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Ispirare Intervista 8 Giugno Giu 2017 1147 8 giugno 2017

Stiglitz: «La disoccupazione non è un destino»

Dialogo con il premio Nobel per l'Economia: «Dobbiamo riscrivere le regole del mercato. Oggi, il sistema garantisce l’accumulo di ricchezza finanziaria e disincentiva gli investimenti nell’economia reale»

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Possiamo incidere sulle diseguaglianze crescenti, limitandone l’espansione e riducendo il loro impatto sociale agendo sulla leva del lavoro? Per il premio Nobel per l’Economia del 2001 Joseph Stiglitz, la risposta è sì. Ma non è un “sì” di circostanza, bensì di necessità. «Le diseguaglianze sono cresciute a livello esponenziale» ci spiega Stiglitz.

C’è chi, come il direttore dell’École des Hautes Études Thomas Piketty, ritiene che questa diseguaglianza sia un fenomeno endemico e imputabile al capitalismo nel suo insieme e chi, come Stiglitz, ritiene che le diseguaglianze siano conseguenza delle scelte, politiche e macroeconomiche, e non un “naturale” sbocco di questo sistema. Ecco perché il lavoro diventa il luogo dove, anziché favorire la stagnazione che massimizza il profitto di pochi (pochissimi, in verità), bisogna innestare un processo generativo e partecipativo che incida profondamente e positivamente su reddito, possibilità di carriera e mobilità sociale. L’Italia, ci racconta il professor Stiglitz, è «uno dei Paesi con il più alto livello di diseguaglianze al mondo». Per una volta, gli Usa non sono tanto distanti da noi: «classe media spolpata, base della popolazione impoverita e l’1% della stessa popolazione che gode di extra profitti. Con i figli di questo 1% che si ritroveranno ricchi per mera “discendenza” ed erediteranno un vantaggio competitivo che non farà che allungare la catena delle diseguaglianze. Qualcosa non torna, qualcosa non va, forse tutto. Dal punto di vista teorico, è saltato un modello, spiega Stiglitz: quello della “teoria del gocciolamento”, ovvero l’idea che le diseguaglianze – di benessere, salute, reddito e di opportunità sociali – potessero in qualche modo essere mitigate dal fatto che i vantaggi ricevuti dalla popolazione più abbiente sarebbero ricaduti sulle fasce più basse in termini di offerte di lavoro e via discorrendo. Al contrario, prosegue il Nobel, che abbiamo incontrato alla Fondazione Feltrinelli di Milano, a margine di una conferenza promossa da The Adecco Group, « la crescita degli ultimi decenni è andata a chi stava in cima, che si è preso tutto condividendo niente. Il salario minimo di un lavoratore è più basso di 40 anni fa», negli Usa come in Italia.

In un suo recente studio, lei ha parlato dell'urgenza di riscrivere le regole dell'economia per uscire dalla spirale della diseguaglianza in cui stanno precipitando i Paesi europei. Dal punto di vista del lavoro, questo che cosa comporta?
Quando parliamo di lavoro, parliamo di occupazione, ma questo non basta. Oltre all'obiettivo della piena occupazione, che ho suggerito di considerare una priorità partendo dalla riforma della politica monetaria, dobbiamo ridare al lavoratore centralità nei processi decisionali e di gestione. Per ridurre le diseguaglianze e ricalibrare in maniera più equa i livelli di retribuzione e reddito bisogna dare ai lavoratori voce in capitolo e una capacità di reale influenza sui processi di lavoro. Per il successo di un'azienda il contributo dei lavoratori è fondamentale, per questo è giusto dicano la loro ed è altrettanto giusto che compartecipino tramite un congruo salario al valore che contribuiscono a generare.

Altri interventi che potrebbero riscrivere le regole dell'economia partendo dal lavoro?
Prima di tutto, rompere le barriere giuridiche che ancora esistono per l'accesso al lavoro, in particolare per le donne. Poi vanno elevati i salari minimi e va garantito un quadro giuridico consono ai nuovi luoghi e alle nuove condizioni di lavoro, che non devono essere giocate al ribasso.

Italia e Stati uniti si assomigliano: classe media spolpata e l’1% della stessa popolazione che gode di extra profitti

Joseph Stiglitz

Poi?
Riformare il sistema della giustizia per ridurre i tassi di carcerazione, riformare le leggi sull'immigrazione per favorire l'accesso alla cittadinanza, approvare norme sul congedo famigliare, incrementare gli assegni famigliari e favorire i servizi per l'infanzia, favorire un'istruzione superiore di alto livello per tutti.

Lei si è più volte dichiarato ottimista sulla possibilità di invertire la rotta. Lo è ancora?
Poiché siamo esseri capaci di scelta e capiamo che così le cose non vanno, io sono ottimista: sappiamo scegliere, dobbiamo scegliere, ma dobbiamo anche capire in che direzione orientare questa scelta. Le diseguaglianze non sono inevitabili e la disoccupazione non è un destino. Il lavoro deve però essere luogo dove queste diseguaglianze si affievoliscono e garanzia della mobilità sociale. Se diventa luogo di diseguaglianza e discriminazione, siamo in un nuovo feudalesimo.

