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Immaginare Video 21 Novembre Nov 2017 1555 21 novembre 2017

Stiglitz: "La disuguaglianza? E' frutto delle nostre scelte e azioni politiche ed economiche. Ma possiamo invertire la rotta"

Il Premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz riflette sulle disuguaglianze che impattano sulla società, sul ruolo delle tecnologie e della formazione per ribaltare le regole del gioco.

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Quello della disuguaglianza è uno dei temi chiave di Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’economia e saggista statunitense, approfondito durante gli incontri organizzati da The Adecco Group e da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, nell’ambito delle proprie attività di ricerca della Jobless Society Platform. Trasformazioni sociali, economiche e culturali della realtà lavorativa sono stati, infatti, fra i temi affrontati dal professor Stiglitz durante la lecture “La disuguaglianza non è un destino” tenutasi lo scorso 12 maggio in Fondazione Giangiacomo Feltrinelli all’interno del ciclo “Milano Talks, incontri sul futuro del lavoro”.

Condividiamo qui di seguito lil punto di vista di Joseph Stiglitz, scaricabile anche in pdf: "Disuguaglianze, tecnologia e crescita: alcune riflessioni".

La posta in gioco è alta: disuguaglianza e crescita

Negli ultimi anni, la crescente attenzione in merito alle disuguaglianze economiche tre le differenti fasce della popolazione chiama a un processo di innovazione dei tradizionali sistemi economici e politici affinché essi siano in grado di leggere, assecondare e governare in modo equo e sostenibile i cambiamenti in atto. La percezione generale su cosa i sistemi politici potrebbero fare in merito alle diseguaglianze è diventata infatti incerta, anche a causa dalla forte crisi occupazionale che in molti settori economici stiamo vivendo, in Italia e nel mondo.

Una crisi nelle condizioni di lavoro che genera a sua volta forti conflittualità sociali, instabilità economica e politica, contribuendo ad allargare il consenso delle agende di stampo populista e sovranista. In questo dibattito, con il saggio “Il prezzo della disuguaglianzaJoseph E. Stiglitz ha sostenuto nel 2013 la posizione secondo cui gli interessi consolidati di una piccola parte di popolazione (che egli chiama «società dell’1%») hanno prevaricato quelli di un’ampia fetta della popolazione (per contro il 99% della società), soffocando il capitalismo dinamico e aumentando la forbice di divario sociale tra la popolazione. Nel suo saggio, il premio Nobel per l’Economia sostiene che la crescita della disuguaglianza è dovuta soprattutto all’effetto di quello che governi, player economici, istituzioni nazionali e sovranazionali hanno base di un’idea semplice: se abbassiamo le imposte, liberalizziamo e incentiviamo l’economia e se diamo più possibilità alle persone di esprimere la loro creatività, otterremo una crescita economica rapida.

Non si disconosceva a quel tempo che tale decisione avrebbe portato a una maggiore disuguaglianza, ma la crescita sarebbe stata così elevata che ne avrebbero beneficiato anche coloro che appartenevano alle fasce più basse della popolazione. Questa fu l’idea sottesa a quella decisione che tuttavia non produsse gli effetti sperati, anzi rallentò la crescita aumentando le disuguaglianze. In questo quadro, come afferma Stiglitz, c’è una notizia positiva: se la disuguaglianza è il risultato delle nostre azioni, possiamo modificare le regole e invertire la rotta. Possiamo ristrutturare la nostra economia in modo tale da poter arrivare a condizioni più eque e governare in modo sostenibile l’era della Quarta Rivoluzione Industriale per distribuire e redistribuire i vantaggi derivanti dalla tecnologia ed evitare che essa possa accrescere ulteriormente le disuguaglianze.

Attenzione all’impatto della tecnologia sulle disuguaglianze

Tra le diverse iniquità che oggi possiamo osservare (disuguaglianze reddituali, di ricchezza, sanitarie, di opportunità) vi sono infatti anche quelle indotte e alimentate dall’evoluzione tecnologica. Il “capitale tecnologico” non è solo un tema di hardware (finanza, infrastrutture, macchinari) ma soprattutto del software (competenze, linguaggi, significati) necessario ad affrontare le sfide del futuro del lavoro. Se un giorno le macchine dovessero produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, il bagaglio di competenze che ne attivano le funzioni sarà il vero capitale su cui le istituzioni dovranno investire, per redistribuire i vantaggi che queste apportano e ridurre le disuguaglianze. Da un punto di vista economico, le innovazioni tecnologiche generano già differenziali salariali e contribuiscono a polarizzare il mercato del lavoro. A professionalità ad alto valore aggiunto che richiedono l’utilizzo di competenze tecnico-specialistiche si associano retribuzioni economiche molto più elevate rispetto a lavori a basso contenuto di conoscenza.

