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Immaginare Intervista 3 Ottobre Ott 2018 0830 3 ottobre 2018

La scuola del futuro: “Più autonomia, più lingue e niente esami di Stato”

Parla Nadia Cattaneo, preside dell’Istituto tecnico economico “Enrico Tosi” di Busto Arsizio, Varese, la migliore scuola d’Italia

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Più autonomia, maggiore flessibilità decisionale, un uso mirato della tecnologia e uno studio più intelligente delle lingue. Sono questi i pilastri della scuola del futuro secondo Nadia Cattaneo, preside del pluripremiato Istituto tecnico economico “Ernico Tosi” di Busto Arsizio, Varese, quella che è considerata la scuola migliore d’Italia. Nella struttura diretta da Cattaneo, si studiano sei lingue, le gite sono state sostituite dagli scambi culturali con l’estero e in alcune sezioni ci si diploma in quattro e non cinque anni.

Se si chiede alla preside qual è oggi il problema principale della scuola italiana, lei risponde: «La mancata piena realizzazione dell’autonomia scolastica, così com’era prevista dal decreto 275 del 1999». La piena possibilità di sperimentare e innovare, secondo Cattaneo, è rimasta ancora solo sulla carta. Non tanto sul fronte della didattica, quanto su quello organizzativo. La scansione dell’orario e la gestione delle classi sono ancora quelli tradizionali. E ogni innovazione è difficile da incastrare in una «impalcatura che è rimasta quella antica», dice. Un esempio: «È un’impresa staccare un docente dalle classi per metterlo a lavorare su un progetto. Non è passata l’idea di un organico funzionale alle attività delle scuole».

Nadia Cattaneo non esclude la collaborazione tra scuola e imprese, e tra scuola e territorio. Anzi. «L’interazione con l’esterno è vitale per una scuola», dice. «Se vediamo la scuola come una monade chiusa, abbiamo fallito. Non la rinnoviamo più». Quindi sì all’alternanza scuola-lavoro: «Il rapporto che la scuola sviluppa con il mondo del lavoro può diventare uno stimolo anche per la scuola per ragionare più per competenze, senza ovviamente eliminare le conoscenze». E sì anche alla collaborazione con i genitori e anche alle loro critiche, «se costruttive ovviamente».

L’interazione con l’esterno è vitale per una scuola. Se vediamo la scuola come una monade chiusa, abbiamo fallito. Non la rinnoviamo più

Nadia Cattaneo, preside Istituto tecnico economico “Ernico Tosi” di Busto Arsizio, Varese

La scuola così non perde il polso del mondo esterno. La preside, a questo proposito, propone di andare ben oltre i libri di testo. «Soprattutto nell’epoca del digitale, il libro di testo non è qualcosa di sacro, ma uno dei tanti strumenti per poi costruire percorsi specifici», spiega Cattaneo. E anche l’apprendimento delle lingue ha bisogno di uno scossone: «La scuola dovrebbe creare situazioni per l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue che siano meno metalinguistiche e più legate all’uso della lingua. Che non vuol dire non studiare la grammatica, ma questo dovrebbe essere il punto di arrivo e non sempre e solo il punto di partenza. Scambi culturali e tirocini di lavoro all’estero sono un esempio. Oltre che le lezioni di materie in una lingua diversa dalla nostra».

E poi l’immancabile tecnologia, che non significa solo portare qualche computer o lavagna interattiva tra i banchi: «L’innovazione non si esaurisce solo nell’introduzione di strumenti tecnologici. Serve la formazione dei docenti, la ridefinizione del ruolo del docente in classe come figura di guida e non semplice trasmettitore, ma occorre lavorare anche sulla gestione degli strumenti digitali». Smartphone in classe sì o no? «Smartphone in classe sì, ma regolati. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che smartphone e tablet non sono solo strumenti per chattare o divertirsi, ma anche strumenti per lavorare o studiare».

Quest’anno, all’istituto Tosi, hanno concluso le scuole superiori gli studenti della sperimentazione quadriennale, che hanno raggiunto il diploma in quattro anziché cinque anni. «L’esperienza è stata assolutamente positiva. Tanti hanno già superato i test universitari, alcuni si sono iscritti all’estero, altri stanno entrando nel mondo del lavoro, e ci arrivano un anno prima», spiega Cattaneo. «Hanno un anno a disposizione in più, in cui potrebbero prendersi anche un anno sabbatico con la possibilità di fare altre esperienze e scegliere magari con più consapevolezza il loro progetto di vita dopo l’esame di maturità». A proposito, dice la preside, «l’esame di maturità lo toglierei del tutto. È diventato più un rito molto costoso che altro e non serve alle università per valutare i ragazzi».

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