Plantoid-Morning-future
Ispirare Intervista 24 Novembre Nov 2017 1100 24 novembre 2017

Barbara Mazzolai, la mamma della pianta robot: «La capacità di adattamento è la forza più grande»

La ricercatrice Iit: «Nessuno credeva nel Plantoide, se fossi stata maschio forse mi avrebbero presa più sul serio. L’ambiente migliore per lavorare? Che sia multidisciplinare»

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Definizione di out of the box: prendete una ragazza, fatele studiare una materia scientifica come la biologia, spostatela in un contesto a lei alieno come quello dell’ignegneria e della robotica e mettetele in testa di rivoluzionarla con idee che nessuno fino a quel momento aveva mai avuto Ecco, Barbara Mazzolai è tutto questo assieme: ricercatrice all’Istituto Italiano di Tecnologia, avamposto d’avanguardia scientifico nel Paese più antiscientista dell’Occidente (almeno), Mazzolai è responsabile del progetto Plantoid, finalizzato a realizzare robot simili alle piante: «L’ambito di cui mi occupo è quello della robotica bioispirata, o se preferite ispirata dalla natura - racconta -. Il nostro obiettivo è quello di studiare la natura per carpirne i segreti, dai materiali alle modalità di locomozione. Li studiamo e proviamo a imitarli In una macchina, che può essere un robot o un sensore».

È una branca della robotica, questa, in profonda evoluzione e attorno alla quale si sta concentrando sempre più attenzione. Soprattutto, ovviamente, per quanto riguarda i robot umanoidi e animaloidi: piattaforme che volano, simil-ghepardi che volano, simil-pesci che nuotano, simil-scimmie che si arrampicano, «anche se sono gli insetti gli animali più imitati, per quanto possa sembrare curioso», puntualizza Mazzolai. «Quasi più dell’uomo», aggiunge.

Lei sceglie le piante, ma in un secondo momento: «In realtà sono partita anche io dagli animali - racconta -. Il mio primo progetto è stato quello di un polpo-robot, realizzato insieme a Cecilia Laschi del Sant’Anna. È stato il primo polpo-robot realizzato al mondo». Perché le piante, poi? «Perché io ero partita come biofisica, occupandomi dell’impatto degli inquinanti sull’ambiente - racconta Mazzolai -. Poi c’è stata l’opportunità di candidarsi per un master internazionale in ingegneria alla scuola di Sant’Anna e sono riuscita a vincere la borsa di studio». È dopo il master che gli ingegneri del Sant’Anna le chiedono di restare per lavorare con loro su tecnologie per l’ambiente.

L’idea di Barbara Mazzolai è quella di realizzare un robot che faccia dell’adattamento all’ambiente circostante la sua caratteristica vincente, quasi in una mimesi della vita della ricercatrice stessa, che si è sempre adattata in ambienti se non ostili, perlomeno alieni.

Avevano un problema, questi ingegneri: la qualità del suolo, eterogeneo e sensibile, era molto difficile da misurare, a differenza di quella dell’aria e dell’acqua: «È lì che ho preso ispirazione dal mondo delle piante, un mondo che conosciamo pochissimo», racconta. Si illumina, quando ne parla: «Il robot che misura la qualità del suolo deve infilarsi in ambienti ristretti, deve muoversi e adattarsi in situazioni impreviste - spiega -. E le piante sono il paradigma di tutto questo: la pianta è l’unico essere vivente che associa il movimento alla crescita. Non vedrai mai la stessa morfologia in una pianta, perché per tutta la sua vita cresce e si adatta all’ambiente circostante. E poi le piante penetrano per chilometri nel suolo, creando reti e infrastrutture. Erano perfette: dovevamo solo imitarle».

Estremizzando questo concetto l’idea di Barbara Mazzolai è quella di realizzare un robot che faccia dell’adattamento all’ambiente circostante la sua caratteristica vincente, quasi in una mimesi della vita della ricercatrice stessa, che si è sempre adattata in ambienti se non ostili, perlomeno alieni: «All’inizio, quando presentavo questa idea della pianta-robot c'era molto scetticismo - ricorda -. Noi tutti, del resto, siamo portati a pensare che le piante non siano in grado di muoversi, di comunicare, di percepire l’ambiente. E invece si muovono di continuo e si adattano all’ambiente meglio di qualunque animale».

Adesso è tutto diverso, ovviamente, ma quello che conta è il momento «in cui capisci che la tua diversità è il tuo punto di forza. Adesso sono molto contenta, perché lavoro con un sacco di persone differenti, che hanno background eterogenei. Io non ho mai avuto la fortuna di parlare in contesto multidisciplinare e questo mi gratifica parecchio. Non basta, però: non sarò soddisfatta sino a che queste macchine non funzioneranno come voglio. E io voglio che siano utili all’uomo». Ma non erano cattivi, i robot?