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Orientare Best Practice 15 Dicembre Dic 2017 1100 15 dicembre 2017

Parola d'ordine accessibilità: perché le barriere architettoniche esistono anche su internet

Internet è un’infrastruttura universale? Allora dev’essere accessibile a tutti, dagli ipovedenti ai malati di epilessia. Scano (Iwa Italia): «L’Italia è all’avanguardia da una decina d'anni, ma c'è ancora molta strada da fare»

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Aprire il proprio browser, effettuare una ricerca, scegliere il record che cercavamo e godersi il proprio contenuto online fa ormai parte della nostra quotidianità. Gesti semplici che scandiscono le nostre giornate. Ma non per tutti è così. Pensate a una persona ipovedente o non udente. O a chi soffre di crisi epilettiche o ha disabilità motorie per via delle quali l'utilizzo di tastiere particolari o screen reader è indispensabile. Per loro la fruizione dei contenuti sparsi per la rete fa rima con accessibilità.

Un concetto emerso con il boom di internet e poi codificato in un’insieme di linee guida stabilite dal consorzio W3C (nel 1999 e successivamente aggiornate). In sostanza, un sito è accessibile quando sono state rimosse tutte quelle barriere informatiche che ostacolano gli utenti, soprattutto quelli gravati da qualche tipo di disabilità, nell’uso della tecnologia internet. Detto altrimenti, si tratta di far fronte a una carenza di progettazione software che impedisce la corretta fruizione del messaggio contenuto in una pagina web. Ma quali sono, in sintesi i criteri che definiscono l’accessibilità?

«Un sito deve essere percepibile, utilizzabile, comprensibile e robusto», risponde Vittorio Fidotta, digital strategist e cofondatore di Innpronta, società che si occupa di sviluppo web. «Ognuno di questi punti sicuramente richiede molta attenzione e conoscenza delle tecnologie assistive attuali e passate – continua Fidotta -. Oltre che una profonda conoscenza delle varie problematiche che i diversi casi incontrano nel consultare un sito. Il tutto per garantire se non la stessa, almeno una simile user experience a tutti gli utenti senza danneggiarne alcuno».

«In ogni caso, vale sempre la massima del papà di Internet Robert Khan: non sviluppare una versione web accessibile significa non sviluppare web affatto», ha affermato Roberto Scano, presidente di Iwa Italia. Sviluppatore e consulente, Scano ha a che fare ogni giorno con il tema dell’accessibilità. E gli esempi, riusciti o meno, non mancano: «Prendi il sito di Fs. Per una persona disabile c’è la possibilità di farsi accompagnare lungo il binario e salire sul treno. Ecco, fino a poco tempo fa questa parte non era accessibile. Diverso invece il caso dell’Alto Adige. Qui le persone con disabilità che volessero visitare il territorio non solo trovano un sito accessibile, ma anche una serie di informazioni utili al loro soggiorno: dai parcheggi per disabili allo stato della mobilità». Il segreto sta tutto nel framework di base, ossia in quei sistemi di impaginazione che sono già sviluppati per l’accessibilità e quindi permettono di ingrandire un carattere, migliorare il contrasto dei colori oppure rendere udibile un contenuto scritto. «Molto probabilmente uno scarso sviluppo sotto questo aspetto è dovuto al fatto che realizzare un sito accessibile che offre a tutti una buona e paritaria user experience richiede uno sforzo economico che probabilmente non vale il gioco se paragonato alla percentuale di target», precisa Fidotta.

Vale sempre la massima del papà del web, Tim Berners-Lee: «Un sito deve essere percepibile, utilizzabile, comprensibile e robusto»

Roberto Scano, Presidente di Iwa Italia

In Italia, dal 2005, è la legge Stanca a determinare i criteri dell’accessibilità. «Allora l’Italia era già all’avanguardia – ha continuato Scano – dato che aveva imposto l’obbligatorietà per la pubblica amministrazione di sviluppare siti accessibili. Nel 2016, una direttiva europea è andata in questo senso. E ora, oltre a garantire l’accessibilità, si dovrà anche fornire una certificazione della stessa. Pena alcune sanzioni che un decennio fa venivano abitualmente ignorate per mancanza di controllo».

Eppure, alcuni ostacoli permangono e hanno a che fare con l’evoluzione visuale, piuttosto che scritta, delle varie piattaforme web. Un esempio positivo, in tal senso, è YouTube che da tempo ha inserito un programma di riconoscimento vocale che traduce i propri contenuti in sottotitoli per i non udenti. «Diverso invece il discorso per quanto riguarda la questione delle immagini statiche – ha affermato Scano -. Un bando caricato come pdf, quindi come immagine, non può essere letto o tradotto dai sistemi ausiliari. Una pecca del tutto discriminante. Soprattutto se parliamo di pari accesso a concorsi pubblici».

E il futuro? «Ad oggi credo possa essere nello sviluppo di un Cms opensource, non necessariamente spinto da interessi economici rilevante, che sia pensato per essere totalmente accessibile non rinunciando ad un user experience gradevole e paritaria. O, caso molto più complesso, un software che possano codificare siti non accessibili in siti accessibili», conclude Fidotta.

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