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Immaginare Trend 14 Luglio Lug 2017 1100 14 luglio 2017

Humanification, l’innovazione più grande ha il volto umano (non quello di un robot)

La tecnologia sostituisce le persone? Non necessariamente. I nuovi guru puntano su innovazioni che esaltino il lavoro umano e la soddisfazione delle persone

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C’è un concetto nuovo che si aggira nei reparti delle risorse umane e arriva fino alle orecchie di CEO, Amministratori Delegati e Direttori generali: humanification. Una parola che, nonostante l’inglesismo, designa un concetto chiave per ogni azienda: rimettere al centro le persone. In sostanza, rendere più umano il proprio prodotto e il valore di quest’ultimo. Il tutto cercando di recuperare un asset che al tempo dell’efficientismo a tutti i costi, della corsa alla digitalizzazione e della tirannia da KPI (Key Performance Indicator) sembra sempre più ai margini.

Colpa della tecnologia? Non proprio. O meglio, colpa di un focus aziendale che per ridurre o aumentare il digital divide che separa i vari competitor ha utilizzato la tecnologia come leva per l’organizzazione e la produttività, piuttosto che volano per la creatività e lo sviluppo delle potenzialità individuali e collettive. E a farne le spese, a caduta, sono state le risorse umane: prima i dipendenti, poi i clienti, infine tutta la rete sociale che circonda un’impresa (territorio, istruzione, associativismo).

Le soluzioni per invertire la rotta non mancano. A partire dal recupero di una pratica aziendale che, in Italia, ha fornito degli esempi come Cristoforo Benigni Crespi, Adriano Olivetti e Aristide Merloni. Imprenditori illuminati che hanno segnato la crescita economica italiana attraverso un sistema aziendale olistico che legava successo economico e progresso sociale e umano. Insomma, un’humanification ante litteram. Una tradizione che, venuti meno i grandi villaggi operai di Trezzo sull’Adda e Ivrea, ha trovato il suo posto nel lavoro agile, nel welfare aziendale, nella promozione delle competenze individuali e la rischiesta di personale qualificato. Non a caso, una delle figure attualmente più richieste è il digital workspace manager: colui che gestisce gli spazi di lavoro in modo flessibile attraverso l’uso della tecnologia digitale al fine di aumentare la produttività e conciliare tempi di vita e di lavoro.

«Una volta identificati i talenti, un buon leader deve essere in grado di creare un clima di sicurezza nel team»

George Kohlrieser , Imd

Nel contempo, piattaforme come Slack (che permette di gestire il lavoro di un gruppo da remoto attraverso una dashboard condivisa) o app come DesksNear.me (che permette di trovare lo spazio di coworking più vicino alla propria posizione) sono sempre più diffuse. E lo smart working, dopo aver trovato la sua cornice legislativa, sta sempre più crescendo: nel 2016 il 30% delle grandi aziende lo hanno introdotto nella propria organizzazione soprattutto a livello impiegatizio e dirigenziale (dove il 7% dei colletti bianchi già godono di discrezionalità nelle modalità di lavoro).

Ma per rendere tutto ciò realmente efficace bisogna attivare un cambio di paradigma. A partire dalla nozione di leadership. «Una volta identificati i talenti, un buon leader deve essere in grado di creare un clima di sicurezza all'interno del proprio team, in modo tale che le persone si sentano libere di osare, fare ciò che normalmente non farebbero e dare libero sfogo alla propria creatività», afferma George Kohlrieser, professore di leadership e comportamento organizzativo alla Business School svizzera IMD.

Micheal Porter, economista della Harvard Business School, aggiunge: «Anni fa, almeno negli Stati Uniti, le imprese rappresentavano il luogo nel quale le persone desideravano stare. Ma non è più così. L'idea che le organizzazioni esistono con l'unico scopo di massimizzare gli utili degli azionisti non è più attrattiva per le persone». Clienti compresi. Per questo secondo Porter le aziende dovrebbero cercare di creare maggiore “valore condiviso”: «Essenzialmente significa occuparsi di una problematica sociale, come potrebbe essere quella dell'acqua, e qualche volta ottenere anche un guadagno». Quale? «La scoperta di nuovi mercati, nuove esigenze non ancora soddisfatte, nuovi modi di fare business, con una migliore gestione dell'impatto sull'ambiente e sulla comunità». Insomma, sulle persone.