La trasformazione tecnologica tende quindi a ricollocare il lavoro verso attività che polarizzano la domanda di lavoro: da un lato ci sono persone iperqualificate e con elevate conoscenze, che animeranno le fabbriche del futuro, dall’altro lato assistiamo a un’erosione della classe media con la tecnologia che automatizza le posizioni a basso valore aggiunto. Sicché una maggiore produttività non diminuisce la domanda aggregata di lavoro, ma la polarizza in base alla preparazione dei lavoratori. In questo senso le politiche pubbliche devono pensare a soluzioni utili ad indirizzare nuovi modelli formativi, formali e informali, capaci di costruire nuovi bagagli di competenze in grado di soddisfare la domanda di lavoro dell’era digitale, in una logica di lifelong learning, e di favorire l’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro.

Come vincere la sfida della disuguaglianza?

A partire dalle considerazioni proposte da Stiglitz, possiamo pensare ad un contesto di riscrittura delle regole nell’economia di mercato a partire da tre aspetti fondamentali. Il primo è il mercato del lavoro che impone ai principali player che lo animano di innovarsi a fronte delle evoluzioni e trasformazioni che interessano la società. Anche il sistema della formazione è chiamato a implementare attività di ripensamento del suo modus operandi, perché i modelli di apprendimento basati esclusivamente sulla trasmissione di conoscenza non sono più efficienti rispetto alla complessità che caratterizza il mercato. Abbiamo bisogno di percorsi formativi capaci da un lato di favorire sempre più l’incontro con il mercato del lavoro e dall’altro lato di insegnare ai giovani come imparare e come diventare adulti in una società ipercomplessa. Le attività di riscrittura dei sistemi formativi e del mercato del lavoro devono andare di pari passo affinché sia possibile strutturare un mercato capace di produrre quella occupazione necessaria che vogliamo e di cui abbiamo bisogno per combattere in primo luogo la disoccupazione giovanile.

Il secondo aspetto riguarda le innovazioni sociali che vengono dal basso, capaci di far fronte al vuoto politico o all’incapacità del mercato nel rispondere ai bisogni di una moltitudine di cittadini. Forme di imprenditoria sociale, comunità di cittadini che si organizzano per soddisfare nuovi e vecchi bisogni, per ottimizzare l’utilizzo delle risorse (umane e naturali), per garantire un miglioramento sociale e per realizzare soluzioni più soddisfacenti ai propri valori e alle proprie aspirazioni agiscono a contenimento delle disuguaglianze economiche e sociali favorendo al tempo stesso lo sviluppo delle comunità territoriali. Il valore aggiunto delle pratiche di innovazione sociale risiede nel fatto che esse non solo rispondono in modo innovativo ad alcuni bisogni, ma propongono anche nuove modalità di decisione e di azione. In particolare propongono di affrontare complessi problemi di natura orizzontale attraverso meccanismi di intervento di tipo reticolare, adottando l’intera gamma degli strumenti a disposizione, utilizzano forme di coordinamento e collaborazione piuttosto che forme verticali di controllo.

Le politiche pubbliche devono pensare a soluzioni utili ad indirizzare nuovi modelli formativi capaci di costruire nuovi bagagli di competenze in grado di soddisfare la domanda di lavoro dell’era digitale, in una logica di lifelong learning, e di favorire l’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro

Joseph E. Stiglitz

Queste peculiarità aumentano le capacità di azione della collettività che si mobilita, crea nuovi ruoli e relazioni tra gli attori coinvolti e porta a un attivismo diffuso in grado di moltiplicare energie e iniziative al servizio del miglioramento sociale. Da ultimo le istituzioni e i ruoli del governo. Come già affermato, abbiamo bisogno di riscrivere le regole per la società del XXI secolo, comprese le regole che definiscono il funzionamento delle istituzioni, come le banche centrali, e della politica per rendere il sistema più democratico, “meno sensibile al denaro” – sempre stando alle parole di Stiglitz – “ma più sensibile ai diritti delle persone”.

Dovrebbe essere chiaro che ci sono delle gravi conseguenze economiche e politiche derivanti dalle disuguaglianze che vanno a minare il concetto di democrazia comportando una divisione della società e danneggiando l’economia stessa. La costruzione di una nuova società non discende da un processo spontaneo, ma è una responsabilità che noi tutti siamo chiamati ad intestarci. Abbiamo bisogno di azioni collettive che ci consentano di raggiungere standard di vita accettabili per la maggior parte delle persone, spazio per l’innovazione a livello politico per i beni e i servizi comuni, e strutture di governo tramite le quali erogare questi beni e servizi.

Come afferma Stiglitz “ci sono alternative e politiche per strutturare in modo diverso la nostra società. Molti dei cambiamenti apportati alle regole hanno peggiorato la situazione attuale, a sua volta resa maggiormente complessa dal progresso tecnologico, dalla globalizzazione e dagli atteggiamenti sociali delle persone, ma nonostante questo è possibile riformulare la nostra società e costruire un mondo dove l’economia abbia un rendimento migliore per tutti o per lo meno per la maggior parte dei nostri cittadini”.