Dove orientarla, allora, la nostra scelta?
Dobbiamo contrastare in ogni modo le disuguaglianze. Per farlo, dobbiamo riscrivere le regole del mercato, garantendo una migliore distribuzione del reddito, rafforzando il potere di contrattazione dei lavoratori e riducendo la forbice tra i compensi dei manager e il salario medio dei dipendenti. Oggi, il sistema garantisce l’accumulo di ricchezza finanziaria e disincentiva, di fatto, gli investimenti nell’economia reale, nelle infrastrutture e a supporto delle piccole e medie imprese. Dobbiamo andare in un’altra direzione, sia sul piano delle regole, sia su quello della governance aziendale.

Come può il terzo settore contribuire a questa riconfigurazione dell’economia?
Facendo quello che sa fare e facendolo al meglio. Prendiamo il caso degli Stati Uniti: se osservi le istituzioni americane, se le osservi bene intendo, che cosa noti? Noti che quelle di maggiore successo sono le istituzioni not-for-profit. E tra queste istituzioni, particolare successo hanno le università. Se guardi le università come Harvard, le fondazioni, le associazioni che davvero incidono positivamente sul piano economico e sociale, sono tutte nonprofit. Quando la gente parla dell’economia di mercato, io dico che non siamo una vera economia di mercato. Non lo siamo negli Stati Uniti, dove l’intero settore dell’educazione, dalla Stanford University in giù, è retto da un sistema not-for-profit. Non lo siete in Italia dove – non devo essere io a insegnarvelo – il terzo settore ha un ruolo preminente. Guai se saltasse.

Parlo di politica. La diseguaglianza è conseguenza di una scelta del sistema politico. Poiché la Germania ha un peso imponente, lo fa valere. Bisogna riformare le regole dell’eurozona, condividendo il debito e cancellando il fiscal compact, tornando a favorire investimenti pubblici

Torniamo all’Italia e alle politiche del lavoro...
Il problema è l’eurozona, per come è stata configurata. Intervenire sulla flessibilità non poterà a molto, perché anche nei Paesi all’interno dell’eurozona in cui si è tentato di incrementare la flessibilità, l’unico risultato è indebolire ancora di più la tenuta interna dell’economia.

Se diciamo eurozona, diciamo in sostanza Germania...
All’interno dell’euro per i giovani italiani è molto difficile essere pienamente occupati, sarebbe facile per la Germania cambiare le sue politiche, per l’Europa cambiare e quando dico “facile” non mi riferisco alle politiche economiche. Parlo di politica. La diseguaglianza è conseguenza di una scelta del sistema politico. Poiché la Germania ha un peso imponente, lo fa valere. Bisogna riformare le regole dell’eurozona, condividendo il debito e cancellando il fiscal compact, tornando a favorire investimenti pubblici. Senza procedere in questa direzione non si uscirà dal problema della disoccupazione di massa che, secondo la Bce, nell’area euro, è al 18,5%.

Conseguenza di questa politica e della gabbia di ferro dell’eurozona è che, in Italia, oggi il 7,6% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta
Non solo, se i paesi più virtuosi in tema di reddito, lotta alla disuguaglianza e mobilità sociale sono Norvegia (che è fuori dall’eurozona) e Svezia, l’Italia è ai primi posti al mondo per tasso di diseguaglianza, forbice di reddito e immobilismo sociale. In Italia, come negli Stati Uniti, hai un reddito alto se nasci da famiglie con un reddito alto, come negli Stati Uniti. Per questo, se l’eurozona è una trappola, gli Stati Uniti non sono certo il modello.

Si rischia, anche sulle tematiche del lavoro, di dare come il Barone di Münchhausen che voleva tirarsi fuori dalla palude tirandosi per i capelli
Tanto più che, in Italia, è in atto un sotto investimento, anche culturale, sulle politiche della ricerca. I ricercatori non trovano lavoro e fuggono all’estero, coloro che potrebbero dare tanto a questo Paese sono costretti in condizioni di precarietà permanente e subiscono disuguaglianze al limite dell’umiliazione. Ecco, se torniamo al punto da cui siamo partiti: anziché invocare austerity o seguire ricette importate da chissà chi e da chissà dove, cercare di ridisegnare i confini dell’economia spingendo sul terzo settore, sulla sua capacità di agire sul legame sociale non sarebbe cosa da poco. Se non ripartiamo da questa forza motrice, sarà difficile. Se vogliamo riscrivere le regole e ridefinire la forma dell’economia, dobbiamo partire dal lavoro e ricordarci che abbiamo delle alternative alla crisi, all’austerity, alla crescita delle diseguaglianze. Una di queste alternative è imparare dal non profit come si opera un vero cambiamento sociale.