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Immaginare Trend 16 Marzo Mar 2018 0830 16 marzo 2018

Lavorare girando il mondo: benvenuti nell’era dei nomadi digitali

Se si può lavorare da casa perché non lavorare viaggiando? Il lavoro da remoto porta con se una rivoluzione della stanzialità umana. E già ci sono startup che offrono la possibilità di lavorare viaggiando.

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Il mondo del lavoro sta cambiando a misura dei nomadi digitali. Un recente articolo del New York Times ha raccontato la storia di Unsettled, una start-up che organizza in tutto il mondo esperienze di co-working di trenta giorni l’una, attraverso le quali i nomadi digitali - siano essi professionisti o imprenditori - possono girare il mondo e contemporaneamente lavorare. Come Unsettled, ci sono decine di startup in giro per il mondo: «Siamo una generazione che può vivere il mondo lavorando e contemporaneamente mettendosi alla prova, crescere, conoscere persone simili, connettersi con nuove realtà locali: cosa ci deve frenare a farlo?», riflette Michael Youngblood, 32 anni, sudafricano, che ha fondato Unsettled con un altro nomade digitale, Jonathan Kalan, che di anni ne ha 29.

Non è niente di imprevisto, in realtà. “Il nostro futuro nomade" era il titolo di una copertina, piuttosto profetica, dell’Economist nell’autunno del 2008 : “Il futuro è abbastanza chiaro - spiegavano nell’editoriale di presentazione - ci saranno cellulari sempre più veloci, sempre più numerosi hotspot wi-fi e sempre più oggetti si connetteranno a queste reti”. Il risultato? Altrettanto chiaro: “Quel che oggi siamo abituati a fare da fermi, lo faremo in movimento”.

E in fondo è questo quel che è successo in questi dieci anni. Il report di Gallup sullo stato del mondo del lavoro del febbraio 2017, ha mostrato che sempre più americani lavorano da remoto. E aziende come Dell, che hanno 140mila dipendenti, prevedono che la metà del personale lavorerà da remoto entro il 2020. Praticamente, dopodomani.

Dopo una rincorsa di secoli verso la stanzialità, abbiamo ricominciato, piuttosto improvvisamente, a riscoprirci nomadi. Nomadi digitali, precisamente, che hanno il rifiuto della stanzialità e della proprietà come caratteristica costitutiva dell’era della globalizzazione

Lavorare da remoto non vuol dire solo lavorare da casa, però. Vuol dire lavorare da ovunque. Dopo una rincorsa di secoli verso la stanzialità, abbiamo ricominciato, piuttosto improvvisamente, a riscoprirci nomadi. Nomadi digitali, precisamente, che hanno il rifiuto della stanzialità e della proprietà come caratteristica costitutiva dell’era della globalizzazione. E che si muovono da una città all’altra alla ricerca di opportunità, di stimoli, di altri nomadi digitali con cui condividere un pezzo della propria vita, in comunità di simili che si rompono e si ricostituiscono continuamente, senza soluzione di continuità. Una ricerca di Upwork sulla forza lavoro del futuro dello scorso febbraio, per la quali sono stati intervistati più di mille manager racconta che due terzi tra loro lavora da remoto e che la metà di loro ha avuto problemi a cercare talenti utili nel luogo in cui ha sede l’impresa.

I numeri raccontano bene questo processo, che si innesta in un più ampio processo di metropolizzazione del mondo. Se pensate alle migrazioni come una transumanza dal Sud al Nord del mondo, state raccontando solo una parte del fenomeno. Vi basti sapere, ad esempio, che un abitante su cinque dell’Unione Europea, infatti, vorrebbe migrare da dove vive, sette punti in più rispetto alla media globale, poco meno di quanto vorrebbero migrare gli abitanti del Nord Africa e del Medio Oriente devastati da miseria e carestie (22%).

È un migrare diverso, ovviamente, quello dei nomadi digitali, economico ma non solo: non è solo di opportunità e reddito ciò di cui vanno alla ricerca alla ricerca questi ragazzi. Ma anche - forse soprattutto - di luoghi che appaghino la loro dimensione di senso, i loro stimoli culturali, la loro visione del mondo. Lo spiega bene la Global Shapers Annual Survey del World Economic Forum, una ricerca molto seria, forse la più accurata nel cogliere le istanze, i sogni, gli ideali e i valori della generazione dei nativi del mondo digitale e della globalizzazione, con una base dati fatta di 25mila questionari raccolti in 186 paesi del mondo.

L’81% di questi giovani tra i 18 e i 35 anni - 8 su dieci - afferma che per trovare lavoro o progredire nella propria carriera se ne andrebbe dal proprio Paese e hanno come orizzonte le metropoli globali occidentali di Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Australia, Svizzera, Francia, Spagna, Svezia, Olanda. I risultati raccontano di giovani ottimisti nei confronti della tecnologia, refrattari a politica e burocrazia, e nella stragrande maggioranza figli di una globalizzazione nella quale vorrebbero veder sparire confini e frontiere: «Nessuno vuole essere più un turista. Tutti vogliono essere dei locali temporanei», ha dichiarato proprio al New York Times, Signe Jungersted, direttore dello sviluppo turistico di Copenhagen, una delle città che più sta lavorando sull'attrazione dei nomadi digitali. Abituatevi.

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