione (Nord, Centro, Sud) e per tipologia di comune (area metropolitana, grande comune, piccolo comune). La differenza di spesa per famiglia può toccare quasi i 500 euro al mese, fra i comuni centrali delle aree metropolitane e quelli con meno di 50mila abitanti. Negli Stati Uniti, infatti, ma anche nel Regno Unito, esistono già salari minimi differenziati per area urbana, sulla base delle differenze del costo della vita. Abitare a Londra o a New York, insomma, non ha gli stessi costi di un paesino di campagna. E la stessa differenza vale per chi vive a Milano o Roma, e chi in un piccolo comune dell’appennino o della costa italiana.

Negli Stati Uniti, infatti, ma anche nel Regno Unito, esistono già salari minimi differenziati per area urbana, sulla base delle differenze del costo della vita

Come scrivono gli esperti de Lavoce.info, le ampie differenze territoriali suggeriscono che una ricetta univoca per sostenere i compensi minimi non sarebbe probabilmente efficace. D’altra parte, però, avere numerose soglie minime comporta una maggiore complessità del sistema e incentivi alla mobilità per sfruttare il minimo più conveniente. Quello di un correttivo a livello regionale può essere dunque un buon compromesso dal quale partire. Esistono differenze anche all’interno delle regioni, ma il gradiente principale è quello fra Nord e Sud della penisola.

Lo stesso discorso vale per l’Europa. Un salario minimo europeo, come proposto dal presidente francese e successivamente dal governo italiano, per quanto strumento utile alla convergenza dei Paesi membri, rischierebbe di rivelarsi troppo rigido in un contesto fortemente differenziato, in Italia come ancor di più in tutta l’Unione europea. Tra la Germania e la Romania, esistono enormi differenze, per fare un esempio.

Quasi tutti i Paesi dell’Unione europea garantiscono un salario minimo ai propri lavoratori, tranne Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia e Italia.

Quasi tutti i Paesi dell’Unione europea garantiscono un salario minimo ai propri lavoratori, tranne Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia e Italia. Ma con enormi differenze, appunto. Il Paese con il salario minimo più basso è la Bulgaria, con 1,24 euro l’ora (286 euro mensili). Il primato per quello più alto va invece al Lussemburgo, con 11,12 euro per ogni ora di lavoro (2017 euro al mese).

Le posizioni sull’argomento, in Italia, sono diverse. C’è chi è a favore del salario minimo perché ridurrebbe povertà e disuguaglianza e aumenterebbe il tenore di vita dei lavoratori. E chi crede che sia dannoso per le imprese e che di fatto aumenti la povertà e la disoccupazione, abbassando le soglie già stabilite dai contratti collettivi, che ad oggi coprono circa la metà dei lavoratori dipendenti del Paese.

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